Cambogia: la Storia dimenticata

In volo, sopra le nuvole che sorvegliano il monsone, il tempo ha un’altra dimensione. Si prova a fantasticare sui giorni che verranno, ma qualcosa nella ragione, inevitabilmente s’ingarbuglia. Gli ingranaggi cerebrali rallentano, smettono di svolgere la propria funzione razionale: la realtà prende forma diventando meno affascinante dei sogni.
Ho un visto d’ingresso per la Cambogia, sul passaporto. Ma solo via terra. Mi è stato vietato di arrivare a Phnom Penh dal cielo. Un enorme timbro blu: è questa l’unica certezza che ho in tasca, il resto rimane un enigma da risolvere ad ogni sorgere del sole.
Ho un vago ricordo di quando sono partito dall’aeroporto di Milano Malpensa, ho passato troppo tempo nell’aria ad accarezzare il cielo. Un viaggio infinito sintetizzato in un biglietto aereo, dove la destinazione finale – Saigon – e le date di partenza, sono state scritte a mano con una stilo rossa. Sono “salito” dove la terra scompare alla vista dell’uomo, più volte. Poi sono “sceso” in picchiata, altrettante volte, fino a scivolare sui nastri d’asfalto degli aeroporti asiatici. Il mastodontico Ilyushin 86 dell’Aeroflot – la compagnia di bandiera russa – spinto da quattro motori Kuznetsov, ha una scarsa autonomia. I piloti hanno il loro daffare per cercare stazioni di rifornimento.
Leningrado, Mosca, Karachi, Calcutta, Hanoi. Infine Saigon, o Hochiminville se si vuole usare il nome attuale della città un tempo capitale del Vietnam del Sud. Ore infinite di inutile sospensione mentale, accompagnate dal torpore di un tempo interrotto da improvvisi vuoti d’aria e insensate virate.
Non ci sono passeggeri occidentali su questa locomotiva russa delle nubi, trecentocinquanta posti occupati totalmente da militari vietnamiti che tornano a casa, tranne due: io e Alessandro, il mio inseparabile compagno di viaggio.
È impressa la felicità sui volti di questi esili omini in divisa. Ognuno di loro ha una storia personale da raccontare: frammenti di vita quotidiana vissuta in terre lontane, segreti racchiusi in una valigia sigillata con bobine di spago colorato, o più semplicemente in una modesta scatola di cartone suggellata alla bell’e meglio.
Un anziano graduato dallo sguardo simpatico – che siede nella fila centrale accanto al mio posto – porta con sé i suoi ricordi più intimi abbracciando un “cavalluccio” di plastica rosso. La finta bestia ha un cordino sul collo, che tirato, accende le corde vocali artificiali dell’animale facendolo emettere un suono stridente che vagamente dovrebbe richiamare il verso dell’equino. Sorride il soldatino quando il suo “puledro” nitrisce. Ne è orgoglioso.
Le hostess non hanno la stessa grazia comportamentale delle cortesi assistenti di volo delle compagnie aeree più ossequiate. Probabilmente reclutate in trattorie siberiane per camionisti, si destreggiano grezzamente tra i sedili, mettendo in mostra il loro possente fisico da ex lottatrici della nazionale russa e servendo pollo lessato accompagnato da barbabietole. L’aranciata, una delle poche bevande gratuite servite a bordo – la birra e la vodka sono considerate extra drink e quindi a pagamento -, è pesantemente allungata con l’acqua.
Vedere il sole tramontare dal finestrino dell’aereo, per poi, a distanza di poche ore di un tempo trascorso irreale, ritrovarlo a sorgere dalla parte opposta, stravolge il bioritmo: la notte dura l’istante di uno sbadiglio quando si “battono le ali” verso oriente.
All’alba, che alba non è, ricompaiono le assistenti di volo: indossano il grembiule blu del “servizio mensa” e spingono un carrello in metallo cromato carico di vivande. Passano vicine sfiorando i gomiti dei passeggeri incollati al proprio posto, ma non si sentono i profumi delle pietanze. Il menu è lo stesso della cena di qualche ora prima: pollo lessato, barbabietole e aranciata, questa volta diluita con una quantità di acqua inferiore.
Le lancette dell’orologio hanno perso il senso del tempo, si muovono fregandosene del sole: segnano l’ora della merenda, quando lo stomaco avrebbe bisogno di un cappuccino.
Filano i minuti della vita. Fuori, oltre l’oblò, è calato il buio. Il fuso porta alla sera, o probabilmente oltre la “mezza”.
Nel cuore di una notte locale, il quadrimotore russo riduce il regime dei motori e posiziona i flap per scendere di quota provando a bucare le dense nuvole monsoniche. Il “Cavallino rosso” perde sempre più fiato, è sfinito: si assopisce in attesa di un nuovo set di batterie rigenerate.


Spaventa l’umidità di questa notte vietnamita. È soffocante. L’area arrivi dell’aeroporto si spopola in pochi minuti, restiamo soli – io e Alessandro – in cerca di un taxi che non esiste. Accompagnati dal sudore, che passo dopo passo pennella e lucida il corpo, ci incamminiamo verso la città. L’impenetrabile e spettrale paesaggio è fatto di risaie avvolte dal silenzio. Uno spicchio di luna che penzola dal cielo indica la retta via da seguire. Bisogna rincorrere la follia facendosi accompagnare dall’intelligenza, serve sintonizzarsi su uno dei miraggi che passano per la testa: c’è una stanza d’albergo rinfrescata dalle pale di un ventilatore appeso al soffitto, più in là.
Ci si sente dei corpi estranei dinanzi al “Continental”, il rifugio sacro di tante storie custodite nello scrigno della memoria. Noi, baldi giovani in viaggio per cambiare il mondo, ci limitiamo al sogno di un ricovero, nel buio oltre l’ultimo lume.
Le prime luci del mattino regalano una Saigon assonnata. Attraverso lo sguardo di una visione appannata tutto sembra muoversi lentamente, in un ritmo atavico che non ci appartiene. Moc Bai, la porta della Cambogia per chi proviene da est, dista solo sessanta chilometri. Troppi per una mente che prova ad aggrapparsi agli specchi di una storia, che ancora storia non è.
Permessi, autorizzazioni. Concessioni fortuite. Ci sono inchiostri sbavati sulle pagine di un lasciapassare che ha appena cambiato colore. Un tempo, questo passaporto che faccio scivolare tra le mani, era verde, grande ed ingombrante. Ora lo hanno “ridisegnato” colorandolo di bordeaux e riducendolo di dimensione. Si può mettere in tasca.
Frontiera tra Vietnam e Cambogia: la visione di due realtà opposte. La cortina di filo spinato che separa i due mondi è invalicabile. Il cancello, sgangherato nella sua corazza, non si apre. Qualcosa di burocratico non è andato a buon fine. Il militare in servizio è dispiaciuto. Vengo ricacciato a Saigon tra i sacchi di farina trasportati da un camion amico. Un viaggio indimenticabile, guardando la strada consumarsi oltre un cassone telonato.
Domani è un altro giorno, l’ufficio immigrazione provvederà a riordinare i refusi della superficialità. Poi si passerà: Phnom Penh è al di là del Mekong.
Tra violenti scrosci di pioggia la corriera avanza scansando, per quanto possibile, le buche createsi  sull’inesistente carreggiata. Non ci sono vetri sugli ampi finestrini del bus, quando il monsone scarica acqua a secchiate, ci si deve proteggere con pezzi di cellophane comprati per pochi riel dai giovani venditori ambulanti che, dalla mattina alla sera, stanno sulla strada in attesa della pioggia. Si prosegue così, lentamente, nella speranza che il monsone cambi rotta e lasci spazio al pallido sole portatore di afa. Non ci si sente mai perfettamente asciutti a queste latitudini. La pelle trasuda in continuazione, mentre la polvere che aleggia nell’aria, si appiccica su ogni parte del corpo formando un apparente stato di protezione.
Dopo interminabili ore di sobbalzi sui poco confortevoli sedili in similpelle condivisi con polli, oche, sacchi di juta e scatole riempite di mercanzie, si raggiunge la periferia di Phnom Penh. Si entra in pompa magna nella capitale cambogiana: il pullman rosso, stracarico di passeggeri pigiati all’interno come sardine e aggrappati alle maniglie delle portiere, strombazza per la celebrazione che assume il valore di un evento sacrale. Per qualcuno è la fine di un’incresciosa lontananza dalla famiglia, è il ritorno a casa. Per altri l’inizio di una ricerca di sé stessi.
Phnom Penh appare blindata, una città che sembra aver bisogno di protezione. Le strade sono sbarrate da innumerevoli check-point dell’esercito governativo, i controlli, seppur bonari, sono minuziosi. Ai viaggiatori occidentali vengono controllati solo i documenti, niente di più. I funzionari dell’esercito, seppur giovani, sanno che l’eventuale pericolo arriva da altre fonti.
Mentre maneggio il passaporto, prima di riporlo nella tasca interna del gilet, mi ricade l’occhio sul visto rilasciato dall’Ambasciata di Kampuchea di Mosca: “Visa valid only for 15 days”, troppi pochi giorni per capire un mondo sconosciuto.
Viaggiano sempre con noi i pensieri più intimi, siamo un tutt’uno. Capita di voler approfondire, di voler dare risposte ai nostri perché. Il primo passo incuriosisce, la scintilla che ha scaturito il morboso desiderio di spezzare la ruotine ed entrare a far parte di un gioco fatto di adrenalina non ci lascia mai.
Scene di un film: “Urla del silenzio”, il capolavoro del regista inglese Roland Joffé. Una voce narrante fuori campo: Sydney Schamberg, l’inviato del New York Times durante la guerra in Cambogia degli anni Settanta. Le immagini del magistrale racconto si inseriscono nel controluce di una personale e silenziosa riflessione: “Cambogia. A molti occidentali faceva l’effetto di un paradiso, di un mondo incantato, di un mondo misterioso. Ma la guerra nel vicino Vietnam fece saltare i suoi confini e presto le ostilità dilagarono nel suo territorio neutrale. Nel 1973 fui inviato quale corrispondente di guerra del New York Times in questo lontano settore di mondo. E fu qui, in questo paese dilaniato dalla guerra fra le truppe governative e i Khmer Rossi, che conobbi la mia guida ed interprede: Dith Pran, un uomo che doveva cambiare la mia vita, in un paese che cominciai presto ad amare e a compatire.” Fu l’inizio del processo di epurazione del popolo cambogiano sotto la dittatura comunista di Pol Pot: un genocidio unico e senza precedenti nella storia dell’umanità.
Inviato e corrispondente di nessuno, ricco solamente di un gilet da reporter e due fotocamere appese al collo, provo a rincorrere la storia recente di un Paese annientato dalla guerra civile, mentre l’esercito vietnamita, dieci anni dopo l’invasione della Cambogia per mettere fine al sanguinario regime di Pol Pot, se ne sta tornando a casa.
I Khmer rossi, spalleggiati e sostenuti da Cina, Stati Uniti e Thailandia durante tutto il periodo di permanenza dell’esercito di Hanoi nella terra Khmer, si sono ritirati nelle zone di confine occidentali – oltre la città di Battambang –  e nella foresta a nord dei templi di Angkor Wat. “L’incubo dei Khmer rossi sembra essere finito, ma non si sa per quanto tempo reggerà questa tregua”. Parole che non arrivano dal nulla, a pronunciarle è Onesta Carpené, l’instancabile cooperante italiana arrivata a Phnom Penh nel 1980, quando la città ancora semideserta e allo sbando, stava provando a uscire dall’incubo del genocidio.


Mi affaccio da uno dei terrazzi dei piani alti dell’Hotel Monorom – uno dei pochi alberghi aperto agli stranieri – per osservare la città che con enorme fatica riprende a vivere un quotidiano dignitoso: vedo biciclette, tante biciclette. Scassate. I risciò, spinti da esili gambe fatte di nervi, si contano sulle dita di una mano. In prossimità di un incrocio, una Gaz 24 Volga di colore nero con rifiniture cromate, si muove lentamente senza una direzione precisa. A bordo c’è solo l’autista, sembra inebetito, disorientato. Scendo nella strada tra la gente, m’incammino senza una meta precisa osservando la flebile vita dei marciapiedi: ci sono venditori ambulanti – pochi – che con semplicità offrono ai passanti la povera mercanzia che hanno nelle canestre. Gli artigiani impiegano il tempo lavorando a rallentatore nelle loro modeste botteghe: singhiozzano nel mettere assieme i materiali, le mani faticano a ritrovare il ritmo del mestiere. Ad ogni angolo delle vie spunta un improvvisato salone di bellezza: le giovani parrucchiere, armate di spazzola e phon, colorano di biondo platino e stirano lunghe frangette alla francese. Le estetiste invece, che stanno nel retrobottega, per pochi riel rigenerano corpi grippati muovendo sapienti mani intrise d’olio. Ci sono lunghe file di ragazzini dinanzi ai botteghini dell’unico cinema di Phnom Penh: da qualche settimana vengono proiettati vecchi film europei e americani. Una ventata di svago e di serena quotidianità dopo anni di vita fatta di stenti e di mutismo sociale.
Se nelle città si sta ritornando, seppur con timore e debole ottimismo, ad auspicare un futuro migliore, inoltrarsi nelle campagne significa catapultarsi in una realtà completamente diversa: quelli che un tempo erano i campi dove si coltivava riso per l’intero fabbisogno della nazione e per l’esportazione, oggi sono ridotti a degli acquitrini. La produzione non riesce neppure a sfamare i suoi abitanti circostanti. I salari dei contadini sono poco più di cinque dollari al mese, quando un modesto pranzo in uno dei ristoranti della capitale ne costa almeno due.
Onesta Carpené singhiozza mentre, seduti su comode poltrone nella grande sala d’ingresso dell’Hotel Monorom, imbastisce un monologo riportandomi indietro nella storia recente: racconta del colpo di stato del Primo Ministro Lon Nol nel 1970. Un colpo vigliacco appoggiato dagli Stati Uniti, mentre il principe Norodom Sihanouk, allora sovrano della Cambogia, era assente da Palazzo Reale per un viaggio diplomatico in Francia, Unione Sovietica e Cina. Sihanouk, preso alla sprovvista e impossibilitato a rientrare a Phnom Penh, chiese ospitalità a Pechino, dove iniziò immediatamente a sostenere i Khmer rossi. Molti sostenitori del Sovrano, incoraggiati dallo stesso, entrarono a far parte delle milizie rivoluzionarie del Partito Comunista di Kampuchea.
Sempre nel 1970, il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, trovandosi ad un punto cruciale nella vicina guerra del Vietnam, ordinò incursioni militari in territorio cambogiano atte a distruggere l’avanzata dei Vietcong ai confini col Vietnam del Sud. Il “Sentiero di Ho Chi Minh”, strategica via di transito per i rifornimenti all’esercito di Hanoi, fu pesantemente e capillarmente bombardato dai B52 dell’aeronautica statunitense. L’obiettivo americano era quello di distruggere totalmente i rifugi e le basi dei Vietcong. L’aviazione a stelle e strisce non si risparmiò, l’ordine imperativo di Washington era quello di fermare l’avanzata comunista a tutti i costi.
All’alba del 17 aprile 1975 i Khmer rossi, dopo anni di lotta armata nelle campagne, entrarono a Phnom Penh. Un folto battaglione di giovani che nella vita avevano conosciuto solo guerra e brutalità, dettero inizio all’evacuazione dell’intera popolazione della Capitale. I brutali guerriglieri dallo sguardo impenetrabile, vestiti col popolare “pigiama” nero, unitamente alla krama – la tradizionale sciarpa cambogiana bianco-rossa –  indossata a mo’ di bandana, non ebbero pietà di nessuno. Gli ideali marxisti di Pol Pot, che traevano ispirazione dal filosofo e drammaturgo francese Jean-Paul Sartre, entrarono prepotentemente a far parte della nuova terrificante vita della popolazione Khmer. L’obiettivo era quello di eliminare il passato. Creare il nulla nel pensiero, il vuoto nella mente: per la Cambogia era l’anno zero.
La sorridente disperazione fatta di miseria, che fino a questo momento aveva accompagnato il popolo cambogiano, svaniva nel passato. Si apriva un nuovo capitolo della storia Khmer: il terrore di vivere.
Lo spietato Pol Pot, sostenuto dalla Repubblica Popolare Cinese, dette inizio fin da subito a massacri indiscriminati. Dal 1975 al 1979 circa due milioni di persone – un terzo dell’intera popolazione cambogiana – fu sterminata nella brutalità più assoluta.
Nessuna pietà, nessuno fu escluso: l’ordine di partire per le campagne fu perentorio. Furono svuotati anche gli ospedali, per molti già in precarie condizioni fu un cammino verso la morte. Solo pochissimi ebbero scampo.
Mentre la massa umana si dirigeva verso la periferia di Phnom Penh, i soldati del nuovo regime cercavano tra di loro ogni segno di agiatezza e di cultura: chi indossava abiti di buona qualità o semplicemente chi aveva un aspetto intellettuale, veniva tirato fuori dal gruppo e giustiziato sul posto a colpi di bastone. La vendetta di classe era lo slogan dei Khmer rossi. L’evacuazione della Capitale era vista come il primo passo verso l’ideale di una società comunista sognata dal dittatore Pol Pot.
Sradicata la collettività urbana sarebbe stato possibile costruire un sistema completamente nuovo costituito da lavoro, purezza rivoluzionaria e indipendenza nazionale.
L’Angka – il Partito Comunista di Kampuchea voluto dal regime dei Khmer rossi – oltre a raggruppare l’intera popolazione in cooperative, dove i contadini lavoravano dall’alba al tramonto in cambio di una razione di cibo costituita da un pugno di riso da consumarsi in ciotole comuni, avviò il folle progetto per la distruzione dei tre pilastri della società cambogiana: la famiglia, la religione buddhista e la comunità dei villaggi. I bambini – anche i più piccoli – furono separati dai genitori, le scuole chiuse e il denaro abolito. Molti templi buddhisti vennero completamente rasi al suolo. Dei sessantamila monaci che abitavano i templi prima del 1975, solo tremila sopravvissero fino all’invasione delle truppe vietnamite nel 1979.
Molti cambogiani finirono per soccombere alle privazioni della nuova vita: lavoro duro e fame. Tutto ciò non era un problema per il regime di Pol Pot: se un uomo non dava profitto, la sua morte non dava nessuna perdita. Purificare il popolo, ad ogni costo: era questo il motto.
L’occidente è sempre stato sordo nei confronti del dramma che si stava compiendo in questo angolo paradisiaco dell’Indocina, non ha mai voluto ascoltare. Le anime finivano nel vento nell’indifferenza del pianeta. La Cambogia non esisteva più, era stata cancellata: era diventata un Paese di fantasmi.


7 gennaio 1979: le truppe vietnamite invadono la Cambogia. Per i Khmer rossi non c’è via di scampo, se non quella di ritirarsi verso occidente ai confini con la Thailandia. Battambang e Poipet diventano le loro roccaforti, mentre nel resto del Paese si prova a cercare la pace.


Agosto 1989: i soldati di Hanoi lasciano la Kampuchea. Si mettono in viaggio su sgangherati autobus che portano a Moc Bai, la frontiera col Vietnam. Navigano su “carrette” che solcano le acque del Mekong. Gli ultimi rimasti affrontano un cammino infinito, a piedi.
Si annuncia un futuro di tregua tra i templi venerati dalla popolazione Khmer. Al congresso di Parigi i membri dei quattro partiti si fanno notare in atteggiamenti amichevoli, ma pochi giorni dopo, alla conferenza stampa del Primo Ministro Hun Sen all’aeroporto di Pochetong, si apprende la notizia che l’accordo è stato rinviato a data da stabilire. Un rinvio che ha il sapore di un fallimento. I Khmer rossi non intendono scomparire, lo dimostra il fatto che nella foresta i guerriglieri di Pol Pot stanno intensificando i combattimenti con le truppe governative.
Nella Capitale si avverte la tensione, la preoccupazione di un ritorno dei Khmer rossi è nell’aria. La situazione è critica, non fosse per il fatto che le Nazioni Unite hanno accettato le rappresentanze dei Khmer rossi alla conferenza di Parigi.


Kosal – un alto funzionario del Ministero degli Affari Esteri – invita i giornalisti accreditati sul volo messo a disposizione dal governo in occasione della visita di Roland Joffé – il regista del film “Urla del silenzio” – per un’escursione ai templi di Angkor Wat.
Si vola bassi verso nord, a tratti si sfiorano le fronde degli alberi. Il piccolo bimotore traballa nel monsone, per poi atterrare su una pista in terra battuta ricavata nella Storia. Si trascorrono giorni felici nella foresta, prima di rimettersi in volo, attesi da gente che spera.
Non sono amati i giornalisti nella Kampuchea di oggi: lo dice Kosal. Il governo non vuole assumersi nessuna responsabilità: non è sicuro rimare qui, meglio andare via. Altrove.
Non posso lasciare il Paese in aereo, non ho un biglietto prenotato. Discuto con Kosal per trovare una soluzione. Pare non ci siano problemi per una scorta militare messa a disposizione dal Ministero degli Interni fino al confine vietnamita. Oltre quella linea di demarcazione sarò libero.
Sulla via per Saigon, al di là dell’inferriata fortificata che divide i due stati, inganno il tempo d’attesa della partenza di qualche mezzo di fortuna, sfogliando un quotidiano in lingua inglese. Mi soffermo su una fotografia in bianco e nero di bambini cambogiani che sorridono, a lato il titolo in grassetto di un servizio a tre colonne ridesta la memoria: “Strage ad opera dei Khmer rossi in un villaggio di contadini nei pressi di Sisophon”.
Le speranze che clandestinamente mi sono messo nello zaino si disgregano: sento riecheggiare le urla provenienti dall’eco delle mura dell’ex liceo Tuol Sleng di Phnom Penh. Fosse comuni svuotate dalle ossa, abbandonate come sigilli atavici senza dimora a pochi passi dalla nuova vita. Frammenti di visioni in celluloide che infiammano la sensibilità e diventano macigni. Vengo avvolto da un silenzio assordante, inesistente.
Inciampo sbadatamente nel volto di un ragazzo incontrato sul volo per Mosca: stava andando a Pattaya con un amico, in vacanza. A divertirsi poco lontano da questo muro fatto di filo spinato, dove si sono spente le luci. E la guerra continua.  

Hotel Monorom (Phnom Penh), 8 agosto 1989 – Casorezzo, 10 ottobre 1989