La “grana” è cristallizzata, oramai. Il vento si è portato via con sé frammenti di fotogrammi che mai più restituirà. Metamorfosi incontrollate che, giorno dopo giorno, sgretolano e feriscono senza armistizi di sorta. Regole innaturali che appannano e anestetizzano il pensiero, fino a ibernarlo.
Il tempo, che passa inosservato davanti alle vite incaricate, prende il sopravvento integrale. È il processo dell’anima, non esiste strada che riporta all’avvenuto.
Polmoni carichi di veleno senza la possibilità di attingere ad un antidoto. Teste manipolate da medicine spirituali omologate. La generazione “novecento” non esiste più, quel mondo è stato archiviato in faldoni che al calar del sole si adagiano nella polvere. Sprofonderanno un giorno, non ci sarà più nessuna possibilità di un ritorno alla luce.
Veniamo sopraffatti dai sensi di colpa: per distrazione, per l’aver dato per scontato molte cose, per non aver adattato la visione all’irrefrenabile maratona della società. Ci sentiamo pugnalati alle spalle, dal progresso. Derubati di un’identità che sentivamo inossidabile. Non ce ne siamo accorti.
Nelle sacche imbottite gli apparecchi analogici non si sono ancora arresi, continuano a lavorare. L’energia non manca, continua ad essere generata da sapienti occhi ricchi dell’esperienza della vita.
“On”, ma ancora per poco. Dicono. “Off”, a breve. Il gregario è allertato: premerà l’interruttore al comando del sovrano di saggia dottrina. E nessuno farà fuoco sul comandante.
“Apri”. “Modifica”. “Aggiungi”. “Satura”. “Taglia”. “Salva”: ma cosa dobbiamo salvare? Chi dobbiamo sottrarre al pericolo? Le scatoline in plastica, tenute assieme da componenti anonimi costruiti da particelle tecnologiche, dovrebbero proteggere la storia. Ce lo assicurano gli ingegneri informatici: loro sono uomini che hanno studiato le tempeste magnetiche. Ci dobbiamo fidare di loro, non abbiamo altra possibilità di pensiero.
Le lancette dell’orologio non si fermano mai: ore infinite a sfiancare la retina davanti a un monitor che arrossisce al posto nostro, per preservarci la mente. Ci si sente devitalizzati quando il corpo reclama pace.
Assicuriamoci il domani, subito: ancora un backup, l’ennesimo. Si fa così quando ci si vuole mettere in salvo e pararsi il culo. Si va avanti per inerzia immersi in quotidiani inarrestabili, dove la fotografia annega nella riflessione di spazi sempre più esigui. Immagini senza opportunità di erigersi, istantanee che cadono nel baratro. È l’inutilità che atterrisce.
Falsità fatte di impulsi luminosi per un’attualità che sfiorisce senza vedere la luce. Qualcuno la chiama evoluzione, sviluppo dell’essere umano. Altri dittatura mediatica invisibile agli occhi.
Visioni distorte di tessere assemblate e manipolate da cervelli artificiali, falsificazioni artistiche fruite e assimilate nell’incoscienza del non sapere. Neri profondi e bianchi bruciati per qualcosa che non esiste: la realtà effimera che stupisce, ma che si allontana nell’istante a venire.
È la collettività dell’apparire a seccare le gole, e condurre alla sete dell’avere. Belli, avvenenti a ogni costo. L’immane sforzo di remare contro la fisica sfidando l’illogico non appartiene all’uomo moderno. Oggi si corre e si lotta senza disperdere gocce di sudore.
A volte proviamo ancora a chiederci cosa rimarrà nel cassetto dei tempi andati. Rimane il dubbio sul ruolo della fotografia, così come l’abbiamo intesa fino ad ora. È difficile darsi delle risposte con certezza, più facile invece è guardarsi allo specchio in una riflessione che storpia il nostro osservare.
Sono evaporate le acque vibranti che stagnavano nelle bacinelle. L’acre profumo del buio illuminato dal raggio di luce rossa si è dissolto nella saggezza del tempo dell’attesa privato di emozioni. Il nero sfiduciato, un tempo benvenuto ad occhi anonimi, ha assunto arroganza e mistero nell’umiliante intento di nascondere la verità.
Brillanti finti cristalli per un salotto dozzinale alla portata della grande massa. Manufatti creati in serie da mani profane, per sciogliersi al primo calore. Occhi strabici che non sanno vedere e cuori foderati di cellophane, per anime senza più luce.
Evacuazione di giovani donzelle vestite con abiti succinti perse in un mercato rionale, bambini scomparsi dopo una grande scorribanda, volti anonimi dal fiato che puzza in faccia: la frenetica rincorsa di attimi da sottrarre alla maestria e rinchiudere in scatole comandate da impulsi. Passatempi da manipolare per affascinare, stupire. Confondere. Una mente innovativa creata per sconvolgere: Photoshop! Ne avete mai sentito parlare?
Algoritmi, capacità sensoriali generate dall’uomo per l’uomo. Arnesi del terzo millennio realizzati per sfamare un pianeta impazzito, bugiardo e soggiogato dalla falsità. L’idilliaco paradiso sempre a portata di mano per una generazione astratta in cerca di un sogno.
Fermiamoci. Ha appena smesso di piovere. Sediamoci sull’erba bagnata, proviamo a respirare perdendoci nell’aria, quella che la natura ci dona senza chiederci nulla in cambio. Cerchiamo la pietanza prelibata del nostro essere uomini, come facevano un tempo.
Le persone felici non consumano, ma che importa se i pantaloni sono bagnati. Il sole li asciugherà.
Guardo incuriosito le persone che mi passano accanto, non è facile vedere facce conosciute.
Ehi amico, sei tu? Suvvia, guardami negli occhi. Ti faccio un ritratto.

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