Al Had, dove volano i gabbiani

Al Had, dove volano i gabbiani

Si respirava afa in quell’ultimo lembo di sabbia dove il deserto si tuffa nell’oceano indiano. Faceva molto caldo, si sudava copiosamente senza nessuna possibilità di refrigerio. L’umidità del mare entrava nelle ossa provando a ossidarle, a farle scricchiolare, ad annullare la loro funzione.
Una notte, quella appena passata, facendosi proteggere da una barcana, mentre le dune attorno si concedevano al vento facendosi modellare le bionde chiome. Tra un urlo feroce e un’impietosa folata che sembrava non avere mai fine. Il tempo che non passava mai, stritolati dall’insonnia, in un buio che sembrava essere diventato eterno. Disperati si guardava in faccia alla luna: la si implorava per una coccola, un sorriso, una parola di speranza.
Tra i frastuoni che invadevano la mente, perdemmo la concentrazione: qualcos’altro stava diventando il nostro padrone. La testa aveva iniziato il suo viaggio immaginario: stava migrando altrove, non pensava più al mondo che ci circondava. La stanchezza ci avvolgeva creando i primi sintomi di malessere vitale. Non era facile essere reattivi in questi scoscesi paragrafi dell’esistenza. L’entusiasmo e la percezione dei sensi sembravano essersi dissolti, andando verso altre mete: mondi sconosciuti che neppure ci appartenevano. Era annebbiata la nostra carica interiore, non aveva voglia di reagire. Di accendersi.
Ma c’erano bagliori a cui non ci si poteva sottrarre, l’immane sforzo che avevamo riservato alla moralità doveva prendere forma, materializzarsi. E stupire.
Non ci si sottraeva all’irripetibilità di un evento, di un istante che sapevamo non ripetersi, di una visione che poteva diventare immagine per l’eternità. Si rimane ammaliati dal senso del dovere, ci si isolava nella metamorfosi di una messa a fuoco cercando un punto di vista personale. Ma che importava se l’orizzonte si piegava e spezzava i parallelismi con un ipotetico bordo, fatto più di architravi mentali che di realtà.
In una fotografia è la visione univoca che deve “ferire”, le chiacchiere sono solo una novella, che il vento spazzerà via senza lasciare traccia. Null’importa se il pensiero turberà gli stati d’animo: una vita senza irrequietezze annoia, fa precipitare nella routine e annienta lo spirito.
È difficile restare immobili in questi frammenti di vita quotidiana: la natura spinge a guardarci attorno, a camminare, a pensare. A volte anche a sognare, solamente.
Nel cielo uno stormo di gabbiani volteggiava disegnando linee immaginarie, che minuto dopo minuto, si amalgamavano con la fantasia portando inevitabilmente ad una riflessione profonda.
C’era un filtro tra noi e quell’eternità, tutt’intorno qualcosa stava cambiando, la natura stava prendendo il sopravvento. Le regole si stavano sgretolando, gli elementi del creato sembravano sottrarsi all’esuberanza del luogo. Esistono miraggi che ci portano via, dove noi ci lasciamo assorbire. Ignari del tempo a venire.
È proprio vero, a volte le fotografie “vengono” fuori così. Come l’acqua da un rubinetto.             

Al Had, Oman 2006