Poco più di centocinquant’anni fa, esattamente nel 1860, iniziò il primo importante flusso migratorio dall’Italia verso le Americhe. I primi a lasciare l’Italia furono gli abitanti delle regioni del nord est, successivamente, dopo qualche decennio, il flusso migratorio ebbe inizio anche dalle regioni del sud e dalle isole.
Nel 1864, in relazione al grande flusso migratorio verso il Nuovo Continente, l’armatore genovese Giovanni Lavarello organizzò, tramite la compagnia palermitana Florio, la prima traversata transoceanica di un bastimento a vapore, da Genova a Buenos Aires passando per Rio de Janeiro.
Nei successivi venticinque anni vi furono oltre dieci milioni di partenze. Verso la fine del XIX secolo il flusso migratorio italiano, si spostò anche nelle regioni del nord Africa. Egitto, Tunisia e Marocco furono le mete di destinazione predilette dai nostri connazionali.
La punta massima dell’immigrazione italiana fu nel 1913, su una popolazione di trentatre milioni di abitanti, ben 870.000 lasciarono il Bel Paese in cerca di fortuna. Mentre dal 1880 al 1924, nei soli Stati Uniti d’America migrarono 4.480.000 italiani.
Oggi, nel terzo millennio, si continua ancora a lasciare i paesi di origine per altre destinazioni, ma i flussi migratori sono cambiati. Dall’Italia fuggono solo i “cervelli”, giovani rampanti o neolaureati che migrano in terre lontane in cerca di una professionalità che il nostro Paese non riesce più a offrire. Le grandi masse migratorie invece, quelle che “scappano” da situazioni di disperazione legate alla miseria e alle guerre, si muovono prevalentemente dai Paesi del Medio Oriente, dal Nord Africa e dall’Africa sub sahariana.
Si fugge dal regime dittatoriale eritreo di Isias Afewerki varcando le frontiere del confinante Sudan. Si scappa dalla guerra civile in Somalia oltrepassando i confini dell’Etiopia per poi andare in Sudan e successivamente in Libia. Ci si da alla fuga dalle atrocità della guerra del neonato stato del Sud Sudan. Si va via dal Mali in preda ad una guerra civile senza sbocchi. Si lascia la Nigeria sommersa da problemi politici e guerre religiose. Dall’Egitto bastano quattro giorni di navigazione nel maledetto Mediterraneo per approdare alle coste della Sicilia e inseguire il sogno europeo. E poi si emigra dal Senegal, dal Ghana, dalla Guinea, dalla Liberia, dalla Costa d’Avorio, per fuggire dalla miseria, dalle guerre civili, o semplicemente per cercare un futuro migliore.
Giovani che lasciano la famiglia, gli amici, il loro mondo. Nel cuore hanno tutti lo stesso sogno: l’Europa e una nuova vita.
Ragazzi, spesso neppure maggiorenni, che partono e lasciano la loro terra a bordo di fatiscenti corriere. Se nelle tasche hanno qualche franco CFA in più si permettono il taxi-brousse, vecchie Peugeot 504 familiari adibite al trasporto di persone, fino alla prima città importante. Poi il viaggio è uguale per tutti ed è affidato a Dio. La maggior parte di loro ha con se tutti i risparmi di una vita, e spesso anche parte di quelli della famiglia. Al collo portano tutti, o quasi, il gris-gris, una sorta di portafortuna molto diffuso nell’Africa francofona.
Di solito Bamako, la capitale del Mali, è una tappa obbligatoria per organizzare e proseguire il cammino verso l’est del Sahel. Ci vogliono giorni, a volte settimane per organizzare una tappa del viaggio verso il nuovo mondo. Si sa, in Africa nessuno ha fretta. Nel Continente Nero il tempo non è mai denaro, è solo una dimensione che appartiene all’uomo. E non alle lancette di un orologio.Si attraversa il Sahel percorrendo le terre dei Tuareg fino a Gao, per poi proseguire verso Agadez attraversando i luoghi abitati dalle popolazioni peul, bambara e bororo.
Agadez, la capitale dell’Air, è il crocevia principale della rotta degli schiavi. Da qui partono giornalmente grossi camion con carichi umani diretti in Libia. Per i trafficanti locali è il commercio per eccellenza del terzo millennio. Se hai un mezzo pesante e conosci il deserto ti fai un sacco di soldi. Il proliferare dell’immigrazione dai Paesi limitrofi al Niger verso la Libia e successivamente verso l’Europa, ha fatto nascere anche attività illecite legate al contrabbando di esseri umani.
La città pullula di ragazzi migranti in attesa di partire ad ogni ora del giorno. Molti di loro attendono da settimane, altri da mesi, altri ancora sono finiti in una situazione “standed”, arenati senza più nulla da perdere. Da questo luogo, dove amore e odio si fondono come in un eterno fascino, non si muoveranno più.
Il vero viaggio verso i sogni europei, la parte più difficile, inizia da Agadez. Da qui ci vorranno settimane di viaggio nel deserto per raggiungere la prima città libica.
Di solito, ma non è una regola, si parte dall’autogare all’ombra del minareto della moschea costruita in argilla e fango nel tradizionale stile sudanese. I vecchi camion Mercedes vengono caricati all’inverosimile. Sul cassone vengono messe prima le merci, poi sopra, il variopinto carico umano.
Ci si organizza come si può, poche cose. Un po’ di acqua, qualche dattero, il tagelmust dove avvolgere la testa per ripararsi dai granelli di sabbia sollevati dall’harmattan e una sacca dove ci sono gli effetti personali. Nient’altro.
Si parte solo quando il “business” è al completo. Non meno di centocinquanta, a volte anche duecento disperati in cerca di fortuna e diretti verso il nulla.
Si viaggia in direzione est nella terra dei tuareg e degli azalai, attraversando il Tenèrè, il deserto dei deserti. Dirkou dista seicento chilometri, di sabbia e cielo, nient’altro.
I più fortunati, o chi dispone di più denaro, può viaggiare sul cassone posteriore di vecchi pick up Toyota, direttamente verso il confine libico, senza passare attraverso i controlli dei militari nigerini.
Viaggiare nel deserto significa perdersi nello sguardo infinito che vince sull’uomo. Non fosse per i profili naturali all’orizzonte che spesso assumono le forme più varie, muoversi nel mare di sabbia del Tenèrè è quasi un movimento irreale, a volte ipnotico. Di giorno la temperatura sfiora i cinquanta gradi, al tramonto, quando la natura si placa e il vento che ha accompagnato tutta la giornata, cessa il suo urlo e la sua rabbia, il caldo si mitiga. Ovunque regna una grande pace come se elementi e uomini volessero rifarsi dopo la grande battaglia del giorno e del sole. Nel deserto ci si sazia così, in silenzio, mentre nel cielo si accendono le stelle, che ti fanno sentire più vicino a casa.
Dirkou, il piccolo villaggio avvolto dalle sabbie del deserto, è anche conosciuta come l’oasi degli schiavi. Questa località, altro non è che un avamposto militare dell’esercito del Niger, il passaggio dei carichi umani diretti verso le coste del Mediterraneo è quasi un obbligo. In questi luoghi di sabbia e Dio, i militari sono più temuti dei banditi, l’abuso di potere è la regola. Capita spesso infatti che graduati e semplici soldati abusino dei migranti derubandoli di denaro e beni personali. Purtroppo si verificano spesso anche forme di violenza nei confronti di chi non ha più nulla da offrire agli aguzzini in mimetica e infradito. Se nella cultura occidentale il migrante appartiene ad una nuova classe sociale del XXI secolo, in questi luoghi del deserto l’uomo di colore è invisibile, è una persona che non esiste.
Bisogna masticare ancora sabbia e passare i posti di controllo dell’esercito nigerino di Madama prima di approdare al Passo di Salvador e arrivare nel sud della Libia.
Il camion arranca a passo d’uomo sulla pista che porta al confine libico. Dall’alto, l’infinito del Murzuq, il deserto a sud della Libia, appare nella sua vastità.
Molti migranti procedono verso nord seguendo la direttrice principale che passa prima da Sabha e poi da Brak, altri invece continuano il viaggio tra le dune dell’erg Awbari e la grande hamada che porta fino a Ghadames.
Durante gli anni del regime del colonnello Ghaddafi, i cittadini provenienti dall’Africa subsahariana, avevano vissuto il rischio di essere arrestatati senza motivo, subire torture e finire in carcere. Dal 2011, dopo il conflitto, la situazione è notevolmente peggiorata. I migranti e i richiedenti asilo rischiano di essere arrestati anche tra le mura domestiche. A effettuare gli arresti non sono le forze di polizia, ma le milizie armate che spesso agiscono con violenza. Spesso, dopo l’arresto, i cittadini stranieri vengono sfruttati o avviati al lavoro forzato nei centri di detenzione.
Tra maggio e settembre 2012, Amnesty International ha visitato nove centri di detenzione in tutta la Libia. Nel periodo in questione si trovavano circa 2700 cittadini stranieri, tra cui donne incinte, madri coi loro figli piccoli e minori non accompagnati. Una grande massa umana rinchiusa nelle stesse celle, senza distinzione di reato e privata di ogni dignità.
I detenuti hanno riferito ad Amnesty International di essere stati sottoposti a torture e altri maltrattamenti, compresi lunghi pestaggi con cavi di metallo, tubi di gomma, bastoni e cannelle dell’acqua. Molti hanno mostrato i segni delle ferite.
Nonostante tutto questo, i migranti provenienti dalle regioni dell’Africa occidentale e dal Corno d’Africa, continuano ad attraversare il Sahara e i labili confini della Libia per fuggire dalle dittature, dalle persecuzioni, dalla guerra e trovare in un luogo ancora indefinito oltre il Mediterraneo, migliori opportunità, sia economiche che di vita.
Nonostante questa situazione fosse ampiamente nota, l’Unione europea ha ripreso il dialogo con la Libia su questioni inerenti l’immigrazione e l’Italia, nell’aprile 2012, ha firmato con lo stato libico un accordo per “contrastare i flussi di migranti”.
Riuscire a partire dalla Libia non è facile, ci vogliono circa duemila euro per un passaggio da Zwara alla Sicilia sulle fatiscenti carrette del mare. Un prezzo esorbitante considerata anche la pericolosità della traversata. Uno, due, tre giorni di navigazione in condizioni disumane per arrivare alla meta e finire in un centro di prima accoglienza, di solito Lampedusa.
La struttura che accoglie i profughi è un’infilata di casermoni bianchi al cui interno si trovano degli stanzoni con i letti a castello. All’arrivo la Polizia scheda i migranti e assegna loro un posto dove stare in attesa della destinazione finale, che avverrà solo dopo parecchio tempo, in un centro per rifugiati richiedenti asilo.
Ci vogliono mesi, a volte anni per avere il permesso definitivo di rifugiato. Molti migranti restano inermi in attesa, qualcuno scappa senza meta, altri inevitabilmente, finiscono nelle grinfie dei caporalati del sud Italia e diventano schiavi. Villa Literno e Rosarno ne sono un triste esempio.
Sono tante le vicende che quotidianamente vivono i migranti. In determinate circostanze si intrecciano, a volte invece viaggiano su binari diversi. Ma ognuno ha la sua triste storia.
C’è chi sbarca direttamente sulle coste italiane e si ricongiunge a parenti o conoscenti. C’è chi prosegue, tra mille peripezie, verso il nord Europa. C’è chi finisce “standed” quando è quasi finita, nelle stazioni di qualche grande città. C’è anche chi trova un lavoro in nero nell’edilizia o nell’agricoltura nel nord-est del nostro Paese. C’è chi si limita a sognare una vita migliore, bukra inshallah! C’è chi si innamora e si sposa. C’è chi riceve un saluto, Salam Aleikum, e una mano sul cuore. C’è chi decide di ritornare in Africa, per sempre. C’è chi dorme per qualche notte in un giardinetto della stazione di Catania, poi sale su un autobus con destinazione e capolinea Milano al costo di 47 euro. C’è chi a Milano non si ferma e prosegue, nonostante la nebbia, per la Lomellina. C’è chi trova un alloggio a Mortara. Hotel Bel Sit, una stella.

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