Mahamed

Mahamed

Mahamed non è più giovanissimo, ha quarantuno anni. Capisce poco della lingua italiana, parla solo arabo e somalo. Ha pochi capelli che saltuariamente si rade. Il suo viso è stanco, è segnato dalla vita.
Quando stava in Somalia abitava nella periferia di Mogadiscio e lavorava col padre in un negozio di frutta e verdura a conduzione familiare.
Nel 1991, dopo la caduta del regime del dittatore Siad Barre, la situazione in Somalia precipitò. La missione ONU fallì clamorosamente e il conflitto divenne sempre più violento e confuso. Il periodo fu caratterizzato dalle violenze dei “Signori della guerra”, i temibili capi-clan che sottomisero la popolazione e che costrinsero alla fuga, nel 1994, anche i caschi blu dell’ONU e i militari americani.
Era il 1992 quando Mahamed, allora diciassettenne, assieme alla sorella e al padre lasciò Mogadiscio. Solo qualche ora di volo e sbarca a Sana’a, la capitale dello Yemen.
Mahamed e famiglia furono subito accolti in un centro profughi dove iniziarono il loro percorso di integrazione per la nuova vita. Nel frattempo la situazione nel Corno d’Africa si fece sempre più pericolosa a causa dell’imperversare della guerra civile. Impossibile pensare di ritornare in Somalia.
Mahamed non lo sa ancora, ma nello Yemen ci rimarrà per ben ventitre anni. La sorella e il padre invece, dopo qualche anno, nonostante l’instabilità del Paese fanno ritorno in Somalia.
Mahamed, in questa nuova vita yemenita, si innamora di una ragazza somala che, successivamente sposerà nel 2000. Con lei avrà cinque figli, un maschio e quattro femmine. Nel frattempo Mahamed sbarca il lunario facendo lavori saltuari pagati pochissimo. Nel 2005 accetta un impiego lavorativo in un lavaggio di auto in Arabia Saudita. Sempre saltuario, ma questa volta ben pagato. Inizia a fare il pendolare tra lo Yemen e il confinante stato saudita. Nel frattempo conosce una seconda donna, sempre somala, che sposerà a breve e da cui avrà una figlia.
Purtroppo anche nello Yemen, l’instabilità politica si fa sempre più preoccupante e i disordini sono all’ordine del giorno. Nei primi mesi del 2015 alcuni aerei dell’Arabia Saudita bombardano le postazioni dei ribelli sciiti Houthi, che nelle ultime settimane avevano preso il controllo della capitale San’a e di altri territori a ovest del Paese. La guerra civile è alle porte e la situazione è tesa.
Mahamed ha paura e decide di lasciare il Paese per una nuova avventura: il sogno europeo.
Con l’aiuto di alcuni amici riesce a mettere al sicuro la prima moglie e i cinque figli in una famiglia di connazionali residenti nei pressi di Riyadh, in Arabia Saudita. La seconda moglie invece rimarrà nello Yemen.
A Mahamed bastano pochi giorni per organizzare il viaggio. Da Sana’a con un autobus locale raggiunge la città costiera di Al Hudaydah, dove in meno di una settimana trova il passaggio su un barcone diretto in Sudan. Su questa carretta del mare, assieme a lui, ci sono altri ottanta ragazzi somali.
Dopo quasi una settimana di navigazione tra le acque impervie e le calme piatte del Mar Rosso, sbarca sulle coste sudanesi a sud della cittadina di Suakin. È subito deserto, ma la strada che porta a Khartoum è ben tracciata ed è servita da autobus locali, anche se sempre sovraffollati e in condizioni ai limiti della rottamazione.
Nella capitale sudanese la sosta è breve, uno o due giorni, il tempo per andare al mercato della vecchia città e contrattare il prezzo per un passaggio in camion fino a Kufrah, la prima oasi del deserto libico. Mahamed ha avuto fortuna, è riuscito a trovare un posto sul cassone di un vecchio Mercedes. Una settimana di viaggio in condizioni al limite della sopportazione e si può raggiungere il confine libico. Altri quattro giorni per arrivare a Kufrah. Dal sud della Libia, se non incappi in check-point dove i militari sono ubriachi, raggiungi Tripoli in dieci giorni. Mahamed in questo caso non è stato fortunatissimo, di giorni ne ha impiegati venti per percorrere il deserto libico e arrivare alle coste del Mediterraneo.
Di solito una volta arrivati nel nord del Paese libico non serve cercare la barca per raggiungere l’Italia, sono gli stessi trafficanti di merce umana che ti vengono a cercare.
Mahamed aveva ancora qualche soldo in tasca e il posto glielo hanno trovato subito. Partenza da Zuwara la mattina presto, la destinazione invece è approssimativa: coste della Sicilia.
Qualche giorno di navigazione “appiccicato” ad altri 200 africani in fuga da chissà dove e si ritrova, senza nemmeno avere il tempo per rendersene conto, in un centro profughi di una cittadina siciliana. Viene subito registrato dalla Polizia e dopo qualche giorno di estenuanti file per sbrigare le pratiche burocratiche personali, il viaggio continua. Destinazione Pavia.
Oggi Mahamed, dopo quasi un anno, è ancora in attesa dello status di rifugiato. Non sa quando gli verrà concesso. Forse a breve.
Mahamed passa le sue giornate nell’attesa di un pezzo di carta su cui è impresso il timbro del suo destino. A volte si isola, si inginocchia verso la Mecca e prega. Spesso se ne sta in silenzio e sfoglia le fotografie dei suoi figli che ha sullo smartphone.
Mahamed una volta ogni due settimane chiama la famiglia in Arabia Saudita. A volte riaggancia con un sorriso, a volte invece il suo sguardo è preoccupato. Ma non ne parla con nessuno.
Mahamed non ha progetti, non riesce ad immaginare il suo futuro. Mahamed, oggi ha solo un sogno, poter riabbracciare, un giorno, la sua famiglia.