I dannati di El Sod

I dannati di El Sod

El Sod, che in lingua amarica significa “casa del sale”, è il nome di un villaggio nato sul bordo del cratere di un vulcano spento, nel sud dell’Etiopia. I locali che abitano quelle terre lo chiamano “black hole”: buco nero. Il perché lo si intuisce guardando il paesaggio dal ciglio scosceso adiacente le ultime capanne del villaggio. Un’immensa voragine di 150 metri di dislivello con al centro una macchia nera. Una pozza d’acqua salmastra densa come la pece e profonda fino a 5 metri, dove, quotidianamente, i Borana – gli abitanti del posto – si immergono per estrarre il loro “oro nero”.
Attorno a questa infernale cavità naturale si estende la sconfinata pianura etiope. Per comprendere questo inquietante quotidiano africano, non basta sporgersi nell’immenso vuoto che assale al primo sguardo. Proprio come fece Dante, serve incamminarsi verso le viscere della terra, nell’origine, per poi risalire carichi di una visione che scuote il pensiero.
In questo remoto angolo di mondo ci si arriva percorrendo l’impercettibile discesa di un nastro d’asfalto che, dalla cittadina di Yabelo, conduce fino al confine kenyota. Dirigendosi verso sud, la strada si fa sempre più esile, portando il viaggiatore nel torpore di un imbuto mentale che sfocia in un’oasi medievale. È una linea retta senza fine questa via di comunicazione, un lungo cammino nella savana bruciata dal sole.
L’arrivo di uno straniero occidentale a El Sod suscita sempre una certa curiosità tra i locali: è una lussuosa attrazione, soprattutto dal punto di vista economico. In Africa è così, il “bianco” porta quasi sempre denaro. Il “bianco” è un bancomat senza codice segreto. Per molti, “il bianco” è anche un pollo da spennare. Il villaggio si riunisce rapidamente quando arriva un forestiero: sanno che si fermerà per poco tempo in questo luogo dimenticato da Dio, serve fare in fretta, non c’è tempo da perdere.
A El Sod, i viaggiatori arrivano per scendere nel cratere, per toccare con mano questa “scenografica” realtà. I Borana lo sanno: da qualche anno chiedono il pagamento di una tassa, pochi “birr” che andranno al sostentamento della comunità locale. È quello che dicono ad ogni turista. Tuttavia la realtà è un’altra: queste piccole somme di denaro finiranno nelle tasche di pochi “imprenditori locali”, il resto della popolazione continuerà a tendere la mano, scambiando un “birr” per un’umiliante posa fotografica.
I Borana sono tradizionalmente di fede islamica, lo sa capisce dalla piccola moschea costruita tra le capanne del villaggio. È un islam blando questo dei villaggi nel sud dell’Etiopia, in pochi sono avvezzi ad una pratica costante nel rispetto delle regole religiose. Per la maggior parte della gente la fede è solo un’azione interiore, dove Allah rimane un punto di riferimento, per preservarsi e proteggersi dalle difficoltà della vita.
La pozza d’acqua sul fondo del cratere nasconde la ricchezza dell’intero villaggio: il sale. L’estrazione non è semplice, questo lavoro costa fatica ed esperienza. Il giovani “salt men” devono immergersi nell’acqua salmastra dalle sfumature del bitume, accompagnati dall’inseparabile bastone dalla foggia rudimentale: lo strumento utilizzato per staccare dal fondo le grosse quantità di fango melmoso dove è contenuto sale. Sprofondano nel “cuore nero” della terra, per dare un senso alla loro vita, per riempire le pance dei loro familiari. Per poter continuare a sopravvivere.
Per vedere il lavoro dei Borana nell’estrazione del sale, bisogna scendere fino alla “pozzanghera nera”. Il tragitto è impegnativo, impervio: la mulattiera è ripida, le pietre levigate sono ricoperte di terriccio. Si scivola facilmente. C’è molto traffico sulla “strada”, è un grande andirivieni: si incrociano somarelli carichi all’inverosimile, trasportano sacchi di sale grezzo. Salgono dal cratere, per poi riscendere, più volte al giorno, avvolti nella cappa di calore che stordisce e strema, in un cammino infinito.
In questo “Regno dei dannati” nessuno conosce Virgilio e la “Divina Commedia”, nella discesa verso gli inferi ci si affida al destino, ognuno è guida di se stesso nel viaggio che conduce all’inferno.
Marcos, un giovane che fino a qualche anno fa faceva il mestiere del “salt man”, oggi accompagna i turisti sul fondo del cratere. Racconta la sua storia ai viaggiatori più curiosi: parla degli amici che continuano a spezzarsi la schiena, giorno dopo giorno, in cambio di pochi birr.
Marcos si svegliava presto la mattina quando faceva questo lavoro infame. Le prime ore della giornata sono le meno calde, a mezzogiorno la temperatura sfiora i 50 gradi: è impossibile lavorare sotto il sole. Il cratere è un immenso catino naturale, sul fondo non circola aria, si soffoca.
Durante la camminata che conduce alla pozza del sale, Marcos parla della sua vita, di quando era poco più che un ragazzino e il suo sogno era quello di trasferirsi ad Arba Minch, per poter frequentare la facoltà di economia della locale università. Purtroppo i suoi desideri non hanno mai preso forma, in famiglia servivano le sue braccia per sfamare i fratelli più giovani. Marcos, oltre a fare da guida agli stranieri che giungono al suo villaggio, si occupa della parte amministrativa del locale consorzio che gestisce il commercio del sale.
Si incontra molta gente lungo il sentiero: ragazzini che conducono “carovane” di asini zoppicanti, bambini scalzi lanciati in corse a rotta di collo verso il precipizio, anziani dalle gambe magre che risalgono la mulattiera appoggiandosi a lunghi bastoni in bambù, giovani dalla corporatura statuaria con enormi sacchi di juta caricati sulle spalle.
In questi villaggi nel sud dell’Etiopia la speranza di vita di un uomo raggiunge a malapena i cinquant’anni. Le donne invece, quelle che non hanno avuto figli, vivono un po’ di più. La mortalità infantile è ancora molto alta: alcune banali malattie non vengono curate per mancanza di medicinali e strutture adeguate. La malaria viene ancora curata con erbe e piante endemiche. Nell’Africa del terzo millennio si muore ancora troppo facilmente. Inermi, come sempre.
Quando termina la discesa del pendio, e il sentiero perde forma diramandosi su un terreno fangoso, i passi diventano pesanti. I locali procedono scalzi sprofondando nella melma, dirigendosi in linea retta verso la meta. Chi invece ha la fortuna di indossare un paio di scarpe, è costretto ad aggirare le zone dalla superficie più molle, cercando un suolo più compatto dove stendere i propri passi.
Sono instancabili i Borana, camminano a piedi nudi per ore, spinti solamente da un fascio di nervi color ebano. Nelle loro vene scorre lo stesso sangue di Abebe Bikila, il campione olimpionico che nel 1960 vinse la maratona di Roma correndo scalzo. Gli etiopi camminano sempre: incedono con passo solenne, per giorni interi. Non scivolano mai. Come i loro avi procedono nella vita con la forza di una locomotiva, all’apparenza indenni, nascondendo dietro ai loro occhi la stanchezza di un lavoro sovraumano.
Il cielo è nuvoloso quest’oggi, la temperatura non è soffocante. C’è fermento nella “pozza nera”: oltre ai giovani lavoratori, alcuni ragazzini giocano a farsi galleggiare nell’acqua salata. Non sanno ancora che il piacevole svago di oggi, domani potrebbe diventare una condanna per la vita.
Serve essere in ottime condizioni fisiche per svolgere questo mestiere. Non basta essere forti, ci vuole esperienza. Bisogna sapersi immergere in apnea tenendo gli occhi chiusi, trascinando con se l’asta che servirà a scavare sul fondo. Si scende fino a cinque metri, per trenta, a volte quaranta secondi. Poi si risale in superficie, spinti dalla salinità dell’acqua. Tra le braccia si stringe la preziosa massa del “pescato”: sale e fango, come fosse un tesoro dal valore inestimabile. Qualcuno sulla riva del “laghetto” insacca la pregiata materia nera, mentre altri lavoratori provvedono a caricare gli asini, nell’attesa che il “convoglio” parta e si avvii verso la casa del sale ubicata nel villaggio.
Lavorano per pochi birr i ragazzi di questo girone dantesco. Dieci, a volte dodici ore al giorno. Si riconoscono subito, quando la sera passeggiano lungo le vie del villaggio: hanno i piedi cotti dalla salsedine, la pelle delle mani sembra scollarsi, è bruciata dal sale. Il petto e il viso sono perennemente “tinti” di nero: non è facile ripulirsi totalmente dalla “pasta” che pare catrame. È un lavoro disumano che si tramanda da padre in figlio, questo. I giovani, che sfortunatamente o per necessità si trovano coinvolti, difficilmente riusciranno a trovare una via d’uscita: la loro vita sarà segnata per sempre, come un marchio a fuoco.
Dal cratere di El Sod, ogni anno vengono estratti 60.000 chilogrammi di sale. Il restante, che necessità per coprire il fabbisogno nazionale, viene prodotto dagli Afar, nella lontana e aspra Dancalia.
La scarpinata per risalire il cratere è faticosa, lo si vede dai volti degli uomini non più giovani: gocciolano di sudore, respirano con affanno. Si fermano per far riposare le gambe. Anche per gli animali è impegnativo: arrancano al limite della fatica, sotto l’enorme peso che trasportano. Nei tratti più ripidi le esili “gambette” dei somarelli più anziani sembrano spezzarsi, mentre gli zoccoli scivolano sulle pietre levigate. A volte cadono, questi poveri animali. Ma si rialzano subito, lamentandosi solo con uno sbuffo.
Si risale lentamente dall’infernale cratere di El Sod: è un cammino verso il paradiso, questo. La pianura sembra essersi dissolta, non sono così sicuro di ritrovarla al suo posto. Forse non è mai esistita. La meta assume sempre più le sembianze di un miraggio. Il cielo, nel frattempo, si è allontanato.
È un sollievo ritornare nel mondo dove vivono gli uomini. C’è fermento al villaggio per il ritorno in “superficie” dei “bianchi”. I bambini più svegli fiutano affari: sanno che dopo una grande salita, i viaggiatori hanno bisogno di dissetarsi. Si vedono secchi in metallo allineati sul bordo del cratere, ma non sono riempiti di sale: lo sanno tutti che si guadagna molto di più con la Coca Cola, la Fanta e la Sprite.
A El Sod i turisti ci vengono spesso: scendono il sentiero, fanno le fotografie ai lavoratori del sale, risalgono il cratere e scompaiono nel nulla da dove sono venuti. Arrivano perché il dramma di questa gente fa spettacolo: mostrare le fotografie dei ragazzi coperti dal nulla della pece fa applaudire gli amici. Sono in pochi coloro che hanno voglia di conoscere e capire il quotidiano di questo mondo. Per la maggior parte dei turisti, El Sod rimane il luogo dove vivono fenomeni da baraccone. È questo il ricordo che si mettono in valigia, e si portano a casa.
L’ultimo asinello ha raggiunto l’orlo del cratere trasportando gli ultimi sacchi di ”oro nero”. Tra poco il sole si nasconderà oltre l’orizzonte. Alla casa del sale, Marcos ha iniziato il suo turno di lavoro serale: ci sono i sacchi da contare e pesare, calcolare i compensi giornalieri dei ragazzi che hanno estratto la materia prima e organizzare le squadre di lavoro per l’indomani.
È arrivato il silenzio a El Sod, si va a dormire presto sotto le acacie di quest’Africa senza stelle. Domani il sole sorgerà come sempre, ad est. Sarà un nuovo giorno: probabilmente come ieri, come quelli che verranno. Come quelli di tanti anni fa.