La leggenda delle Principesse

La leggenda delle Principesse

Adagiato su una rocca nel fondo di una valle, prossima a spezzarsi in due poco dopo l’abitato di Bellinzona, Castelgrande è una sorta di vedetta, un tempo punto strategico per il controllo dei viandanti diretti nel cuore dell’Europa. Se lo si osserva dall’alto dei monti che cingono il capoluogo ticinese,  il castello mostra le sue geometrie irregolari, che da un lato seguono il precipizio della rocca, dall’altro, scivolano dolcemente tra le case dell’abitato del piccolo capoluogo svizzero.
Nel suo massimo splendore, che risale alla metà del XIV secolo, il castello fu dimora della famiglia ghibellina dei Rusca. Antico casato della nobiltà comasca, i Rusca ebbero ruoli molto importanti, sia in campo politico che ecclesiastico. Negli anni a venire, i domini al castello si susseguirono sotto il controllo visconteo. Dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti, Bellinzona e i suoi castelli precipitarono in un periodo di grande confusione fino al 1500, quando un’insurrezione popolare riuscì a scacciare i francesi e i castelli passarono sotto il controllo della confederazione dei cantoni svizzeri fino al 1798. Nel 1803 naque il Canton Ticino e i castelli di Bellinzona divennero proprietà dello Stato del Cantone.
Nel 2000 Castelgrande, unitamente agli altri castelli bellinzonesi di Sasso Corbaro e Montebello, vengono riconosciuti come “Beni Patrimonio dell’Umanità” dall’Unesco.
Come ogni castello che si rispetti, anche la dimora di Castelgrande ha le sue storie misteriose. Qualcuno le chiama leggende, qualcun altro favole, altri ancora vecchi racconti tradizionali; in ogni caso sono moltissime le voci pronunciate tra scherno e solennità da chi ha vissuto tra le spesse mura di un castello. A volte per reticenza, a volte solo per gelosia, i custodi del passato tendono a nascondere nei meandri delle dimore il loro leggendario sapere.
Tuttavia la leggenda narra che nei primi anni del 1400, durante il periodo di dominio del duca Filippo Maria Visconti, su volontà e invito della capricciosa marchesa Ermelinda, giunse al castello arroccato al limitar del dirupo, un aitante nobile di origini partenopee: il conte Antonino Gagliardi.
Veniva da lontano l’ospite, dopo aver  navigato i mari del Bel Paese e risalito i fiumi dell’Italia settentrionale fino alle Alpi svizzere, si presentò all’ingresso di Castelgrande avvolto in un pesante mantello rosso carminio, accuratamente rifinito da una raffinatissima pelle, in tinta col pregiato intreccio di lana merino del manto. La sua carrozza di colore “verde indefinibile”,  trainata da ben cinquecento cavalli invisibili, varcò la soglia del portone e si fermò al centro dell’immensa e regale corte, dove ad aspettarlo, oltre alla Marchesa, c’erano tutte le più belle ragazze della servitù.
Il conte Gagliardi, grazie alla sua smagliante simpatia e alla teatrale loquacità che lo caratterizzava, nutrì fin da subito un grande successo tra le persone che abitavano la fortezza.
Grazie ai suoi lineamenti latini e al colore olivastro della sua pelle, in netto contrasto con l’azzurro dei suoi occhi, non passava giorno che gli sguardi delle maliziose ed eloquenti fanciulle al servizio della nobiltà, venissero attirati dalla sua particolare bellezza.
Il conte Antonino amava passare le sue giornate passeggiando nei boschi e oziando all’ombra della sua dimora, ricavata in una delle torri del castello. Al calar del sole, quando le ombre iniziavano ad allungarsi, era sua abitudine ritirarsi nella lussuosa residenza, facendosi servire un calice di assenzio dal suo domestico personale.
All’imbrunire, nell’attimo in cui nel cielo si accendevano le stelle, la melodia del suo mandolino avvolgeva il luogo con suoni appassionati e romantici. Nell’aria aleggiava l’inconfondibile ed esclusiva atmosfera del calore della sua terra lontana, a cui nessuno sapeva resistere.
Raffinato corteggiatore ed elegante casanova, il conte Gagliardi non perdeva occasione per attirare l’attenzione della bellezza femminile su di sé. Ogni notte, quando il silenzio delle tenebre calava sull’intero castello, il nobile napoletano amava invitare una giovane donna di corte nell’unicità della sua suite residenziale. Una ragazza diversa, in ogni notte del creato, poteva godere del sogno di diventare principessa, ma solo fino all’alba.
Dopo qualche tempo, la robusta marchesa Ermelinda, già avanti con l’età e per nulla attraente, iniziò a mostrare semplici segni di curiosità. Le giornate a corte passavano come sempre, ma il semplice desiderio di “sapere” della nobile Ermelinda, veniva sempre più alimentato dal vociferare dell’intera comunità. Additata anche dalla famiglia, la nobildonna aveva perso ogni controllo di sé, trasformando l’ormai angosciosa curiosità in ossessiva gelosia, nei confronti delle sue giovani inservienti. Il comportamento della Marchesa non passò inosservato al conte Antonino, il quale, per riportare serenità e armonia tra le mura del castello, s’inchinò innanzi a Sua Maestà. Lontano da occhi indiscreti e con la riverenza del galantuomo qual’era, le baciò la mano e la invitò a passare una notte in sua compagnia. Ermelinda, tra stupore ed eccitazione, non perse tempo, immediatamente ordinò alle sarte dell’aristocrazia di confezionarle un vestito per l’esclusiva occasione. Furono impiegati pregiati tessuti di cotone makò, rifiniti con pizzi di Cantù ricamati per l’occasione. Nella sartoria, le sapienti mani delle anziane maestre del cucito, lavoravano giorno e notte, senza interruzione, per presentare la loro Marchesa più bella che mai, agli occhi del conte Gagliardi.
Nel tepore dell’imbrunire di quella giornata di fine estate, Ermelinda, nonostante la sua età, era bellissima. Attraversò il cortile deserto del castello con passo lento ed elegante, poi salì le scale della torre bianca posizionando ad ogni gradino, con eleganza femminile, un piede perfettamente davanti all’altro. Sull’uscio della suite residenziale il conte Antonino Gagliardi la stava aspettando per il benvenuto. Porgendole la mano con gesta cavalleresche, la invitò ad entrare nella stanza. La porta rimase socchiusa per un istante, ma subito dopo si senti il rumore del chiavistello abbassarsi.
Finalmente toccava a lei. Inebriata dall’effluvio di menta sospeso nell’aria, Ermelinda iniziò a fissare gli occhi azzurri del conte, ma senza dire una parola. Antonino, con l’eleganza degli uomini del sud che lo caratterizzava, le si avvicinò e iniziò a spogliarla. Quando fu completamente nuda, sempre con garbo e porgendole la mano, la invitò a sedersi sulla sua sedia. Non era una sedia qualunque, la seduta e il pianale erano stati creati intrecciando spessi fili di ferro leggermente ondulati. La struttura invece, era realizzata in legno pregiato dipinto da mani sapienti con l’utilizzo di pigmenti esclusivi. Su quella sedia, che il conte chiamava “La mia Principessa”, se si voleva stare comodi bisognava metterci alcuni cuscini. Ma Antonino era un nobile artista, voleva lasciare un segno del suo passaggio nella meravigliosa dimora aggrappata alla rocca, nell’ultimo lembo di terra dove è ancora possibile assaporare la soavità della lingua italiana.
La Marchesa si sedette sulla cruda struttura della sedia senza battere ciglio. Antonino la guardò intensamente, poi aprì l’armadio ed estrasse il suo mandolino. Annusò i legni della cassa e dopo essersi seduto sul pavimento di fronte a Ermelinda, inizio ad accarezzare le corde armoniche creando, attraverso il movimento coordinato delle dita, poesie di note esilaranti.
Nota dopo nota il tempo passava inesorabilmente, mentre la nobile donna di corte, impreparata all’originalità dello spettacolo, iniziò ad assopirsi fino ad addormentarsi poco dopo. Il conte continuò a suonare fino all’alba, senza mai fermarsi.
Quando la Marchesa si svegliò dal lungo sonno, Antonino ripose il mandolino nell’armadio e con estrema gentilezza proferì a Ermelinda che a breve si sarebbe fatto giorno.
L’indomani la nobildonna, indispettita e offesa dal trattamento ricevuto dal conte Gagliardi, radunò nel cortile del castello tutte le ragazze al servizio dell’aristocrazia e ordinò loro di spogliarsi dei loro abiti. Tra stupore e incredulità, attraverso una visione fugace, apparvero giovani corpi segnati dalla notte passata col conte Antonino Gagliardi. “La sua Principessa” aveva lasciato un ricordo ad ognuna di loro. Solo Clotilde, la ragazza dalla carnagione cerea, con grandi occhi verdi e le lentiggini sul viso, aveva ancora la pelle del corpo vergine e vellutata.
La Marchesa andò su tutte le furie e nell’impeto del tradimento, ordinò al domestico di diluire tre gocce di arsenico nell’assenzio che sarebbe stato servito al conte, questa sera all’imbrunire. Il povero domestico, non potendo fare altrimenti, obbedì al volere di Sua Maestà.
Alle prime luci del giorno successivo, il domestico colto da sensi di colpa, si precipitò verso la suite del conte. L’uscio era semiaperto, entrò con riserbo, senza bussare. Di Antonino Gagliardi non vi era più traccia. Col cuore in gola si precipitò ad avvisare la Marchesa, la quale ordinò subito di voler vedere Clotilde, ma anche lei si era volatilizzata nel nulla.
Nella stanza del nobile dongiovanni napoletano era rimasta solo la “Sua Principessa”, nuda come sempre. Su di essa, il calice col liquore della fata verde ancora intatto e un biglietto con poche parole: “Ho amato solo Clotilde, a voi lascio il ricordo della Mia Principessa”.
Nulla accade mai per caso, spesso le leggende, o semplicemente i sogni, si materializzano sotto infinite forme create dalla maestria e dalla fantasia di mani e menti esperte.  Non è neppure un caso, se a varcare la soglia della Torre Bianca dello storico Castelgrande di Bellinzona, per arredare gli spazi di una suite creata appositamente in occasione del Pop-up hotel di Swiss Urban, sia l’architetto e design svizzero di fama internazionale Carlo Rampazzi.
L’ eclettico Maestro ticinese, noto per le sue originali geometrie e i suoi intensi ed energici colori, lavora lasciandosi trasportare nella danza del  nulla delle monocromie architettoniche, ricavate da spesse mura ricche di storia passata.
Come uno scrittore di fronte alla verginità di un foglio bianco, o come un pianista attraverso la definizione di ottantotto tasti collocati su un pianoforte, Rampazzi si muove con professionalità ed eleganza, andando oltre la definizione che le regole impongono. In una celebrazione quasi sacrale, intercala in spazi temporali la sua arte elegante e raffinata, ma mai scontata. Attraverso le note di colore di un pentaprisma definito, ricrea nuove forme attingendo dal superfluo, rompendo schemi predefiniti e abbattendo barriere imposte dal visivo.
Con la freschezza e il coraggio che lo caratterizzano, Carlo Rampazzi si spinge sempre verso l’ignoto di una creatività cercata attraverso gli abissi della propria personalità. Il suo pensiero infinito non si ferma alla sola mera estetica, i suoi occhi sanno andare oltre, dove non esistono limiti di sorta, dove l’uomo entra in simbiosi col colore e si fonde in un’eterna poesia destinata a durare per sempre.
Questi “non confini intrinseci”, nel suo sguardo accurato e sempre assorto, negli anni hanno contraddistinto lo stile di Carlo Rampazzi, eleggendolo nell’olimpo degli architetti d’interni e di design più originali al mondo.
Come in precedenti occasioni, anche nella dimora storica di Castelgrande, Rampazzi ha saputo lasciare un segno. E non di solo colore. Nella solenne e fiabesca opera compiuta, che per l’occasione si è trasformata in suite regale per principi e principesse del terzo millennio, le due gocce di essenza scaturite dalla Pop Art che Carlo Rampazzi ha voluto donare, aggiungono al luogo magia e seduzione per eterne notti stellate.
La leggenda e il sogno si fondono in un eterno fascino primordiale, mentre la nebbia cala nella valle avvolgendo il castello fino a farlo scomparire. L’ultima luce del giorno fa capolino con la torre bianca, illuminando ancora per un istante, l’inebriante nota di colore che porteremo per sempre nel nostro cuore.
Come nelle favole più belle che volgono al termine rimarrà il ricordo. L’ultimo battito d’ali di un gabbiano ci accompagnerà in un nuovo mondo incantato, mentre una Bentley di eterno color “verde indescrivibile” scenderà a valle e scomparirà dietro l’ultimo orizzonte. È il segno del destino, Carlo Rampazzi è come il vento, il suo viaggio non avrà mai fine.
Colori e forme, folletti e streghe, regine e cantastorie, mondi sconosciuti e civiltà scomparse per colorare e trasformare nuovi soffi vitali attraverso la sua arte. Per prenderci ancora una volta per mano e sedurci con lo charme di una nuova favola.