La libreria di Emilio

La libreria di Emilio

Al bar, mentre bevevo con serenità un caffè amaro al bancone, udii un anziano del paese conversare con una donna di mezza età rimasta forzatamente chiusa fuori casa. La serratura della porta blindata del suo appartamento si era bloccata. Era disperata la signora, non sapeva a chi rivolgersi per risolvere problema. L’uomo, cercando di sdrammatizzare quanto accaduto, le stava suggerendo di rivolgersi a Emilio Porrati, un bravo fabbro del paese capace di disincastrare ogni tipo di cilindretto che blocca gli usci agli stipiti. Sia di vecchia generazione, che più recenti di ultima concezione.
Ero incuriosito da questa conversazione, la ascoltai fino alla fine: finsi di bere ancora il caffè appoggiando la tazzina alle labbra, nonostante fosse vuota da un pezzo.
Nel mio immaginario, ho provato a elaborare la figura del Signor Emilio, mentre mi allontanavo dal bar varcando la porta vetri che dava sulla piazza di Ossona ─ il piccolo paese a nord ovest del capoluogo lombardo dove un tempo transitava il Gamba de Legn, lo storico tranvai a vapore che dal 1878 a metà degli anni Cinquanta, collegava i piccoli borghi della provincia milanese alla città ─, ma non sono riuscito a ricostruire un’identità definita.
Ho dipinto nella mente un uomo con le mani grandi, che sanno creare. Ho pensato a un uomo forte, fatto di muscoli. Una persona che sa vedere nel buio, oltre il vetro blu di una maschera che protegge gli occhi. Un artigiano d’altri tempi che unisce i metalli con la magia delle scintille. Ho camminato fino ad esaurire il logico ragionamento, poi mi sono fermato. Ho ascoltato le leggende antiche che la gente dei piccoli paesi si tramanda oralmente, e che l’aria disperde nelle campagne: Emilio non è solo “il bravo fabbro”, è una persona speciale.
Cavalcando l’onda di un sussurrio diventato accento, sono entrato nel nascosto mondo di Emilio. Ho varcato la soglia, prima della corte, e successivamente del suo laboratorio. Tondini grezzi, piattine impilate ordinatamente e tubolari di sezione rettangolare ancora ricoperti dalla patina oleosa, mi inducono a pensare che sono finalmente arrivato nella bottega giusta. In questo momento il Maestro non c’è, è assente. Qualcheduno avrà avuto urgentemente bisogno di lui. Se n’è andato via lasciando la luce accesa e senza accostare l’uscio dell’officina. Ha lasciato solo un messaggio nell’impenetrabilità del glaciale silenzio: “torno subito”.

Mi muovo incuriosito senza sprecare passi inutili. Lascio vagare la percezione nell’istintivo percorso della curiosità: le officine deserte hanno sempre storie singolari da raccontare. I muri, affumicati dalle perenni scorie delle saldatrici e innaffiati dalle faville dei dischi abrasivi, lasciano trasudare racconti che nessuno ha mai scritto. E mai narrato. Serbano, e celano gelosamente, la storia di sapienti mani che hanno lavorato anonimamente creando recinzioni capaci di far annidare la vita delle persone.
È un mondo “nero” che atterrisce, questo. Bisogna saperlo leggere e interpretare attraverso le indecifrabili righe tracciate dal tempo. Affascina, quando si impara a conoscerlo portandosi il ricordo di un “baffo” sulla guancia.

Il “suono” stonato del propulsore di un’anziana Renault 4, interrompe il vagabondare di una mente in viaggio. Uno sfacciato controluce, creato da un raggio di sole che rimbalza sulle lamiere zincate di un ripostiglio, disegna schietti profili sagomando irrispettosamente le figure umane. Il sipario si chiude, definitivamente, accompagnato dallo sferragliare delle lamiere di una portiera. Le spirali ossidate provano ad aggrapparsi a viti mai serrate, mentre il cervello si riconnette alla concretezza del luogo. Un piacevole profumo di ferro arcaico accompagna una stretta di mano che diventerà amicizia. Il Maestro osserva dall’alto, con occhi vispi, mentre le mani levigate dal sudore gesticolano nell’aria pesante di fine estate.
La coda dell’occhio, scivolando attraverso le imponenti scarpe dalla punta in metallo, dribbla la massa dell’uomo che ho davanti. È impossibile seguire una linea prestabilita senza perdere il filo conduttore, prima di posare lo sguardo sulle rughe di una vissuta Renault 4 grigia. L’inarrestabile “macinino” che dal 1961 al 1992 ha fatto la storia dell’automobile.
La “R4” di Emilio ha un solo sedile: quello del conducente. Ciò che resta dell’abitacolo è adibito a piano di carico, serve per trasportare la saldatrice, la cassetta degli attrezzi da lavoro, il materiale ferroso grezzo, le piccole grate, le fioriere sagomate, i porta mensole, i tavolini. Capita anche di dover caricare pesanti porte in lamiera, lasciando aperto il portellone del baule posteriore. Alle grondine della capote sono state fissate, con robuste viti e vigorosi bulloni, due barre in metallo. Su di esse sono poggiate altrettante massicce tavole in legno che corrono su quasi tutta la lunghezza dell’auto. Fungono da portapacchi, Emilio ci carica l’inverosimile su quel “tetto”.
La Renault 4 del “Porrati” non è solo un instancabile e inarrestabile mezzo di locomozione: è il prolungamento delle sue mani, delle sue gambe. L’Emilio che conosco, non esisterebbe se nel 1956, l’allora presidente della Régie, Pierre Dreyfus, non avesse dato vita al “Progetto 112” per contrastare il successo commerciale della Citroën 2CV.

Non è solo un abile artigiano questo “farè” ─ “ferèe” a Milano, fabbro nel resto d’Italia ─, da decenni si occupa anche di antiquariato. Una nobile passione coltivata fin dalla gioventù, quando comprese che la storia degli avi stava perdendo forma e identità, e l’inesorabile innovazione del progresso si stava accaparrando il futuro.
Attaccate al suo laboratorio ci sono stanze dove ci si muove a fatica: curiosi e sconosciuti cimeli trasudano frammenti di vita vissuta. Emilio si solleva la “löbia” ─ visiera ─ che porta sulla fronte, mentre orgoglioso accompagna il visitatore nel suo eden. Si rimane a bocca aperta al primo sguardo, poi ci si abitua. Ma non completamente. Ci si lascia avvolgere dai racconti del paese delle meraviglie: c’è amore e sana gelosia nella voce di Emilio per quegli oggetti impolverati. Incuriosisce la bottiglia di gazzosa degli anni Cinquanta, di cui va fiero. Ha una pallina in vetro che rotola al suo interno, percorre una spirale fino all’estremità del collo. Serve per non rovesciare la bibita durante eventuali movimenti accidentali. Un tappo d’altri tempi che pochi conoscono, e hanno visto. Appese alle pareti ci sono una miriade di macchine a pedali: in plastica, ma anche in metallo con rifiniture artigianali che appartengono a tempi lontani. La visita prosegue tra cavalli a dondolo foggiati a mano, macchine da cucire a pedale, scooter monoposto a tre marce e cerchioni in legno di vecchie automobili. I manifesti propagandistici dell’impero coloniale italiano e del Ventennio fascista, anch’essi conservati maniacalmente e ancora in buono stato, riaccendono i racconti dei nostri nonni ascoltati durante l’infanzia. Nell’aria aleggia il gracchiante suono di un disco fonografico a 78 giri in lamina di metallo rivestita in cera: la suadente e inconfondibile voce di Natalino Otto induce a voltare pagina, e spingersi altrove.
In un angolo del cortile, lontano da occhi indiscreti, c’è un garage chiuso a chiave: è la cassaforte di Emilio, dove amorevolmente custodisce una Fiat 500 color senape, senza sedili ribaltabili. È il ricordo dei suoi vent’anni, e dei suoi primi amori.
Jukebox, mangiadischi in plastica dai colori vivaci, appunti di Faber riprodotti su carte ingiallite, long playing dalle cover sbiadite, 45 giri in vinile e caschi d’oro: Caterina Caselli, “Nessuno mi può giudicare”. Correva l’anno 1966, ma questa è un’altra storia. Emilio ha promesso che la racconterà, tenendo tra le mani una caraffa di birra.

Ero venuto dal Porrati per altre necessità, ma mi sono perso altrove. Il mondo idilliaco della memoria mi ha condotto in un labirinto senza via d’uscita. Ho bisogno delle sue mani, devo dar vita a un sogno: realizzare una libreria da “attaccare” a una parete. Un telaio in ferro che faccia da supporto alla mia biblioteca, alle mie passioni, alle emozioni che vivono dentro di me.
Emilio dovrebbe saldare il “ferro” che ho pensato per la mia casa. Lo può fare solo lui, non credo ci siano altri artigiani baciati da pazienza infinita e doti che vanno oltre la comune manualità. Emilio non ha mai creato forme per arredamenti: lo dicono spontanee le sue parole. Il suo conoscere lo ha sempre portato in spazi esterni, dove le intemperie della natura ossidano le materie. Ha sempre “saldato” per una perenne sfida col sole, e il triste piagnucolare della pioggia. Mi affascina il movimento delle sue mani, mi ispira fiducia e maestria: gli mostro il disegno che ho abbozzato. Senza saper disegnare. Un insieme di cestelli da incastrare fatti di spigoli rovesciati, tanti spigoli capovolti. Una creazione pensata da una mente solo estetica, un puzzle fatto di materia dura da tagliare, sagomare e assemblare con cura minuziosa.
Emilio guarda con curiosità e attenzione gli schizzi profanamente disegnati con una biro blu punta grossa e senza l’ausilio di squadre e righelli, su un semplice foglio di carta. Righe tirate sommariamente da mani inesperte e linee prospettiche senza un piano di proiezione. Un progetto non progetto, dove solo le misure, evidenziate dal tratto irregolare di una penna rossa, sembrano messe al punto giusto.
Ci sono attimi di silenzio che stagnano nel delimitato spazio dell’officina, mentre le mani del Maestro accarezzano nervosamente sottili piattine di ferro grezzo, già predisposte al loro destino. Emilio, ricco dell’esperienza del mestiere, ha capito che questa libreria non sarà mai solo ed esclusivamente una libreria. Ha percepito la frequenza del messaggio, lo si capisce dall’accennato sorriso che illumina il suo volto, mentre si gratta il naso, lasciando una traccia di sporco delle mani sotto le narici.
Si metterà all’opera all’alba di domani il “mastro farè”. Indosserà l’inossidabile grembiule di pelle grigia scamosciata, allacciato alla cinta da una sottile catena, un tempo cromata. Sezionerà le aste angolari e le barre tubolari a sezione quadrata nella giusta misura. Poi le unirà. Una saldatrice a elettrodo o filo continuo supportato da una miscela di gas, incollerà inscindibilmente i segmenti di metallo. Il tocco finale dell’artista sarà affidato al disco abrasivo di una levigatrice: una delicata carezza al superfluo, per rendere più gradevole e stimolante la percezione tattile del fruitore.
La parete del salotto, accuratamente dipinta con vernice grigia dal tono medio, accoglierà la struttura artistica della libreria come parte di sé. L’abbraccio tra le due materie, che avvicinate e congiunte diventeranno la dimora di importanti pensieri che qualcuno ha scritto in preziosi libri, è anche il frutto del lavoro di mani ricche dell’esperienza della vita.
È riduttivo guardare la libreria senza pensare all’eccellente lavoro del Maestro Emilio. Tra le pagine di quei volumi accatastati sui ripiani, verrà conservato anche un pezzo del suo cuore e della sua anima. La capacità di un artigiano che ha saputo leggere i desideri altrui, e trasformarli in un’opera unica fatta di estetica non superflua. Un uomo dalla saggezza sopraffina, cosciente che un giorno il mondo cambierà, ma che quella libreria continuerà per sempre a vivere e ad accudire libri, dove è custodito il nostro sapere.