Incollo la faccia a un vetro segnato dai fatti, per cercare un nuovo punto di vista e scrutare attraverso una visione protetta, che suggerisce poco. O quasi niente. Paesaggi piatti e quotidiani svuotati, nell’apparente senso di un’esistenza che dovrebbe condurre all’individuo. Uno sguardo alterato, per non alterare. Un intenso e spontaneo contatto fatto di gente comune che aiuta altra gente senza aver imparato dai libri. La naturalezza di un’umanità che cammina lungo la strada. Servono silenzi per entrare in questi la labirinti lontani, e sconosciuti. Saccheggio infiniti secondi di riflessione al poco tempo rimasto: guardo distrattamente il fumo di una sigaretta che fa le giravolte nel controluce del sole, e distorce la realtà della scena.
Ripenso alla cicogna nella guest house di Olivia, a Noakchott: qualcuno l’ha appesa a un albero, la lieve brezza la fa muovere ancora. Prova a spiccare il volo, invano. Cerco di dare un senso al fluttuare della vita: a quegli smartphone che prendono il posto del genere umano e accendono falsi miraggi onirici. Penso a quando qualcuno spegnerà i sogni, e ci sentiremo sempre più soli. Penso alla polvere che mi porto nelle ossa: è sempre la stessa, è quella di tanti anni fa. Non sono mai riuscito a scrollarmela di dosso.
Come Fernando Pessoa, anch’io non credo più nel destino, ma solo negli appuntamenti. Mi invento sempre una scusa nuova per vivere il presente: scatto una fotografia a degli sconosciuti, nella speranza di una prudente stretta di mano. Lo faccio attraverso la non trasparenza di una superficie riflettente che non irradia più: ci hanno insegnato questo negli ultimi anni, per non morire di virus. È questo il nuovo mondo, che sento non appartenermi più.
Inseguo l’immenso gioco di specchi che deformano e illudono: orizzonti inclinati e colori inventati che salvano dal faticoso compito quotidiano. Provo a convincermi che l’umanità non è in pericolo, che è riuscita, nonostante tutto, a mettersi in salvo. Non importa se l’età invecchia la pelle, la vita continua ancora, negli inscalfibili sguardi che ci portiamo in viso.
Ci sono ore infinite nei canti solitari dell’esistenza. Ci sono notti che non passano mai. Frammenti di insopportabile insonnia, devastati da pensieri che evaporano al sorgere del nuovo dì. Deboli radiazioni luminose, prive di personalità e senza identità di colore, che non bussano alla porta. Sbattono tra le fessure di un uscio immaginario, che non esiste neppure nelle favole. Oltre il muro, le ombre sono ancora lunghe sulla sabbia. Un pezzo di pianeta non si è ancora risvegliato completamente. La vita, quella che ispira racconti, sta ancora riposando.
Dalla terrazza della “Maison” osservo l’aria vibrare. Il vento sorride alla tranquillità eterna di un luogo dove l’istante non concepisce il ticchettio del tempo. Batter di ciglia indefiniti si muovono al ritmo di una preghiera, le case si diradano all’orizzonte. L’ultima frontiera scompare, inghiottita dal grande mare di sabbia. Il senso di disorientamento assale l’anima, mentre intense fiammate di passione chiamano le lacrime. Che ovviamente non arrivano. Fisso un punto dove cielo e terra si danno la mano e provano a scambiarsi abbracci: Tombouctou non è poi così lontana.

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