Il popolo della ferrovia

Il popolo della ferrovia

Alla stazione di Park Circus ci si arriva scendendo le scale da un imponente cavalcavia che attraversa la parte est di Calcutta. Si lascia il rumore assordante dei clacson, che come in un girone dantesco, accompagnano la frenesia del traffico in perenne movimento senza un attimo di tregua. Pochi passi, per immergersi nell’inferno ferroviario e assorbire lo stridio delle ferraglie provocato dalle ruote dei vagoni, ancora oggi trainati da vecchi locomotori alimentati a nafta.
E’ una stazione secondaria Park Circus, da qui partono e arrivano solo i treni dei pendolari, migliaia di persone che quotidianamente si muovono su carrozze sempre affollate, per raggiungere un posto di lavoro spesso lontano ore di viaggio.
Nei momenti di punta i marciapiedi della stazione si trasformano in un enorme formicaio fatto di esseri umani, alcuni accompagnati da una semplice valigetta, altri invece carichi di ogni masserizia. Lo scenario è quello tipico di ogni stazione ferroviaria indiana: affascinante per chi viene da fuori, un delirio per chi è costretto a viverlo quotidianamente.
Ci si muove a fatica tra la gente in attesa dei treni, quasi sempre in fila e accalcata sulle strette banchine. Si cammina in una società in continuo movimento dove ogni forma di business è ammessa: ci sono venditori ambulanti di vestiti falsamente griffati, bancarelle che friggono il ciapati, c’è chi vende i palloncini colorati per i bambini che devono affrontare un viaggio, chiromanti che leggono la mano o si inventano il futuro attraverso le carte, improvvisati estetisti armati di enormi cottonfiocc per la pulizia delle orecchie. E poi ancora venditori di biglietti della lotteria, per un sogno miliardario in cambio di poche rupie. Park Circus Station copre una piccola area ubicata tra edifici commerciali e palazzi fatiscenti, nulla a che vedere con Howrah e Sealdah Station, dove partono i treni a lunga percorrenza che portano a Mumbay, a Bangalore e nel sud del paese fino a Trivandrum.
Basta camminare per qualche decina di minuti, non importa in quale direzione, per vedere il marciapiede che divide i binari svuotarsi di gente e scivolare nella massicciata ferroviaria.
Il vociferare dei passeggeri in partenza scompare lentamente. Scompaiono anche le urla dei commercianti che attirano i clienti verso il loro business. L’atmosfera si trasforma lentamente in una situazione familiare di quartiere. Si cammina sulle rotaie e più ci si spinge tra le baracche, più si viene avvolti da un senso di univoco disagio sociale.
Si prosegue tra centinaia di catapecchie improvvisate e allineate alla ferrovia, gli adulti sono composti e molto dignitosi nonostante la situazione di estremo disagio e povertà. La vita brulica come in un normale villaggio dell’India. Le donne sono intente alle mansioni di casa: c’è chi lava i panni, chi sbuccia le patate o pulisce le verdure, chi intreccia la lana con vecchi aghi arrugginiti. Ci sono anche donne, le più giovani, che spulciano i pidocchi dalle teste dei loro figlioletti. Gli uomini li ritrovi quasi sempre seduti con le gambe accavallate o accovacciati nei rari fazzoletti d’ombra, intenti in una partita a carte o col volto piegato su una scacchiera a giocare a dama.
Più ci si allontana dal fulcro della stazione, più le baracche assumo un aspetto degradante.
A poco più di un metro dalle rotaie sono stati improvvisati ricoveri fatti di stracci, vecchi pezzi di plastica tenuti assieme col nastro adesivo usato per i pacchi, cartoni recuperati da imballi industriali, assi di legno e lamiere deformate e deteriorate dal tempo. Non esiste elettricità, la vita è dettata dal ritmo della luce e quando il sole scompare dietro ai palazzi, sono solo le lampade a kerosene ad illuminare il buio della notte.
La grande metropoli dello stato del Bengala, con circa venti milioni di abitanti, è tra le più importanti città dell’India e conta quasi tremila slums sparsi su una superficie di quasi 200 chilometri quadrati. Migliaia di quartieri popolati da un’umanità senza diritti e stordita da una miseria inverosimile, che giorno dopo giorno, aumenta con l’incessante immigrazione proveniente dalle campagne.
Gli abitanti di Park Circus non amano definirsi gente dello slum, dicono di essere “squatter”, semplici occupanti abusivi della ferrovia, in attesa di un futuro migliore.
Il cammino procede sulla strada ferrata senza vedere una fine all’orizzonte, come se questo luogo infernale fosse infinito.
Ci si sente gli occhi puntati addosso, da queste parti è raro vedere uno straniero. I bambini, sempre curiosi, salutano con le poche parole d’inglese che conoscono e fanno di tutto per attirare la loro attenzione. Le femminucce, come sempre in questi casi, sono le più loquaci e intraprendenti. Colpisce lo sguardo di una ragazzina, avrà più o meno dodici anni, è ben vestita, contrariamente al resto della “squadra” al seguito, che è abbigliata con magliette bucherellate lunghe fino alle ginocchia. Il suo atteggiamento è discreto ed educato, chiede solo qual’é mio il Paese e si limita a dirmi il suo nome: Monika.
Colpiscono i suoi occhi verdi in netto contrasto con la pelle scura, è inevitabile non guardarla e farsi venire la voglia di fare una fotografia. Ma lei non vuole. Si muove sui binari della ferrovia con eleganza, nella sinfonia dei suoni e delle voci del luogo. A tratti l’intossicazione degradante della povertà al limite della sopportazione, in netto contrasto col suo volto, lascia atterriti solo a guardarla. Porta alla riflessione questo universo di segreti avvolto da ombre. Un pianeta circondato dall’eterno delirio della sopravvivenza, dove le pareti delle baracche fanno da filtro alle storie più misteriose di un mondo che si trascina verso il suo destino privo di felicità.
Monika, nel suo modesto inglese, racconta che la “città degli squatter” non avrà mai una fine, giorno dopo giorno vengono costruiti nuovi tuguri dove gli ultimi arrivati si ammassano con la speranza di una temporaneità che non avrà mai fine.
Lo slum di Anand Nagar, la città della gioia dove è stata ispirata la celebre opera di Dominique Lapierre, non esiste più. Oggi esiste Park Circus, con i suoi odori nauseabondi, con la sua non acqua potabile, con la spazzatura ammassata dietro le catapecchie che restano ancora in piedi grazie al filo di ferro, con la rassegnazione della gente che passa le giornate in attesa di un treno, come se portasse un briciolo di speranza. Con gli occhi verdi di Monika, che accennano un ultimo sorriso.