Myanmar

Myanmar, la storia si ripete

Fotogrammi sgranati, filmati impexelati dalla tecnologia. Immagini fugaci di monaci scalzi che marciano sotto la pioggia battente di Yangon. La visione raccapricciante di un reporter che cade a terra, mentre un soldato del regime lo uccide a sangue freddo. È questo il Myanmar?
I monaci lasciano i monasteri: cento, mille, decine di migliaia. A loro si unisce la gente comune della Capitale e quella delle altre città del Paese.
È un quotidiano normale, una giornata come tante altre. L’apparenza di una realtà nascosta. Attraverso le scarse e frammentarie notizie che il nuovo regime lascia filtrare oltre confine, gli occhi del mondo provano ad osservare, seppur con reazioni distanti. Il destino della gente, ancora una volta, sembra scivolare in un futuro già scritto da qualcuno. Tra le superpotenze internazionali, nessuno o quasi si schiera dalla parte del nuovo regime salito al potere con la forza. Solo India e Cina, come del resto già successo in passato, tergiversano e si astengono dal prendere posizioni. Sono molti gli interessi in gioco tra questi vicini di casa, nessuno vuole compromettere i rapporti economici instaurati con i generali del “Paese delle pagode”. La nuova giunta militare sa di avere gli occhi del mondo puntati addosso, ma nonostante ciò, è ugualmente determinata nella volontà di far nascere una nuova dittatura. Questo nuovo “regime con le stellette” non si piegherà facilmente.
È una nuova alba in Myanmar, ma nulla sotto il cielo sembra essere cambiato: i raid nei monasteri “ribelli”, nonostante gli appelli internazionali a fermare la repressione, continuano con pugno di ferro. I soldati hanno l’ordine di reprimere la protesta e ogni forma di ribellione.
Mizzima News, il portale dei dissidenti birmani all’estero, con impegno e grande fatica aggiorna costantemente sull’evolversi della situazione nel Paese. Il mondo, seppur sordo, in modo frammentario viene aggiornato regolarmente. Le Nazioni Unite reagiscono con lentezza, provando ad attivarsi. Serve fare in fretta, il tempo per fermare la carneficina in atto è diventato prezioso. Sono sempre meno coloro che continuano ad essere informati, le linee internet sono state interrotte. Il Myanmar è isolato.
Quanti arresti, quanta gente finirà nelle galere, quanti morti rimarranno abbandonati ai bordi delle strade? Nessuno potrà saperlo. Il silenzio farà svanire gli eventi, mentre il tempo si impegnerà a cancellare un pezzo di storia.
L’apprensione dell’evolversi della lotta nonviolenta dei monaci e della mobilitazione dei mediattivisti, per raccogliere testimonianze e annodare i fili della solidarietà internazionale, sta dando piccoli frutti.
Il viaggio dell’inviato speciale delle Nazioni Unite Ibrahim Gambari nel 2007 era stato un fiasco. Il generale Than Shwe, allora capo della giunta militare, lo aveva incontrato con leggerezza e menefreghismo. Il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi osservava dalla sua casa di Yangon, dove era agli arresti domiciliari, il lento scorrere del tempo che non portava a nessuna risoluzione pacifica. Le incursioni che si susseguirono fecero supporre che i generali del regime, che avevano convissuto con tutte le sanzioni possibili che l’occidente aveva imposto, avessero ignorato qualsiasi appello al cambiamento e persino un dialogo che portasse a un compromesso.
Col passare dei giorni le strade dell’ex capitale parevano essere ritornate tranquille, ma appena si muoveva qualcosa nei punti strategici della città – nelle vicinanze del centro commerciale o in prossimità della Shwedagon Paya – i militari ritornavano a farsi vivi con tutti i loro mezzi a disposizione per ricacciare indietro ogni forma di rivolta. Autopompe e idranti erano stati piazzati anche nelle vicinanze della Pagoda di Sule, altro punto nevralgico della rivolta.
Cosa stava succedendo in questo angolo di mondo che noi tutti avevamo imparato ad amare e allo stesso tempo compatire? Il popolo birmano ha sempre saputo entrare nell’animo dello straniero, semplicemente con la forza di un’indelebile sorriso. Un dono di Dio, riservato ai disperati del continente più grande del pianeta: l’Asia.
Ci sono storie da raccontare in questa terra che un tempo fu il Regno di Toungoo. Come si faceva una volta, senza colore. Serve solo saper focalizzare un sentimento e uno stato d’animo guardando in faccia alla gente. Quando si cammina abbracciati a una popolazione che a stenti prova ancora a sopravvivere, ci si lascia contaminare. Il resto poco importa, lo si abbandona ai grandi “Dei” dell’insensibilità.
Paesaggi incantevoli tinteggiati dal verde smeraldo della natura, imponenti pagode dorate che svettano verso il cielo ornato da nuvole bianche in cammino verso il mare. Volti offuscati da un quotidiano privo di speranza, ma pur sempre illuminati da un sorriso. È la forza di un popolo senza pace che continua a credere nel domani che verrà. Qualcuno prova ad osservare, senza dubbia interpretazione, senza retorica. Il ritratto quotidiano di una socialità fatta ancora di fiducia e suggestioni, di esili corpi che si muovono in un’univoca danza ormai in debito di forze. Nell’unione di mani volte alla preghiera, dove il segreto di uno sguardo apparentemente assente, volge verso la spiritualità nascosta oltre l’orizzonte della vita.
Si sentono voci femminili nel ristorante del Yuzana Garden di Yangon, sono ragazze che cantano accompagnate da improvvisati strumenti musicali. La voce della solista attrae, non passa inosservata. L’armonia degli acuti plasma l’incantevole melodia che volge verso il cielo, donandola di una nuova forma fatta di lineamenti astratti. Ammalia ascoltarla. La voce racconta frammenti di storia andata, di vite spezzate in un mondo che sorride. La personale rappresentazione narrativa di un’esistenza a cui è stata sottratta la libertà. Un popolo in gabbia alla ricerca di un respiro, in un mondo difficile da immaginare, dove ogni cosa resta maledettamente immobile. Dove solo i muti sopravvivono.
I ragazzi si mettono in “viaggio” attraverso boccali di birra Mandalay, mentre la musica a basso volume, soffocata dal coprifuoco, svanisce nel buio di una sera senza stelle.
Lo “storpiato” valore della vita prende forma attraverso la censura imposta dal nuovo regime. Il muro dei confini s’innalza verso le nuvole dense di pioggia, le frontiere rafforzano i cancelli con enormi matasse di filo spinato e cavalli di Frisia arrugginiti. Il resto del mondo si allontana, svanisce nell’espressione figurata della libertà.
La polizia del nuovo regime prosegue senza tregua con gli arresti indiscriminati, soprattutto tra i membri della lega nazionale per la democrazia. I dissidenti delle fazioni minori vengono incarcerati nelle malsane prigioni alla periferia della capitale. Le minoranze etniche non hanno voce in capitolo, restano fuori dal gioco del potere. Per le popolazioni Ann e Akha, stanziali nella regione di Kyaing Tong a poca distanza dal confine cinese, la vita continuerà come sempre nelle risaie. Coltivare i campi, manovrando un aratro trainato da “buoi d’acciaio” di fabbricazione cinese, è e rimarrà il loro destino.
Washington e Parigi chiedono da tempo al governo cinese di usare la propria diplomazia e influenza per convincere le giunte militari a fermare la repressione. I Ministri degli esteri dei G8 si sono sempre accordati nell’adottare una formula simile, ma senza minacciare sanzioni nel rispetto della posizione della Russia. Come sempre interessi economici e di potere si intrecciano, senza tener conto della libertà dei popoli.
Nel Myanmar, dopo i golpe militari, ogni volta si indicono elezioni democratiche. La storia si ripete: le fazioni sconfitte contestano sempre l’esito delle schede elettorali, le voci s’innalzano diventando grida di protesta. Il vincitore viene accusato di brogli. In questo angolo di mondo, come in altri del resto, non c’è mai nulla di nuovo sotto un cielo perseguitato.
Gennaio 2021: sfilano nuovamente i carri armati per le strade di Yangon. I militari ritornano a presidiare le città più importanti del Paese: è un nuovo colpo di stato. L’ennesimo.
La prima icona del Myanmar Aung San Suu Kyi – “The Lady”, come la chiama con reverenza il popolo birmano – è stata arrestata. Da sempre impegnata per la lotta pacifica alla democrazia, continua a far sentire la sua voce inneggiando il popolo alla protesta e alla non resa nei confronti dei nuovi “padroni” del Myanmar. La popolarità della discussa premio Nobel per la Pace, nonostante la difesa della persecuzione della minoranza etnica musulmana dei Rohingya, nel Paese è più forte che mai. Non si può affermare altrettanto nel giudizio che l’Occidente le sta riservando, soprattutto da qualche anno a questa parte. L’esile paladina della pace che si è ispirata alle campagne non violente di Martin Luther King e il Mahatma Gandhi, ha annebbiato gli occhi del mondo.
Mentre nel Paese sono stati nuovamente interrotti i collegamenti internet e i voli, la Cina ha bloccato la bozza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che condanna il nuovo colpo di stato. Nonostante tra i Ministri degli Esteri del G7 ci sia una forte preoccupazione sull’evolversi della situazione, l’opposizione di Pechino intralcia la diplomazia per un dialogo con la nuova giunta militare. Sui social il video che mostra l’insegnante di aerobica Khing Hnin Wai durante una lezione online, è diventato virale. Alle sue spalle l’esercito invade le strade della capitale Naypyitaw. Una situazione ambigua, probabilmente programmata e voluta da qualcuno del nuovo potere, per distrarre i media. O semplicemente per insabbiare la violazione dei diritti umani e lo stato di diritto.
Calerà nuovamente il silenzio sulla Terra delle pagode, gli occhi del mondo sono impegnati a guardare altrove in questo periodo di pandemia. La censura militare oscurerà gli eventi, anche se non completamente chiuderà il grigio e incomprensibile sipario. Tutto sarà messo a tacere.
Ci sono ricordi che riecheggiano nella Birmania dei tempi andati. Sono frammenti di vita fissati indelebilmente sulla carta di alcune fotografie: l’ultima luce dorata riflessa dalla Shwedagon Paya, prima del grande buio. Monaci ancora bambini che giocano a palla nel cortile di un monastero. Giovani donne avvolte in tradizionali abiti colorati nelle vie del mercato. Sorrisi accennati su volti impauriti, nell’oscurità di una notte senza fine.
La ragazza del Yuzana, nonostante nel ristorante non ci sia più nessun cliente, continua a cantare in una sala ormai deserta. Myou – il driver dell’albergo – sorseggia un tè seduto davanti a un poster dove è raffigurata una bellezza locale. Un anziano monaco fa scivolare il mala tra le dita, colloca la propria consapevolezza e concentrazione nella recitazione di un mantra fatto di reminiscenze. Memorie andate che annidano nel corpo, e lacerano l’anima.