La scatola dei biscotti

La scatola dei biscotti

La domenica, quando coi miei genitori si andava dalla zia Maria, il mio passatempo era quello di curiosare nelle scatole di metallo dei biscotti Doria. Lo zio Guido, in questi piccoli forzieri, custodiva gelosamente un’enorme quantità di fotografie. Ritratti dai bordi frastagliati di persone sconosciute, piccole foto tessere ingiallite dal tempo, i paesaggi del Lago Maggiore, le feste di leva coi coscritti, il periodo della guerra in Croazia, ragazzi e ragazze col “vestito della festa”, e poi le foto fatte in studio nel giorno del suo matrimonio con la zia.
Sono passati più di trent’anni da quei pomeriggi in cui, con la curiosità del bambino, cercavo di immaginare un mondo che non avevo conosciuto, un mondo che era appartenuto allo zio e ai suoi coetanei, un mondo che grazie a delle piccole istantanee è rimasto, in parte, anche nella mia infanzia.
Forse oggi, attraverso il televisore, stiamo assistendo al tramonto di un modo di “vedere”, o di come lo abbiamo inteso fino ad ora. É difficile capire cosa accadrà dopo questo tramonto. La stimolazione visiva, sempre più veloce, sembra invaderci in modo quasi totalizzante senza lasciarci lo spazio necessario per la riflessione, per il piacere di “gustare” le forme del nostro vivere, per capire e comprendere il mondo che cambia.
Da questo quotidiano ormai irrefrenabile e indistruttibile, la fotografia può trovare un suo spazio non marginale di pausa e riflessione. I “disegni fatti di luce” apparentemente statici, non devono essere solo degli strumenti per congelare il tempo, per fissare i ricordi, per documentare un fatto o per riconciliare una situazione. Una fotografia deve essere un’opportunità per fermarsi e trovare il coraggio di riflettere per cogliere il vuoto su cui cadono sempre più spesso i nostri sguardi.
Ricercare una fotografia significa essere sempre in grado di costruire immagini e situazioni, affinché il solo gesto di mettere a fuoco sia anche un modo per capire e conoscere meglio il mondo che ci sta vicino.
La nostra terra, la nostra città, il nostro paese, il nostro piccolo mondo fatto di situazioni, personaggi, volti, storie curiose ed emblematiche, il tempo che scivola sulle nostre vite apparentemente inossidabili, la voglia di proiettare tutto nel “nuovo futuro”, semplicemente perché bisogna guardare avanti.
In questo mondo fatto di pixel tutto assumerà un valore secondario. I giorni, i mesi, gli anni… cancelleranno tutto.
Nel terzo millennio basterà cliccare il “topolino” per sentirsi forti, per essere collegati al mondo. Ma loro, i nostri bambini, vorranno ancora sedersi sulle nostre gambe e aprire la scatola dei biscotti.