I piccoli schiavi del fango

“I piccoli schiavi del fango”

Percorrendo la strada che collega Lilongwe a Blantyre, per circa cinquanta chilometri si viaggia su un nastro di asfalto  che divide il territorio mozambicano da quello del Malawi. Da una parte l’Africa degli inglesi nell’illusoria parvenza di una proiezione verso il progresso, dall’altra la miseria e i postumi della guerra civile che per anni ha martoriato il Mozambico.
Lo scenario che appare agli occhi del viaggiatore è qualcosa di già visto, soprattutto in molti paesi africani: povera gente ammassata ai confini, in attesa di poter oltrepassare una linea di demarcazione, dove il mondo, apparentemente, sembra essere meno ostile.
Sono molti i villaggi che sorgono ai bordi della strada, alcuni di loro non hanno un nome. Solo i più grandi hanno un’identità. A poche ore d’auto da Blantyre – la prima città del Malawi per importanza economica – sorge il grande villaggio di Bawi. Divenuto famoso negli ultimi anni per la produzione di mattoni per l’edilizia, oggi, grazie anche all’impiego di manodopera illegale da parte dell’industria locale, è diventato il maggior centro di produzione di laterizi di tutto il Paese.
La crescente economia di questo Paese africano, che tutt’oggi vive sotto l’ala protettrice di madre Inghilterra, fa presagire a degli standard industriali all’avanguardia, poco lontano dagli evoluti modelli europei. Seppur rassegnati ad una visione africana mai al passo coi tempi, dove cicli produttivi rallentati da obsoleti macchinari, norme di sicurezza approssimative e ritmi di lavoro frenati dalla calura della latitudine sono nella norma, diventa estremamente difficile accettare il compromesso di uno scenario che riporta ad una società del secolo scorso. Metodologie e condizioni di vita lavorative ataviche, spesso disumane: inaccettabili per un mondo del lavoro che si affaccia alle porte del terzo millennio.
Il materiale argilloso per la fabbricazione dei mattoni viene estratto manualmente dalle “grandi fosse”. È un girone dantesco lo scenario che appare agli occhi indiscreti del visitatore. Un raccapricciante spettacolo che riporta tristemente nella commedia fotografica di Serra Pelada, la miniera d’oro brasiliana documentata da Sebastião Salgado in uno dei suoi più importanti reportage.
Per la trama di questo film africano, il regista non ha scelto “attori” a caso. Non si vedono giovani e possenti energumeni dai bicipiti lucidati dal sudore. Le “comparse” selezionate hanno il corpo esile, spesso ancora acerbo. Le loro ossa trasmettono fragilità, i loro occhi affossati dalla fatica trascinano nella compassione: sono bambini appena cresciuti, presi in prestito dalla strada, o dalla vicina guerra oltreconfine.
Non ci sono pepite d’oro in questa terra, il Brasile è lontano migliaia di miglia. Il vero tesoro in questo angolo di Africa è l’argilla rossa. Un grande business che arricchisce, se la produzione dei mattoni viene realizzata a basso costo servendosi di manodopera minorile.
I piccoli “schiavi del fango”, figli di profughi mozambicani o, nel migliore dei casi, di famiglie disperate del luogo, lavorano per dieci kwacha al giorno, l’equivalente di mezzo dollaro: dall’alba al tramonto. Sempre.
Ci si vorrebbe svegliare da un sogno per uscire dall’incubo. O magari leggere i titoli di coda di un film drammatico che ci ha fatto piangere. Ma la realtà prende il sopravvento: bambini neri scalzi immersi nel fango fino sopra le ginocchia, quasi nudi. Non hanno  nulla per coprirsi il corpo, solo un cencio ricavato da un sacco che qualcuno ha dimenticato nel mercato. Lo usano per nascondere quel poco di intimo che ancora rimane nella loro giovane età negata.
Nelle fosse del fango si lavora senza interruzione: le sottili gambette “zampettano” su e giù per un sentiero umido e scivoloso. I giovani piedi già ricoperti dalla coltre callosa, arrancano fino a quando le forze vengono a mancare. Le “manine” dal palmo bianco scavano nel terreno come piccole benne a cinque denti. L’argilla perde di densità e si scioglie, cola sulle braccia arrivando a coprire i gomiti. I “piccoli operai” riempiono gli stampi che danno forma al mattone, fino all’orlo superiore, per poi trasportarli a braccia nell’aia adibita ad essiccatoio. La paglia stesa sul terreno, dove vengono allineate le pesanti sagome, impedisce al materiale argilloso di attaccarsi alla base durante la cottura sotto i raggi del sole africano. In poche ore i mattoni saranno pronti, cotti al punto giusto. Poi, un vecchio camion arrugginito li trasporterà verso la destinazione finale.
La presenza di occhi stranieri non è gradita in queste fabbriche clandestine, lo si capisce dall’atteggiamento del guardiano che, mantenendosi a debita distanza dagli intrusi, con tono perentorio mostra il suo dissenso alzando verso il cielo un bastone in bambù.
L’inferno di Serra Pelada non esiste più, l’oro è finito. I garimperos se ne sono andati altrove, si sono dati ad altra vita: il pianeta è ricco di inferi. A Bawi invece si lavorerà ancora per molto tempo. Ci vorranno anni prima di veder cessare lo sfruttamento di manodopera minorile: sono ancora troppe le capanne africane da trasformare in lussuosi palazzi.
I mattoni per costruire l’Africa del terzo millennio nascono dalla fatica dei bambini neri, quelli con la faccia sporca. Ma che importa se esili gambe tremanti continueranno a spezzarsi nelle fosse del fango. Dell’infanzia negata e strappata con forza a vite ancora acerbe, non interessa a nessuno. Chi dovrebbe interessarsi e occuparsi di loro, volta la faccia. Fa finta di niente. Per il mondo non esistono questi giovani schiavi di fine millennio.
Non serve soffermarsi ad un’osservazione attenta, basta guardarli fugacemente per capire che sono piccole creature in carne e ossa. Sono bambini come i nostri che, nonostante tutto, hanno ancora la forza per donare un sorriso.  

Bawi, Malawi 1995