Ladji

Ladji

Era il giorno di San Valentino del 2007 quando Ladji, all’insaputa della sua famiglia, lasciò la Costa d’Avorio.
Nato a Gagnoa, a circa cento chilometri da Abidjan, ma originario del nord del Paese, Ladji fa parte di una grande famiglia. Il padre ha sposato quattro donne e procreato ben ventisette figli, di cui quattro con la madre di Ladji.
Il giovane ivoriano nel suo Paese aveva un’attività commerciale nel settore dei cementi per l’edilizia, fino a quando, a causa della distruzione del negozio avvenuto per mano dei sostenitori dell’ex presidente Laurent Gbagbo, ha dovuto cambiare mestiere e ha iniziato a fare il conducente di minibus per il trasporto di persone. Ladji, anche se non impegnato direttamente nella politica del suo Paese, ha sempre sostenuto il regime dell’attuale presidente Alassane Ouattara.
Ladji aveva venticinque anni, quando a causa dei disordini tra il nord e il sud del Paese decise di abbandonare tutto e partire in cerca di fortuna e tranquillità. La vita ad Abidjan, a causa dei disordini tra le fazioni rivali, era diventata insostenibile e a volte addirittura pericolosa per la propria vita e quella della famiglia.
Ladji quando è partito dalla capitale ivoriana, per recarsi a Casablanca con un volo Royal Air Maroc, aveva in tasca un milione di franchi CFA, l’equivalente di circa millecinquecento euro. Una somma di denaro importante per un giovane della sua età. Il padre, molto legato ai valori e alle tradizioni tribali, ha sempre osteggiato la sua partenza, per questo Ladji è partito senza salutare nessuno, neppure la famiglia. Solo successivamente, una volta arrivato in Marocco, ha chiamato i genitori informandoli dell’accaduto. Il padre sentendosi tradito, ha ordinato al figlio di rientrare immediatamente, ma Ladji oramai la sua strada l’aveva tracciata e non voleva voltarsi indietro per ritornare sui suoi passi.
A Casablanca Ladji trova subito un “aggancio” per poter passare il confine con la Spagna, ma non da Melilla attraverso lo Stretto di Gibilterra, bensì da Laayoune, la capitale ufficiale del Sahara Occidentale, via mare fino alle Isole Canarie.
Ladji paga ottocento Dirham, l’equivalente di settanta euro, a uno sconosciuto che ha contatti con un’organizzazione di scafisti. Il giorno successivo viene subito trasferito in un luogo non ben identificato a sud di Laayoune, in una zona desertica di formazioni arenarie.
In questo luogo infame ci rimarrà per tre mesi, sopravvivendo con un litro di acqua e una baguette di pane, che quotidianamente gli venivano portati da uno sconosciuto, sempre facente parte dell’organizzazione che si occupava del traffico di esseri umani.
Ladji intuisce subito la situazione e si sente truffato, ma non ha alternative. Prova a resistere alla situazione mettendo a dura prova sia il fisico che il suo stato psicologico. Quando ormai tutto sembra essere perduto, una sera vede ricomparire l’uomo che lo aveva accompagnato in questa prigione senza sbarre. E’ a bordo di un pick-up, dice che bisogna fare in fretta perché la barca partirà tra qualche ora. In un battibaleno, Ladji e i suoi compagni di sventura sono pronti sul cassone dell’Hilux. Il viaggio dura un periodo inquantificabile, ma finalmente quando è quasi l’alba, il mare appare come in un sogno dietro una duna di sabbia. Ladji ricomincia a sperare, anche se nessuno degli altri migranti truffati riesce a capire in quale parte di mondo siano capitati. Passano solo pochi minuti dall’arrivo sulla spiaggia e ancora una volta i trafficanti si allontanano con la scusa di andare a chiamare gli scafisti. Di loro non si avranno più notizie.
I profughi si sentono abbandonati al loro destino, in un luogo senza nome. Solo dopo qualche giorno, grazie alle informazioni raccolte da un pescatore passato da quelle parti per puro caso, scopriranno di essere stati abbandonati a poche miglia dal confine mauritano. Il gruppo dei migranti cade nello sconforto e dopo qualche breve discussione sorgono i primi pareri discordanti. La sfortunata “comitiva” si spacca in due, c’è chi vuole attendere non si sa cosa, e chi invece vuole mettersi in cammino verso “qualcosa”.
Alla fine della discussione solo Ladji e un altro ragazzo della Sierra Leone, decidono di incamminarsi verso l’entroterra. Tutti gli altri ragazzi resteranno sul posto “standed”.
I due coraggiosi africani camminano per due giorni senza incontrare nessuno, la poca acqua che avevano come scorta è finita quasi subito, a Ladji e il suo compagno di marcia non resta che cercare di sopravvivere bevendo le proprie urine. Continuano a camminare senza tempo in un nulla naturale, diviso solo dalla linea retta dell’orizzonte, che inconsciamente funge da filtro mobile per una visione di speranza.
Il tempo passa senza fine, oramai i due amici sono allo stremo.
Ladji pensa di essere alla fine della propria esistenza, quando come in un miraggio, nel buio della notte, vede alcune luci all’orizzonte. Senza pensarci due volte, seguito dall’amico si dirige verso quel faro che in un qualche modo regala una fievole speranza. Solo dopo qualche ora di ininterrotto camminino si accorge che in realtà, quelle luci non sono i lampioni di una città, bensì una centrale elettrica. Non è la stessa cosa, ma è pur sempre il segnale di una parvenza di vita, prima o poi qualcuno passerà. Decidono di fermarsi aspettando la luce dell’indomani. Si sdraiano stremati sulla sabbia e cadono senza neppure accorgersi in un sonno profondo fino all’alba. Al risveglio, nel silenzio quasi irreale del luogo, sentono in lontananza delle voci. E’ la loro salvezza. Due anziane signore del villaggio a poca distanza spuntano dalle sabbie come da un sogno.
I due profughi raggiungono il villaggio e chiamano la Polizia, che sopraggiunge quasi immediatamente.
Ladji e il suo compagno di sventura vengono trasferiti nuovamente a Laayoune nella caserma locale. Si sentono graziati da Dio, sono salvi.
Dai militari ci restano per tre giorni, poi grazie a un convoglio umanitario, Ladji e il suo amico vengono accompagnati alla frontiera algerina nei pressi di Maghnia. Le guardie di confine algerine in questa zona sono inflessibili, per i due migranti non c’è speranza, se non quella di bussare al vicino centro profughi di Oujda, in terra marocchina. La vita all’accampamento non è delle migliori, Ladji dopo due giorni entra in crisi e decide di abbandonare il campo. Raggiunge la vicina ferrovia, dove al primo passaggio di un treno merci, si nasconde tra le casse stipate di un vagone. Purtroppo il suo viaggio clandestino non dura molto, a quattrocento chilometri da Fes viene scoperto dalla Polizia e fatto scendere dal treno, fortunatamente senza nessuna denuncia alle autorità centrali del capoluogo.
Fes è ancora lontana, ma Ladji non si scoraggia. Cammina in solitudine per sette lunghi giorni seguendo la strada, ma senza mai trovare nessuno che si fermi per offrirgli un passaggio. Arrivato a Fes si ferma solo un giorno, poi prosegue per Rabat, questa volta con un autobus locale.
Nella capitale marocchina si fermerà per due mesi ospite di amici, il tempo necessario per organizzare il viaggio che lo porterà, prima in Algeria e successivamente in Libia.
Questa volta proverà ad entrare in Algeria in autobus, sempre passando dalla frontiera di Maghnia, dove solo qualche mese fa era stato respinto. I controlli ai passeggeri che viaggiano in autobus non sono ferrei come negli altri casi. Ladji finge di dormire, i militari si accorgono a malapena di lui, ma non lo disturbano. E’ fatta, in pochi giorni raggiungerà Ghardaia, la pentapoli mozabita capitale dell’omonimo distretto.
A Ghardaia è costretto ad una sosta forzata, i soldi sono finiti e per rintuzzare la proprie tasche trova un impiego lavorativo come muratore in una piccola impresa di costruzioni locale. Solo qualche settimana, giusto il tempo per guadagnare il denaro necessario per pagarsi il trasferimento in Libia.
Pensare di entrare il Libia attraversando le regolari frontiere, per un africano è praticamente impossibile. Ladji sceglie la clandestinità seguendo la rotta verso est che porta prima a Ouargla e successivamente fino a ad Hassi Bel Guebbour, seguendo le piste del sud. Da quest’ultima oasi in territorio algerino fino ala prima città libica, il suo viaggio proseguirà nel nulla degli erg fino alla grande hamada prima di Ghadames.
Nella cittadina libica dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco, Ladji si fermerà per ben tre anni, lavorando come domestico in un albergo. Purtroppo dopo questo felice periodo, in Libia scoppiano i disordini e Ghadames inizia a subire i primi bombardamenti. Ladji lascia la città e si trasferisce a Tripoli, questa volta con l’intento di trovare nel più breve tempo possibile una barca che lo porti in Italia.
Arrivato a Tripoli incontra un amico ghanese conosciuto a Ghadames, il quale si offre subito per aiutarlo a trovare una barca diretta in Italia. Passano solo un paio di giorni e Ladji si trasferisce a Zuwara per imbarcarsi sul primo barcone in partenza. Parte alle dieci di sera, in una notte senza stelle che non lascia presagire nulla di buono. Sulla carretta del mare che viaggia a pelo d’acqua, sono stipate altre 780 persone in cerca di fortuna. Paga trecento dinari libici, l’equivalente di duecento euro. Due giorni di viaggio a cavallo delle onde impetuose del Mediterraneo, poi Lampedusa appare all’orizzonte come un miraggio. Il sogno di Ladji è diventato realtà, è in Italia.
Soccorso dalla Guardia di Finanza italiana a poche centinaia di metri dalla riva, viene accompagnato, assieme al resto del carico umano, nel centro di prima accoglienza dell’isola.  A Lampedusa ci rimane solo pochi giorni, poi viene trasferito con una nave della Marina Militare Italiana, fino a Taranto.
Nel centro di accoglienza del capoluogo pugliese, Ladji ci rimarrà per due settimane, successivamente viene trasferito, in autobus, a Milano.
Dopo il disbrigo delle pratiche burocratiche e l’identificazione, la Questura destina Ladji all’Hotel Saratoga di Vigevano. In questo albergo resterà “standed” per quattro mesi, prima del trasferimento definitivo, nel settembre del 2011, nella struttura di Palestro gestita dalla Cooperativa Faber.
Ladji riceve quasi subito la protezione umanitaria da parte della commissione territoriale di Milano e viene inserito, da parte della cooperativa che lo ospita, in un progetto lavorativo nella piscina di Vigevano. In questa struttura ci lavorerà per tre anni, dove si contraddistingue per il suo impegno e le sue capacità relazionali. Successivamente viene richiamato dal Presidente della Cooperativa Faber per un impiego in qualità di mediatore culturale presso le strutture gestite dalla stessa società.
Oggi Ladji è completamente integrato nella nostra società. Attualmente ha una relazione sentimentale con Erika, una ragazza che lavora nella struttura per richiedenti asilo dell’Hotel Bel Sit a Mortara. Ladji nel tempo libero ama guardare i film, ne ha visti tanti, ma il suo preferito resta sempre il Titanic, la coinvolgente storia d’amore tra Jack Dawson e Rose DeWitt – dice – lo ha fatto sognare.
Ladji recentemente è tornato, dopo quasi nove anni di assenza, in Costa d’Avorio. Racconta di aver provato una grande emozione durante l’atterraggio dell’aereo e di aver pianto quando ha rivisto la sua famiglia riunita per l’occasione. Ladji ama molto la sua terra, ma non sa se un giorno ritornerà in Africa. In Italia si trova bene e ha molta stima per il popolo italiano, che gli ha sempre riservato un trattamento di rispetto. Vorrebbe sposarsi e avere una famiglia, magari con Erika, che un giorno porterà ad Abidjan a conoscere la sua famiglia e la sua gente.
Si è fatto tardi, ma Ladji è come un fiume in piena. Parla ancora dell’Africa, della sua famiglia, della religione, del suo rapporto con i colleghi. E poi continua raccontando le sue paure, i suoi progetti rimasti nel cassetto, le amicizie perdute e ritrovate. Racconta anche una storia personale prima di salutare ed andarsene, una promessa fatta a un ragazzino quattordicenne lasciato ad Abidjan tanti anni fa. Un giorno Mohamed – questo è il nome del ragazzino – verrà in Italia con Ladji. Per stare vicino al suo papà.