La lanterna rossa

La lanterna rossa

Era dal pomeriggio che fremeva il Gigetto. Quel giorno si era girato i pollici, non sapeva come impiegare il suo tempo. Da quando era andato in pensione si era fatto venire la passione per l’orto, ma in inverno, seppur facesse buio presto, non sapeva come passare le giornate. Aldilà di qualche trasmissione sportiva, non amava imbambolarsi davanti alla televisione. Lo riteneva tempo sprecato.
Si accendeva una sigaretta dopo l’altra, accompagnandole con scaglie di parmigiano e quartini di Barbera. Capitava anche di aprire il frigorifero e scolarsi l’intero brickketto del succo di frutta ghiacciato. Il tempo, nella sua inapparente immobilità, sembrava essersi fermato nella testa del Gigetto.
Nella ormai incontrollata e visibile irrequietezza pigiò il tastino di accensione del computer portatile regalatogli dall’amico Felice, tecnico informatico a cui era molto legato fin dall’adolescenza. Inizio a navigare in internet: una passata veloce in Facebook, come sempre privo di messaggi personali e notifiche. Passò alle previsioni del tempo dopo aver chiuso la pagina social, davano bel tempo per la giornata a venire. Sul sito del Corriere della Sera non c’era nulla di nuovo nella pagina della cronaca. Gigetto aveva sentito parlare di pagine web per soli adulti, ma non aveva mai avuto la vitalità istintiva per potervi accedere. Era pudico il Gigio. Da ragazzo, ma solo qualche volta, si era spinto con gli amici a consultare qualche rivista di “donne nude” ─ le chiamavano così i giovani di provincia negli anni Settanta ─, non si era mai spinto oltre. Il Gigetto sapeva poco di questi siti proibiti, ne aveva sentito parlare solo al bar. Non ne ricordava neppure il nome. Ma digitando nel motore di ricerca la parola magica che tutti i maschietti conoscono, ci mise un attimo a entrare nel paradiso proibito. Il mondo si aprì innanzi ai suoi occhi, che sgranò come mai prima d’ora. I ricordi di gioventù, di un pube in bianco e nero coperto da una stellina stampato su carta da giornale senza patinatura, si trasformarono in un eden senza filtri. Una visione completa che non poteva immaginarsi. Il tutto con un semplice click del mouse. Non poteva credere a questa realtà: centinaia di giovani fanciulle abbigliate da madre natura. Non costavano nulla, erano gratis. La sua più fervida fantasia, soffocata per decenni, si riaccese in tutta la sua energia.
Il Gigio era una buon anima, fu sempre fedele all’unico suo grande amore, fino all’ultimo giorno. Da quando era rimasto vedovo, la solitudine, ma soprattutto la mancanza di una carezza femminile sincera, lo aveva reso introverso e indolente. Difficilmente si confidava con le persone, anche le più care. Col passare degli anni, le balbuzie che lo avevano accompagnato fin da bambino, erano diventate uno scoglio insuperabile. Gigio si interrompeva per qualsiasi cosa. Quando una donna poneva l’attenzione nei suoi confronti, balbettava anche nel pensiero. Il Gigetto era uno in gamba, avrebbe voluto fare molte cose nella vita, ma quel suo disturbo della parola lo ha sempre frenato e reso inibito.
Continuava ad essere confuso davanti al monitor del suo notebook, non capiva il meccanismo di tutta quell’abbondanza a sua disposizione. Sentiva il bisogno di un aiuto esperto, il Gigetto. Provò a chiamare il Santino, compagno di marachelle in gioventù e socio di briscola al bar sport, nonché noto “cacciatore” di anime solitarie nelle balere della Brianza. Sapeva che sarebbe arrivata l’informazione giusta per ridare lustro a una terza età ormai alle porte.
La dritta arrivò precisa dal Santino: ridigitare la profetica parola chiave in Google. Quattro battute col dito indice ─ Gigetto non sapeva usare le altre dita per scrivere sulla tastiera ─ per compiere il passo verso la perdizione.
Annunci invitanti e fotografie a colori annebbiarono, ma solo per poco, la vista del timido Gigio. Messaggi espliciti, chiari, lampanti. Escort bellissime provenienti da tutto il mondo: dalla Moldavia, dal Brasile, dalla Russia, dall’Ungheria. Dalla Cina, o giù di lì. In cambio di un rate, c’erano anche ragazze di casa nostra ad offrire il corpo, ad uso e consumo di uno sconosciuto.
Massaggi rilassanti, massaggi erotici, massaggi thai, massaggi a quattro mani. Si poteva anche andare oltre, se si voleva. Un vasto campionario, per tutte le tasche. O quasi.
Ci passò l’intero pomeriggio, il Gigetto, su quelle pagine a luci rosse. Poi arrivò la sera, l’ora della cena che, come ogni giorno, si sarebbe dovuto preparare con la meticolosità e la cura che lo contraddistingueva dagli altri uomini soli.
Prima di spegnere il computer, diede un’altra occhiata veloce alla pagina rimasta aperta sul monitor, poi strappò una foglio da un block notes e si annotò alcuni numeri di telefono riportati negli annunci.
Non si mise ai fornelli quella sera, il Gigio. Aprì il frigorifero e, senza neppure apparecchiare la tavola, spiluccò tra le buste dei salumi rimaste aperte dal giorno prima. Rimase in piedi davanti alla televisione, mentre la giornalista del tiggì dava le ultime notizie sul covid, a mangiarsi la fugace cena. Era quasi l’ora della partita a carte al bar della piazza del paese, quando improvvisamente cambiò i suoi programmi: si fece una doccia calda e si rase la spinosa barba incolta da qualche giorno. Pelo e contropelo, come per le grandi occasioni quando si metteva il vestito della festa. In un’anta della specchiera del bagno, che non apriva da molto tempo, era custodita da anni una boccetta di Azzaro: il profumo dal sapore di patchouli e sandalo usato dai giovani degli anni Settanta. Gigetto lo guardò per infiniti istanti ─ probabilmente quell’essenza lo riconduceva con la mente a qualche particolare evento della sua vita ─, poi se ne versò qualche goccia sulle mani e se lo strofinò in viso.
Nell’armadio erano appesi un paio di Roy Roger’s sbiaditi, erano decenni che il Gigetto non se li metteva. Qualcuno, tempo fa, li aveva stirati facendo la piega sul gambale. Gigio non sapeva che era passato di moda spianare i pantaloni tracciando una linea. Li indossò senza pensarci troppo, prima di infilarsi una camicia azzurra dal collo spinato con due bottoni. Dalla scarpiera estrasse un paio di stivaletti beige in camoscio col tacco alto: li calzò appoggiandosi al muro e spingendo, con tutta la sua forza, i piedi sul pavimento dell’anticamera della sua casa.
Gigetto non aveva un cappotto da coordinare all’abbigliamento vintage che aveva appena indossato, nell’armadio aveva solo un paio di giubbotti comprati in saldo in un mercato di periferia: ne prese uno a caso, che si mise addosso senza preoccuparsi dell’apparenza. Il Gigio era pronto per uscire, sentiva il richiamo della notte. E della trasgressione. Si accese una sigaretta mentre chiudeva a chiave, a più mandate, la porta blindata del suo appartamento al primo piano. Si guardò attorno ─ quasi per timore di essere visto dai condomini ─ prima d’incamminarsi verso il box dove era solito parcheggiare la sua auto, una datata ma ancora lustra Fiat Punto bianca. Avviò subito il motore e si mise in marcia, lasciando la basculante del garage sollevata.
Attraversò il paese prima di imboccare la strada di campagna che portava ─ forse ─ verso la destinazione che si era prefissato. Non era ancora sicuro quale direzione prendere. Tentennò nel tracciare mentalmente il tragitto del peccato. Si diresse verso il ponte del canale, dove, da ragazzo, gli capitava di appartarsi con qualche ragazza. Di quel luogo, e più precisamente di quella stradina sterrata che svolta a sinistra prima del cavalcavia, Gigetto ricorda una bella serata passata con Antonella ─ una ragazza grassoccia conosciuta a una festa di compleanno ─ ad amoreggiare, con i sedili completamente abbassati, sulla Fiat 128 verde presa in prestito dal padre.
Di quella magica serata ricorda la leggera brezza che si era sollevata ad accarezzare il cielo terso, le stelle e il profumo di borotalco sul corpo della ragazza. Nella sua memoria, nonostante gli anni trascorsi, gli occhi di Antonella erano rimasti vivissimi, indelebili: erano verdi.
Svanito il nostalgico amarcord, Gigio rallentò percorrendo ancora qualche centinaio di metri. Poi mise la freccia a destra e accostò l’auto in una piazzola di servizio. Non spense il motore, si slacciò solamente la cintura di sicurezza per allungarsi verso il vano portaoggetti posto di fronte al lato del passeggero, che aprì e frugò alla ricerca di qualcosa avvolto nella carta stagnola di una caramella. La pillola blu del piacere, ricevuta dal Santino con scrupolose istruzioni, era rimasta in fondo al cassettino dell’auto per molto tempo. Gigio non sapeva se ─ essendo sicuramente scaduta ─ avesse prodotto ancora la carica virile per cui era stata prodotta e tanto decantata. Non aveva tempo da perdere il Gigetto: la tolse dall’involucro di fortuna e la ingoio deglutendola con un po’ di saliva che si era tenuto in bocca. Con il motore della “Punto”, rimasto ancora acceso con la marcia in folle, estrasse il telefono cellulare ─ un GSM di vecchia generazione ─ dalla tasca dei pantaloni. Lo sbloccò, e lo preparò all’uso portando il volume di ascolto al massimo livello. Digitò uno dei numeri che si era annotato sulla pagina del block notes. Non il primo della lista, partì dal fondo. Dall’ultimo che si era scritto.

─ Pronto, sono “il Luigi”. Tu come ti chiami?
─ Jessica amore, ─ rispose una voce dall’accento dell’est. Sono 100 euro tutto “coperto”.

Gigetto non capì. Nell’improvviso imbarazzo si agitò, non riuscì a gestire la “novità”. Chiuse la telefonata senza spendere altre parole. Neppure un saluto.
Nel petto del Gigio il cuore iniziò a battere con un ritmo insolito. Troppo sostenuto. L’emozione di parlare con un a donna ─ non era più abituato da tempo ─ provocò palpitazioni incontrollate che lo portarono a uno stato confusionale temporaneo.
Passarono lunghi minuti prima che il Gigio si riprendesse. Spense il motore dell’auto. Si rilassò, prima di comporre un altro numero di telefono: questa volta il primo in alto sul foglio.

─ Pronto cara, sono Luigi ─ qualcosa aveva già imparato dalla prima telefonata ─, quanto vuoi?
─ Sono duecento a casa mia tesoro, ─ rispose una voce straniera, probabilmente latinoamericana.
─ Tanto per fare l’amore, di dove sei? ─ disse il Gigetto.
─ De mi casa, ─ rispose la ragazza.

Gigio non fu attratto da quella voce, un sesto senso gli suggeriva che poteva trattarsi di una fregatura. O forse, una donna fredda, sbrigativa, malandrina.
Ringraziò e salutò il Signor Luigi prima riagganciare. La “Signora” no, chiuse la telefonata bruscamente senza proferire nessuna parola.

Gigetto non si scoraggiò, oramai aveva capito il meccanismo e come ci si doveva comportare.

─ Pronto tesoro, sono Gigetto, sei libera?
─ Sì “amole”. “Stlada statale vicino albelo”, ─ rispose una voce giovane e gentile.
─ Dimmi, quanto chiedi per un incontro fatto con calma?
─ Cinquanta, tutto “compleso”. Anche massaggio.

Gigio fu fulminato da quella gentilezza inaspettata. Quella voce di donna la sentiva già sua, amica.

─ Ripetimi l’indirizzo per favore, ─ disse il Gigetto.
─ “Stlada statale”, vicino “palcheggio albelo”. Quando “allivi” chiamami che ti “aplo”.
─ Va bene, va bene. Arrivo… ─ disse il Gigio. Poi riagganciò.

“Strada statale”: conosceva bene quella via il Gigetto, l’aveva percorsa tante volte in gioventù. Dell’albero però non aveva ricordi.
Non si scoraggiò: riaccese il motore, ingranò la marcia e si diresse verso il paradiso sognato.
Aveva capito che la ragazza che stava per incontrare poteva essere cinese, o comunque orientale. Quel modo di parlare senza “erre”, e tutto fatto di “elle”, lo aveva già sentito più volte nel grande magazzino del dragone, dove andava a comprare le cianfrusaglie a poco prezzo.
Gigio si era tranquillizzato nel frattempo, aveva ritrovato la sua serenità. Non ci mise molto a individuare l’albero descritto dalla ragazza nei pressi del parcheggio. Per scrupolo, essendo vicino al suo paese, imboscò l’auto lontano dalla luce dei lampioni. Al buio. Non voleva essere scoperto da gente che conosceva.
Non c’era anima viva nelle strade, quella sera. Gigio camminò fino all’indirizzo concordato, poi fece nuovamente squillare il telefono come richiesto. Dopo un trillo rispose una voce femminile: “plimo piano signole”. Ma non era quella della telefonata precedente, quando Gigio si accordò per l’appuntamento. Non ci fece caso, salì le scale fino ad arrivare al pianerottolo, dove una porta accostata lasciava filtrare un’invitante spettro di luce soffusa. Entrò con discrezione in quel mondo incantato: una giovane ragazza minuta lo accolse con un sorriso e un bacio sulla guancia. La porta si chiuse alle sue spalle, per mano di un’altra donna di mezza età.
Gigetto sapeva che avrebbe dovuto provvedere all’obolo prima del transito: cinque banconote rosse di piccolo taglio, consegnate nelle mani della più vecchia del reame. Tra luci soffuse e profumi d’incenso la maîtresse, dopo aver messo al sicuro il denaro in una tasca nascosta sotto l’abito di raso rosso, s’inchinò unendo le mani in segno di ringraziamento.
Dopo l’abluzione di rito, il Signor Luigi fu invitato ad accomodarsi in una stanza. Una moderna lanterna di forma cilindrica, appesa a una parete, illuminava l’ambiente emettendo una debole luce rossa: l’atmosfera della perversione aleggiava nell’aria. Una sagoma in controluce avanzò con movimenti intriganti verso l’alcova. Gigio rimase impalato, rigido. Faceva fatica a decifrare il contenuto di questa nuova esperienza. La ragazza, abbigliata con abiti succinti, non sembrava quella della fotografia pubblicata in internet. Era diversa. Non era esile, come Gigetto se l’era immaginata e come l’avrebbe desiderata. Tuttavia, il viso aveva lineamenti raffinati. Lo sguardo era dolce e sincero. Il corpo ─ seppur con qualche chilo di troppo ─ era gradevole, appariva sensuale e intrigante. Gigetto non sapeva come muoversi, continuava a rimare immobile. Era la sua prima esperienza con una cortigiana, non voleva sbagliare e fare brutte figure.
La giovane donna, dopo essersi avvicinata a Gigio, iniziò ad accarezzarlo dolcemente facendogli assaporare la sua pelle vellutata. Lentamente gli slacciò i bottoni della camicia partendo dal collo, fino ad arrivare alla zip dei jeans, che abbassò facendo scivolare i pantaloni sul pavimento. Con movimenti graziati dall’esperienza fece stendere Gigetto nel letto, con la schiena rivolta verso l’alto. Gli accarezzò il collo per qualche momento, prima di privarlo degli ultimi indumenti che aveva ancora addosso.
Gigetto, al tenero contatto con le mani di Lucy ─ diceva di chiamarsi così la ragazza ─, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare nell’eden del piacere. La ragazza lo massaggiò delicatamente sulla schiena e sulle cosce, con i palmi delle mani e muovendo le dita con energia. Poi lo invitò a mettersi supino, per continuare la propria missione. Gigio non reagì a nessuna tentazione, lasciò fare a Lucy che, con maestria e professionalità, condusse l’animo maschile alla conquista della felicità perduta.
Seppur il “compito” fosse stato portato a termine, la ragazza non si staccò dal corpo di Gigetto: le rimase abbracciata, come una tenera amante.
Quando arrivò il momento di separarsi, Lucy non si rivestì. Si mise addosso una vestaglia trasparente e aiutò Gigio a infilarsi la camicia.
Pur sapendo che si trattava di un addio ─ Lucy sarebbe partita l’indomani per lavorare in un’altra città ─, si salutarono con affetto abbracciandosi e scambiandosi un leggero bacio sulle labbra.
Quando l’uscio della casa proibita si chiuse alle sue spalle, Gigetto scese le scale e s’incamminò lungo la via, senza mai voltarsi. Seguì la sua ombra, proiettata dai lampioni nella direzione del parcheggio. Passo dopo passo, fino all’albero. Quello della lanterna rossa.