L’album di famiglia

L’album di famiglia

Nel 1972 ero ancora un ragazzino, non potevo capire l’importanza e la drammaticità della fotografia scattata da Nick Ut in Vietnam, durante un bombardamento dell’aviazione sudvietnamita sul villaggio di Trang Bang, nei pressi del confine con la Cambogia. Quella fotografia, che ritraeva la piccola Kim Phuc in fuga dalle bombe al napalm, vinse il premio Pulitzer e divenne l’immagine simbolo della guerra del Vietnam. Assieme alla fotografia della ragazza afgana con gli occhi verdi, scattata da Steve MC Curry in Afghanistan, la foto del miliziano colpito a morte durante la guerra civile spagnola di Robert Capa e al ritratto di Ernesto Che Guevara realizzato da Alberto Korda, l’immagine di Ut entra a far parte dell’iconicità delle fotografie che fanno parte della storia del nostro mondo moderno.
Fotografie che emozionano, immagini che fanno riflettere, descrizioni perfette di quello che è stato l’uomo e il mondo. Eppure nonostante la loro forza, rimangono visioni lontane, frammenti di vita che non ci sono mai appartenuti, se non per sentito dire. Emozioni controllate e razionali che portano ad una visione solo temporanea, una suggestione che costantemente richiede un nuovo coinvolgimento emotivo attraverso una ulteriore visione attiva.
Ciò che invece crea l’emotività incontrollata che regola l’animo umano della massa, è la fotografia che si trova negli album di famiglia. Se attraverso le fotografie storiche ci emozioniamo, in quelle di famiglia veniamo invasi da una forza inspiegabilmente irreversibile. I greci, nel loro antico pensiero, la chiamavano pathos. Una forza irrazionale opposta alla razionalità del logos, un’emozione coinvolgente fatta di sfumature psicologiche, fuori dalla logica della vita quotidiana di ogni essere umano.
Ferdinando Scianna sostiene che il destino più nobile di una fotografia sia quello di finire in un album di famiglia. Se la fotografia è memoria, quale posto migliore di un album per essere conservata e consultata nella nostra casa o nel mondo che sentiamo nostro? Attraverso questi forzieri che fungono da archivio segreto, abbiamo la possibilità di riscoprire il nostro passato e la verità sulla nostra storia. Rivedere i momenti trascorsi col nonno, che ci ha lasciati troppo presto. Il volto di un amico di gioventù, migrato altrove in cerca di fortuna. La nostra amata mamma, quando era giovane e ancora non conosceva papà. E poi noi, quando giocavamo nel cortile, o sotto il tavolo della cucina, nascondendoci abbassando la tovaglia fino al pavimento. Raccontare chi siamo è fondamentale; se non fissiamo nella gelatina di una pellicola o nella memoria di un sensore gli istanti più importanti della nostra vita, o più semplicemente il nostro quotidiano, è come se nulla fosse mai accaduto e noi non fossimo mai esistiti.
Gli album impolverati e adagiati sulle mensole di casa nostra nascondono sentimenti, a volte anche segreti. Bisogna maneggiarli con cura, girare piano le pagine dai bordi ormai consumati dal tempo. Al centro delle pagine ingiallite, qualche nostro caro parente ci mise delle fotografie stampate da preziose mani, in quelle camere oscure che non esistono più. Fotografie che non vanno solamente guardate; il nostro compito è di contemplarle oltre il fotogramma, fino a quando un brivido percorrerà il nostro corpo. Dobbiamo chiudere gli occhi, sforzarci e provare a sentire la loro voce, come sentiamo un profumo, una carezza o semplicemente un battito d’ali di farfalla nel nostro cuore.
Nelle sfumature di grigio di quelle fotografie e nell’emulsione impressa nella carta, sono incise le nostre radici e la storia che ci appartiene. Quelle immagini continueranno a sussurrare una melodia, che solo il nostro cuore potrà percepire. Per sempre.