Il “Fuso” non esiste

Lo aveva rintracciato su una pagina web, il mio numero di telefono, il “Fuso”. Quando mi chiamò, mi chiese di incontrarci per parlare dell’arte della fotografia: voleva approfondire la conoscenza del bianco e nero “tuffandosi” nel mondo del reportage.
Gli impegni ci impedirono di vederci subito, ci incontrammo solo dopo qualche settimana. Ricordo ancora oggi quella particolare serata d’autunno: la prima nebbia di stagione della pianura si muoveva nell’aria, nascondendo i profili che delimitavano i confini tra la provincia di Milano e quella di Varese. Avevamo fissato l’appuntamento in un luogo dove si incrociano strade senza nome, tra un viale segnato da platani allineati e un locale di “frontiera” dall’insegna sbiadita e la serranda ammaccata.
Camillo Fuso ─ il “Fuso” ─, puntuale come un orologio svizzero, attendeva il mio arrivo nel luogo prestabilito: Borsano. Proteggendosi nella penombra proiettata da un lampione che illuminava il marciapiede di una località di confine, ingannava il tempo guardando il vuoto del “deserto”. Luogo non luogo ignorato dalle mappe, Borsano visse il suo splendore negli anni Settanta quando, un’aitante signora non più giovanissima, conosciuta col nome di “Bersagliera”, inforcava una Graziella di colore rosso fiammante e, pedalando come una forsennata, raggiungeva il suo posto di lavoro ubicato sul ciglio della strada che conduceva alla piscina comunale.
Non c’era posto migliore per incontrare uno sconosciuto che, nel tempo, sarebbe diventato un grande e originale amico.
Camillo era appoggiato alla sua auto ─ una Volkswagen Golf diesel di colore grigio chiaro ─ parcheggiata in retromarcia sul passaggio pedonale. Lo sguardo stralunato che traspariva dal suo volto lasciava presagire che, il lento fluire del tempo d’attesa, era diventato padrone della sua anima.
L’imponente stazza dell’omone, che non ero riuscito a immaginarmi, mi venne incontro tenendo tra le labbra una “storgia” rollata. Non era una sigaretta comune, il fumo che restituiva all’aria aveva un profumo speziato. Ci stringemmo la mano, ma senza presentarci: conoscevamo già le nostre storie. Sarebbe stato banale pronunciare formalmente i nostri nomi, perdendo tempo prezioso. Salimmo in macchina all’istante sbattendo le portiere e, dopo aver raggiunto un locale dove una giovane donzella in minigonna ci servì alcuni boccali di birra, demmo inizio a un dialogo fotografico senza fine. Smettemmo di parlare, diventando quasi muti, quando l’orologio di Camillo segnava le ore piccole della notte.
Il “Fuso” aveva, e ha tuttora, una visione “fusa” della fotografia. Camillo ha sempre scattato fotografie lasciandosi trascinare dall’impulsività del suo carattere, quella sconsiderata frenesia che lo ha trascinato oltre la soglia del “Roxy Bar”, in una vita spericolata che è diventata solo sua.
Nell’irrequieta liquefazione di un approccio, dalle sue fotografie traspare l’inumana imperfezione di una visione ansiosa. Impulsi non catalogabili, sregolati da particelle di chimica cerebrale. Nell’imperterrito rifiuto di una natura non priva di filtri, l’occhio di Camillo emigra oltre la logica abbandonando nervosamente il mirino. Il suo sguardo vaga perennemente nell’attimo in cui, un tempo lento, lascia solo intuire. Senza mai ordinare.

Ho guardato un film senza pubblicità nella notte insonne in cui mi rigiravo sotto le lenzuola. “Camillo “Fuso” non esiste: era solo un sogno, una leggenda in bianco e nero creata in camera oscura.
Nel primo tempo ho visto Camillo sdraiato nel sudiciume di una medina araba: fotografava le persone che gli passavano accanto, usando come sfondo le facciate delle case dipinte col colore del cielo.
Ho visto Camillo “abbracciare” una grassoccia turista dai capelli rossi e le lentiggini: voleva ritrarla con un originale primo piano, deformando la fisionomia attraverso la visione prospettica di un “venti millimetri”.
Ho visto Camillo scattare un ritratto proibito, senza consenso, a un’ortolana berbera seduta in un angolo di un mercato del Maghreb. Subito dopo ho visto l’anziana donna, spazientita, “frustare” il “Fuso” con un mazzo di prezzemolo. Non credo sia venuta una bella fotografia, ma il ricordo rimane.
Ho visto Camillo volare, e atterrare nelle luride acque del Gange: al collo aveva una macchina fotografica.
Ho visto Camillo far cadere la sua Leica nelle sabbie del Sahara, e riprendere a scattare fotografie subito dopo aver soffiato sull’obiettivo.
Ho visto Camillo offrire una patatina fritta a una bella ragazza bulgara, chiedendo subito dopo la sua “patatina” in cambio.
Nel secondo tempo del film, dopo aver acquistato un sacchetto di pop-corn ancora caldi e una lattina di Coca Cola da un ragazzo bengalese, ho visto Camillo felice come un bambino: sgasava e faceva sgommare la sua moto, sollevando nuvole di polvere tra papaveri rossi e nuvole in cammino nel cielo.
Ho visto Camillo, sempre nella seconda parte del filmato, intenerirsi guardando un videomessaggio della mamma sul suo smartphone: “Camillo, mi raccomando, non fare uso di “droghe” in viaggio”.
Ho visto Camillo parcheggiare un bolide nella terra del cioccolato, e varcare imbronciato la soglia del paradiso. Ho rivisto Camillo qualche ora dopo, uscire: sorrideva mentre apriva la portiera della sua astronave bianca.
Ho visto Camillo giocare con Marcel ─ un bambino africano con problemi motori ─ a Chinguetti: so che non si sono mai lasciati. E l’abbraccio è ancora vivo.
Ho visto Camillo bloccato in un’interminabile coda sull’Autostrada del Sole: abbassava i finestrini della sua Mercedes ─ tra lo stupore e le risa dei passeggeri delle altre vetture incolonnate ─ e si connetteva a YouPorn alzando il volume degli altoparlanti.

Il “Fuso” nella vita vende “trapani verdi”, in bianco e nero. Molti trapani, ma solo “verdi in bianco e nero”. È un bravo direttore commerciale nel suo settore. Dicono i colleghi.
Durante la settimana corre su è giù per l’Italia sfidando i moderni Tutor “acchiappapersone”, non si ferma mai. Dal lunedì al venerdì rimane incollato a un volante in pelle, con il piede destro appoggiato all’acceleratore. Per dovere morale, o semplicemente per vocazione. Non potrebbe mai fermarsi dietro a una scrivania: si ossiderebbe, sarebbe la sua fine.
Quando arrivano le “diciotto” del fine settimana, è “tanta roba”: thank God it’s Friday! Camillo può azzerare il software della mente: il rettilineo della tangenziale, seppur infuocato, autorizza il decollo verso il paradiso orobico. Librandosi nell’aria, tra vuoti d’aria e virate mozzafiato, il pensiero orientale colora illusorie bollicine fresche di sorgente e residui di succhi gastrici privi di energia. Romantiche e sfavillanti icone tecnologiche trasformano gli arrugginiti sentimenti in improvvise deglutizioni. Il sari trasparente conduce alla follia, mentre spietate fauci si preparano ad assorbire il nobile nettare mattutino, fino all’ultima goccia.
Saranno giorni sereni, quelli che verranno. Tra aromi ascetici e abbagli perversi, ignorate fiaccole trasformeranno gli incubi in mondani piaceri. Sarà tempo celere, fino alla prima luce del giorno che verrà.
Il fragile “bonsai”, derubato e prosciugato della sua linfa vitale, si nasconde tra le organze di un’angusta prigione in poliestere. Rimane il ricordo di una simpatia sciupata, tra riflettori ormai spenti e cerniere ancora abbassate.
Il debole vento, che non ha mai cessato il suo bisbiglio, regala lo spettacolo di un foulard rossoblu trasportato da una freccia in cammino verso la Città Eterna.
Arriva l’alba, ed è già lunedì: suonano le sirene mentre una donna fugge chissà dove aggrappata a un ananas. Camillo è ancora “Fuso”, non risponde agli allarmanti messaggi con la richiesta di un aiuto. Il mondo non esiste, si è dissolto. O forse non è mai esistito.
Camillo è molto disordinato. Camillo è “scassato”. Camillo si muove con passi pesanti, ma veloci. Camillo mette ansia nei suoi movimenti. Camillo porta assuefazione che non va più via. Le donne lo rincorrono perché quando ama sa andare lontano. Anche il “Papa” lo adora: hanno mangiato il pesce insieme, in riva al mare.
Nel nulla spirituale del grande deserto ha rivolto la parola a un Muezzin, il “Fuso”: sporgendosi dal tetto della “Maison” gli ha ricordato di ricordare che “Allahu akbar”. Camillo ha passato momenti di serenità tra le sabbie dell’infinito: ha respirato l’universo, senza mai tossire. Senza mai sentire il desiderio di tornare a casa.
Camillo sa far ridere, ma anche incazzare. Sa condurre alla riflessione, a modo suo. Sa condividere pasti frugali mangiando nello stesso piatto di sconosciuti. Sa dividere un letto nelle stamberghe del mondo senza Dio. Sa parlare di futuro, e di sogni infranti. Sa assaporare il piacere di un baratto accompagnato da una stretta di mano: un racconto dalla trama erotica ─ “Nel letto di Amanda” ─ in cambio di un “avvitatore verde in bianco e nero”.
Lo si sente amico quando abbassa il tono di voce donando fiducia e, nello smarrimento dell’imbarazzo, chiede timidamente di parlare di lui con onestà e sincerità.
La pulizia di un foglio candido trascina negli abissi, vengono le vertigini se ci si affaccia al balcone di Camillo. È un “Soggetto” troppo ingombrante per essere raccontato in poche righe. È scontato e riduttivo definirlo un ragazzaccio dal cuore grande, e il “pisello” piccolo ma simpatico. Non serve scavare nella sua personalità per parlare di lui: la sua anima è trasparente, comunica senza filtri. O quasi. Serve solo cogliere l’attimo per “narrare” Camillo, o magari spiarlo mentre guarda il “ragazzo” di un tempo ─ oggi con barba e occhiali ─ attraverso il riflesso di uno specchio appeso alla parete di un bagno. Non serve infrangere l’intimità del principio immateriale, meglio lasciarla decantare nello zaino appesantito dall’esperienza della vita.

Nell’istante in cui scivolavano i titoli di coda, accompagnati dall’ormai fragile dormiveglia, ho sentito Camillo singhiozzare. Un pianto d’amore disperato rompeva il silenzio del luogo. Era ancora notte fonda, solo il riflesso rosso di un cuore virtuale fendeva l’oscurità, lasciando vane speranze di riconciliazione sulle pareti della stanza. La luce si assopiva solo dopo qualche tempo, assieme alle lacrime di Camillo che, sfinito, cadeva in un sonno profondo.
Nello schiarire del cielo, quando l’oscurità della notte sbiadisce rapidamente per lasciare il posto alla luce del nuovo giorno, un furtivo raggio di sole illuminò la Leica del “Fuso” abbandonata sul pavimento della camera. Sotto di essa, qualcuno aveva lasciato un messaggio scritto in corsivo sulla pagina di un taccuino: “Camillo, Chinguetti è solo a due giorni di Sputnik. Licenziati”.