Il sorriso dell’anima

Il sorriso dell’anima

Passeggiando nell’ampio cortile della guest-house dove alloggiavo, mi accorsi di una ragazza vestita con abiti tradizionali di questa zona: una camiciola leggera, due mezzemaniche che coprivano il braccio dal polso al gomito e una vistosa cintura. Nonostante nel cielo risplendesse ancora l’ultimo pallido sole di giornata, l’aria ghiacciata dell’altipiano tibetano entrava nelle ossa, senza dare la possibilità di sottrarsi alla morsa del gelo. In quel tardo pomeriggio che volgeva all’imbrunire, l’unico rimedio per riscaldare il corpo era quello di rifugiarsi nella vicina locanda, accanto al fuoco della stufa a legna.
Intirizzita dal freddo e incurante della temperatura prossima allo zero, la giovane donna aveva appena imbastito una comunella con alcune amiche del villaggio. Parlava ad alta voce, rideva, gesticolava: era lei a condurre l’animata discussione. Le “compari” stavano in silenzio, ascoltavano solamente. Per chi stava a poca distanza, era impossibile non notarla: sprizzava gioia e positività, dai suoi occhi pieni di luce.
Avevo in “macchina” una TRIX 400, i non più giovani che hanno avuto il piacere di usarla, sanno di cosa sto parlando: la pellicola bianco e nero per eccellenza. Un’ emulsione fatta di grana e contrasti, in perfetta sintonia con l’uomo che cammina guardando il mondo attraverso un mirino.
Non mi rimanevano molti “scatti” a disposizione, nella fotocamera. Il rullino stava per finire. Ma la tentazione e il desiderio di documentare quella sana chiacchierata era forte, volevo fare almeno una fotografia.
Aveva un volto che donava frammenti di purezza all’anima, quella ragazza. Il messaggio che si percepiva attraverso i suoi sguardi, arrivava dritto al cuore. Era la nobile rappresentazione del suo popolo che vive ai confini col cielo: il Tibet martoriato dai cinesi, la Terra del Dalai Lama destinata a scomparire.
Non potevo rimanere inerme, non volevo che questa fotografia rimanesse registrata solo nella memoria cerebrale. Lo spontaneo e irrefrenabile impulso del fotografo, il ritratto a tutti i costi, il dovere etico della professione, stavano rompendo gli indugi. Per un breve istante, nonostante tutto, tentennai. Poi feci il primo passo: la avvicinai, con discrezione. Lei mi sorrise, timidamente. Ma subito dopo abbassò il capo, voltò le spalle e si allontanò. S’incamminò sulla strada che portava verso il suo destino. Passo dopo passo, con andatura decisa, verso una casa oltre il terrapieno.
Non mi persi d’animo, reagii immediatamente rincorrendola e supplicandola, in una lingua a lei sconosciuta. Ci furono attimi di silenzio infiniti, per un’intesa non scritta che stava prendendo forma, nell’invalicabilità di uno scoglio fatto di culture agli antipodi. Nell’attimo in cui la speranza stava diventando vana, e l’ardore della passione affievolendo, la ragazza improvvisamente si voltò. Fu il dono di una fatalità: un fugace abbraccio, condensato da un sorriso e una sincera felicità.
Il breve tempo del batter d’ali di una farfalla, quell’attimo indefinito che dura un’eternità: un centoventicinquesimo di secondo.
Fissai quello scatto nella mente, oltre che nella gelatina della pellicola: rullino numero 8, fotogramma 34.
Quella sera feci fatica ad addormentarmi, nel pensiero riecheggiava il sorriso di quella ragazza. Fu così anche per le notti a venire, mentre mi avvicinavo sempre più a Lhasa, il tetto del mondo.
I sogni prendevano il sopravvento e invadevano l’intimità: mulini di preghiera, mistici pellegrini, volti scavati dal vento, giubbotti North Face, autobus affollati, carretti sgangherati, insegne pubblicitarie, grandi negozi. Monasteri. E poi: profumi d’incenso, canti e litanie religiose, canzoni di Neil Young. Ricchezza e disagio. Rassegnazione e speranza. Strette di mano.
Contrasti per capire, o semplicemente necessità per cambiare.
Cammino a testa bassa, cammino e basta, mentre la città in cima al mondo si spegne. Il sole scappa verso occidente: c’è l’immediato bisogno di una riflessione, di una comprensione. Gli occhi si chiudono avvolti da un senso di vuoto: sento un grande silenzio, tra questo popolo. Il Tibet dorme nella sua spiritualità, ma è quasi l’alba: il sorriso dell’anima.

Old Tingri, Tibet 2004