Il bambino che vendeva Topolino

Il bambino che vendeva “Topolino”

Negli anni Ottanta, quando la mia carriera di fotografo era ancora agli inizi, ero quasi sempre alla ricerca di luoghi animati dove potermi esercitare attraverso la fotografia di reportage.
La prima domenica di ogni mese, nell’antico borgo di Castiglione Olona, si svolgeva la Fiera del Cardinale, un tradizionale mercatino dell’antiquariato molto  frequentato dalla gente del posto.
Nelle gelide mattinate invernali la luce e l’atmosfera erano speciali. Le vie del borgo antico si animavano di venditori ambulanti. Mercanzie curiose o consumate dal tempo andato, venivano esposte alla vista di semplici curiosi, ma anche di esperti antiquari. Mobili liberty, sedie restaurate o semplicemente riverniciate, tavoli tarlati, grammofoni tirati a lucido e perfettamente funzionanti, orologi a pendolo, casacche militari e cappotti dell’esercito tedesco. Ma anche oggetti etnici portati fin qui, alle porte di Varese, da abili commercianti o semplici viaggiatori. Sulle bancarelle si trovavano anche i bastoncini d’incenso, bastava strofinarli per sentire la fragranza del lontano oriente.
Di quelle “uscite” fotografiche invernali ricordo il freddo pungente, soprattutto alle mani. Ogni movimento sulla fotocamera era difficoltoso: sostituire gli obiettivi, mettere a fuoco, riavvolgere la pellicola e cambiare il rullino. Non si perdeva occasione per riscaldarsi e trovare un po’ di tepore nei bar del paese. Un tè, a volte un bicchiere di latte, poi si continuava nell’ossessiva ricerca della luce buona e di un volto espressivo che raccontasse il quotidiano del luogo.
Sulla strada in leggera salita pavimentata di ciottoli, che portava al parcheggio delle auto appena fuori il borgo, c’era una vecchia panetteria. Nelle domeniche della “Fiera del Cardinale” rimaneva aperta per i visitatori, ma solo fino a mezzogiorno. Non passava inosservata, sia per lo stile della vetrina, ma anche per il profumo che usciva dall’uscio ogni qualvolta qualcuno lo apriva. Il sacchetto in carta avana, dove qualche istante prima la moglie del fornaio ci aveva messo le michette, donava il calore del pane appena sfornato. Ricordo il bancone di quella bottega: sulla destra c’era sempre una teglia di focaccia alle cipolle, fumante e dal buon profumo.
Nel 1988, in una di quelle fredde mattine di gennaio, che tanto amavo per la luce radente che lo spazio del luogo riusciva a donare, a lato dell’ingresso della panetteria notai un bambino seduto sulla soglia in pietra di un vecchio portone. Indossava una giacca a vento colorata di almeno due taglie più grandi, dove, nelle maniche troppo lunghe, ritraeva le mani per proteggersi dal freddo. Aveva gli occhi scuri. Anche i capelli, foltissimi, erano scuri. Quasi neri. Stava in silenzio, accovacciato su una pila di libri che gli permettevano di isolare il suo esile corpo dal suolo gelido. Aveva l’aria timida quel bambino, non sorrideva. Stava immobile vicino alla sua merce in vendita fissando i passanti. Sulla sua non bancarella erano esposti vecchi numeri di “Topolino”, il fumetto più diffuso in Italia, assieme a Tex Willer e Diabolik. Non aveva altro, solo “Topolino.
Quel bambino mi folgorò all’istante, il suo essere forzatamente grande in un mondo di adulti, entrava con purezza e spontaneità in una visione fiabesca d’altri tempi. Mi avvicinai a lui con delicatezza accennandogli un sorriso. Aspettai un istante prima di “puntargli” l’obiettivo, avevo bisogno di riflettere, di osservare la sua reazione. Mi inginocchiai ponendomi alla sua altezza prendendo tempo. Feci la mia fotografia, un solo scatto.
A Castiglione Olona ci ritornai ancora per qualche tempo, ma quel bambino non lo rividi più.
A distanza di anni quella fotografia fu selezionata per il mio primo libro: “Bambini e bambini”. Era il 1996.
Il tempo passa sempre in fretta, a volte scivola via e ci sfugge di mano. Il passato spesso viene parcheggiato nei cassetti della memoria e archiviato nei forzieri della vita, che il più delle volte rimarranno chiusi per l’eternità. Non fosse per una richiesta di amicizia arrivatami attraverso Facebook, il ricordo di quella fotografia scattata al bambino che vendeva “Topolino” alla “Fiera del Cardinale”, non si sarebbe mai più risvegliato nella mia mente.
“Giosuè”, due amici in comune. Sfoglio velocemente la galleria delle sue fotografie. Negli album ci sono immagini di raduni cicloturistici, di cime alpine e di leggendari passi dolomitici. Balza subito all’occhio che Giosuè è un appassionato di ciclismo. Piace anche a me questo sport. Accetto l’amicizia.
Passano solo pochi istanti, Giosuè mi invia un messaggio privato, mi allega anche una fotografia: quella del “Bambino di Castiglione Olona” pubblicata nel mio libro.
“Ciao Giovanni, grazie! Quel bambino che hai fotografato trentuno anni fa sono io”. Giosuè mi ringrazia più volte, mi dice che non ha fotografie di quando era bambino e che questa immagine per lui è molto importante.
In tanti anni che faccio questo mestiere non mi era mai successo un fatto del genere. È stato un grande dono del destino, anche per me.
Dopo quel centoventicinquesimo di secondo di trentuno anni fa, reincontrerò Giosuè. Ci vedremo dove ci siamo lasciati: a lato dell’ingresso della panetteria, davanti al vecchio portone.
È proprio vero, ogni volta che facciamo una fotografia, lasciamo un seme nel terreno della storia. A volte, questi semi, diventano alberi.