Balli o limoni subito?

Balli o limoni subito?

Era inverno, quando con un gruppo di amici della “terza B” dell’Istituto Duca d’Aosta, organizzammo la prima festa tra ragazzi nel garage della Virginia. Una domenica pomeriggio, ma non come tante altre, quel giorno festivo aveva preso la forma di un rituale d’iniziazione: ci eravamo imposti di diventare “grandi”. Avevamo ancora le facce lisce, ma nonostante ciò, guardavamo il mondo dall’alto al basso, sentendoci un po’ “uomini”.
Avevamo lavorato parecchio il sabato, nella rimessa era tutto pronto per dare bando alle ciance: pasticcini, pizzette, patatine, Coca Cola, aranciata, bicchieri in plastica usa e getta. C’era anche una bottiglia di Ballantines: l’avevamo comprata dal “Pierino” con una sudata colletta fatta tra i ragazzi invitati alla festa. Su un vecchio scaffale avevamo appoggiato, in posizione verticale, il mangiadischi celeste della Pack Son. I dischi 45 giri erano stati allineati in una scatola delle scarpe con una  sequenza meditata: i brani più in voga erano i primi della lista, per dare inizio alle danze in pompa magna.
Per creare un’atmosfera “romantica” avevamo oscurato l’unica finestra che lasciava filtrare luce, ci avevamo collocato un cartone, fissato allo stipite con alcune puntine da disegno. La stanza era quasi completamente buia, ci si intravedeva solamente.
Sei ragazzi in piedi a parlare del più e del meno e due ragazze sedute su un vecchio divano sgangherato, mentre la musica gracchiante e a tutto volume si sforzava per dar vita ai giusti stati d’animo dentro di noi. Una festa tra giovani ancora troppo bambini, per abbracciarsi e ballare sulle note di “Perché ti amo” dei Camaleonti.
Quella “prima” festa, nonostante gli sforzi comuni dei maschietti, non fu un successo. Le ragazze si erano annoiate, mentre noi ci eravamo persi nella delusione dei nostri pochi anni di vita.
L’anno successivo ci abbiamo riprovato, con un’altra “festa”. Sempre di domenica pomeriggio, questa volta a casa dell’Eugenio. Ci eravamo organizzati meglio, soprattutto nella selezione delle ragazze invitate. Non tutte le fanciulle potevano accedere alle feste private dei ragazzacci del paese. Non era un casting il nostro, ai tempi non sapevamo neppure cosa fosse. La selezione era più istintiva, più genuina: le racchie, quelle con i foruncoli in viso, quelle troppo giovani e quelle che se la tiravano, non erano ammesse alla corte dei monelli. Per loro c’era l’oratorio femminile, quello gestito dalle suore.
A casa del “Genio” avevamo mandato in pensione il mangiadischi. Uno “stereo”, seppur compatto, faceva girare i long playng dal primo brano inciso all’ultimo.
Non erano male le “feste” in quel salotto in villa: ricordo di aver ballato, per la prima volta, un lento abbracciato a una ragazza: si chiamava Roberta.
La realtà del movimento ballerino non interessava a nessuno. Il “lento” era solo un mezzo per approcciare una ragazza, e provare a baciarla. Ci si muoveva poco sulle gambe durante quei balli, fatti più di staticità che di dinamismo. A muoversi erano solo i muscoli del collo, sempre alla cerca di un disperato approccio sensuale. Le labbra della gentil dama, che ignara si era concessa alle danze, erano una meta, un punto di arrivo. Erano i sogni adolescenziali di quell’epoca, quando nel buio di un salotto, si provava a crescere senza fermarsi alle fermate intermedie. Ci si provava in continuazione, fino a quando stremati e senza nessuna speranza, si crollava appoggiando il mento sulla spalla della giovane malcapitata. Era la rassegnazione, la sconfitta. Come quella dei cani, quando si sentono privati delle coccole del padrone e appoggiano il muso allo schienale del divano, nella speranza di un ripensamento fatto più di compassione che di amore.
Le diciotto arrivavano sempre in fretta: era l’ora in cui le luci si riaccendevano e suonava la campanella. La festa era finita. Ci si doveva incamminare verso casa, attraversando le vie del paese. Capitava raramente di essere felici per aver “baciato”, il più delle volte eravamo affranti, ci lasciamo avvolgere dal nostro Loden grigio, e dai nostri pensieri più intimi.
Col passare del tempo si presentavano nuove occasioni: le “feste” nella taverna del “Bruschin” avevano preso una piega speciale, si erano evolute. Noi “sbarbati”, nel frattempo, eravamo un po’ cresciuti; credevamo di aver imparato qualcosa in più dalla vita. Pensavamo di aver capito come conquistare una ragazza, ragionavamo sul senso dell’esistenza, riflettevamo sul futuro.
Quel locale, ricavato dalle mura di una vecchia stalla, era molto accogliente: sapeva di quel qualcosa che a parole non si può descrivere. Trasmetteva una sensazione epidermica tattile, faceva star bene. È ancora ben nitido nella mente il ricordo dei quelle quattro mura: due ampi divani, qualche vecchia sedia, un tavolo da cucina appoggiato alla parete e una stufa a gas. Lo sento ancora l’odore della fiammella che ardeva, non era un’esalazione come tante altre, non donava solo calore e luce. Era qualcosa in più.
Si stava bene nella taverna del “Bruschin”: le luci erano sempre soffuse e calibrate al punto giusto, creavano atmosfera. C’era anche la lampada di Wood: quell’inconfondibile fonte luminosa che metteva in evidenza il bianco delle camicie ben stirate dalla mamma. Questa affascinante sorgente di luce metteva in risalto anche il bulbo oculare, i denti, e la polvere depositata sui nostri pullover scuri.
C’era un bel “giro” in quelle “feste” della domenica pomeriggio: le ragazze arrivavano anche da fuori paese. Volti nuovi per stimoli di ragazzi ancora acerbi.
Non c’erano posti a sedere per tutti, in quella stanza. Chi “cuccava” per primo diventava il padrone del divano, e non lo mollava fino a quando la musica si abbassava, per avvisarci che era calata la sera ed era ora di alzare i tacchi. Le ragazze si infilavano nei loro pastrani dal bavero che arrivava fino al naso, scappavano via: era arrivata l’ora del coprifuoco. Alcune le avremmo riviste l’indomani, su quella “Carolina” snodata che ci avrebbe portato a scuola.
Ci voleva poco per entrare nel mondo de “La febbre del sabato sera”: servivano solo mani abili, qualche soldo e un po’ di fantasia. Il sogno poteva diventare realtà.
Una scatola in legno verniciata con smalto nero, qualche cavetto elettrico, un interruttore usato  recuperato nel fondo di un cassetto: ecco la magia di quei tempi, quando tre lampadine colorate potevano diventare luci psichedeliche e proiettarci nell’olimpo. Luci impulsive dal potere sbalorditivo, in pochi istanti si volava oltre oceano: eravamo mentalmente sull’uscio dell’Odyssey 2001 di New York. O, restando un po’ più sobri con la fantasia: all’American Bar di Parabiago.
Sulle nostre guance, seppur radi e ancora fragili, iniziavano a spuntare i primi peli. Guardandoci allo specchio cominciavamo a renderci conto che il tempo stava trascorrendo anche per noi: la barba ci stava facendo diventare uomini, o forse solo ragazzi un po’ cresciuti.
Avevamo sempre voglia di fare qualcosa: per divertirci, per non annoiarci, per dare un senso alla nostra vita di provincia spesso avvolta nella nebbia.
Alla fine degli anni Settanta, grazie all’unione tra pochi amici, fondammo un club tutto nostro: “Il Bunker”, si chiamava così quel luogo che diede una svolta ai nostri vent’anni. In quel club, creato per noi e per altri pochi eletti, avevamo costruito il nostro regno. Il nostro sogno. Finalmente avevamo un locale che ci apparteneva, dove poter fare baldoria.
Luci colorate comandate da una centralina multifunzionale, divanetti rivestiti in tessuto e posti a sedere per almeno trenta persone, un caminetto per riscaldarci durante i freddi inverni, il bar costruito come quelli “veri”, dove sul bancone venivano servite bibite e alcolici di vario tipo, il guardaroba. La ciliegina sulla torta era l’ampio cortile, dove potevamo parcheggiare le nostre “Ritmo”, “A112” e “Golf che, all’occorrenza diventavano alcove dove “imboscarci” con le ragazze. Al “Bunker” non mancava nulla: c’era anche la “cabina del disc jockey”.
Faceva figo fare il DJ a quei tempi, le ragazze erano ammaliate da questa figura che stava in “alto” e aveva il controllo su tutto il locale. Alla fine degli anni Settanta spadroneggiava la disco music, i lenti non erano più di moda, erano considerati balli per vecchi.
I 33 giri o i primi remix si compravano al Pacha Records di Milano, roba d’importazione sgamati nella “Top Hundred” di Radio Milano International. Era “Leopardo” a suggerirci i brani su cui muoverci: Gino Soccio, Patrick Hernandez, Santa Esmeralda, Donna Summer, Ami Stewart. Ma noi eravamo ragazzi romantici, forse un po’ provincialotti  e non al passo con le mode: i lenti continuavano a piacerci. Rilassavano, ti permettevano di abbracciare una ragazza, ti regalavano attimi di speranza per strappare una “limonata”.
 “If you live me now”, “All by myself”, “Just the way you are”, “Wonderful tonight”, “Sailing”: dopo qualche ora di ritmo forsennato avevamo bisogno della nostra musica, quella per cui eravamo venuti alla “festa”. A volte capitava di distrarsi e di andare lungo con la disco music. Ma lo si avvertiva quasi sempre, quando al “Bunker” c’era il “Pisun”: “Giuan, cristu… i lenti”. Già, i lenti: avevamo la necessità di un contatto. Di abbracciarci.
Partiva la “caccia”, ci si avvicinava alle ragazze come avvoltoi: “Balli?”, “No”. “Balli?”, “No”. “Balli?”, “No”. Quanto tempo perso, mentre la luce soffusa lentamente riacquistava forza e iniziava a lampeggiare al ritmo di una musica che ritornava frenetica, e non sentivamo nostra.
Il mondo stava cambiando, correva veloce. Troppo. Il tempo era diventato denaro, un idolo da rispettare. Gli istanti scappavano di mano: gli orologi scandivano i secondi con un ritmo più veloce, mentre noi, iniziavamo a diventare un po’ più “schizzati”. La musica invece, continuava ad aleggiare tra nuvole di fumo, nel suo ritmo di sempre.
Sono legate molte storie di gioventù al “Bunker”: ricordo una sera in cui si era fatto tardi, e gli ultimi brani da mattonella stavano già girando sul piatto del giradischi. Non era rimasto molto tempo per trovare una “lei” con cui concludere in bellezza la “festa”.
Seduta sui divanetti, una graziosa ragazza era in attesa di qualche buon’anima che le desse un passaggio per ritornare a casa. L’avevo già notata durante la serata, ma fui distratto dagli amici e da qualche brindisi di troppo, perdendo così l’occasione per abbordarla.
La osservai da lontano, in quel momento di fine serata. Non sembrava male. Decisi di avvicinarla, mentre il disc jockey faceva partire l’ultimo “lento”. La fissai attentamente in volto: aveva gli occhi azzurri e lo sguardo dolce. Era bella, molto bella. Ma non c’era più tempo per i corteggiamenti. Le chiesi solamente il suo nome: Simona. Poi con tono pacato e un briciolo di timidezza, feci uscire dalle mie labbra alcune parole senza senso, o forse sì: “Balli o limoni subito?”  

Provincia di Milano: in “quegli” anni Settanta!