Non si possono fotografare i ragazzi che non hanno ancora compiuto il diciottesimo anno di età. Per la legge sono minorenni. Per dare il consenso a farsi ritrarre devono prima diventare “uomini”. È l’ordinamento giudiziario che lo prescrive, per la loro tutela. Il loro volto deve rimanere nascosto, irriconoscibile. Non può essere mostrato in una fotografia, per nessuna ragione. Questo veto vale anche per le loro storie di vita, non devono essere rese pubbliche. Nella società contemporanea, esporli alla mercé del mondo, è troppo rischioso.
Non è solo la legislazione in vigore a vigilare su questo delicatissimo tema. L’Ordine Nazionale dei Giornalisti ha sempre dedicato molta attenzione a questa tematica, non solo per il rispetto delle norme vigenti, ma anche nei confronti dell’etica comportamentale del professionista che svolge questo delicato mestiere.

“Dafhimes Kashida”, suonano bene queste parole. Attraggono, a tratti urlano. Accendono la fantasia dei più curiosi portandoli lontano. Facendoli sognare.
Ci stanno bene nel palazzo di un Maharaja questi due vocaboli. Oppure tra le braccia di una concubina dimenticata dal sultano. Anche disperse tra le sabbie di un deserto senza nome, farebbero la loro bella figura. Nel buio di una notte, sotto un cielo stellato, aprirebbero la mente alle fantasie di un passato ritrovato. Emanano fascino anche nel nulla del loro anonimo significato letterale, queste parole.
“Dafhimes Kashida” in realtà non significa nulla. E’ un semplice acronimo, creato unendo le iniziali dei nomi dei ragazzi protagonisti di questo racconto. Una sigla non sigla. Un insieme di vocali e consonanti, unite tra di loro senza una logica precisa. Senza punti di separazione, per evitare la sillabazione. Un semplice modo, per rispettare e rendere ancora più forte, il concetto di etica. O semplicemente, per unire quello che altri stanno provando a separare.
“Dafhimes Kashida”: suonano come il rombo di un tuono queste parole!
Li ho visti in faccia questi Ragazzi. Li ho osservati bene, da capo a piedi. Conosco anche le loro storie, me le hanno raccontate con la loro voce, tra un piatto di pasta al pomodoro e un bicchiere di aranciata. Seduti alla stessa tavola.
Raccontare le loro storie, per far conoscere e condividere il loro passato, potrebbe essere molto interessante, ma non posso dirvi nulla. Non mi è permesso. Non scriverò mai neppure una riga delle loro vite. Conserverò solo gli appunti, quelli annotati frettolosamente sulla Moleskine, tra uno scatto e l’altro. Nemmeno i loro volti vi mostrerò mai. Non serve a nulla. Non voglio!
Quei frammenti intimi di vita, nati tra un gesto annuito dalle parti e la complicità di un’occhiata frettolosa. Quelle voci precoci sempre accese, mai spente. La loro voglia di urlare sottovoce e fare domande senza porsi limiti. Tutto è ancora troppo attivo e vivo. Minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, hanno saputo trascinare la pesante valigia dei ricordi andati. Nel loro cammino hanno lasciato solchi profondi, probabilmente nemmeno il tempo riuscirà mai a cancellarli.
Inconsciamente, questi Ragazzi, hanno saputo scolpire e modellare chi è più grande di loro. Senza tregua. Gli innocenti lo sanno fare bene.
Insieme abbiamo condiviso tante cose, una fra tutte, gli attimi impercettibili prima dell’apertura dell’otturatore della fotocamera, quando il viso si abbassava, per scomparire nell’ombra di un sipario a fine spettacolo. L’attimo in cui il loro segreto prendeva forma, per concretizzarsi intorno a un altro segreto. Più intenso.
Un segreto intorno a un segreto, proprio come diceva Diane Arbus. “Dafhimes Kashida”, più lo riveliamo, meno lasciamo capire.

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