Nel letto di Amanda

Nel letto di Amanda

Conobbi Amanda all’Osteria di Italo Pedroni, nella bassa modenese. Quella sera osservandola mentre tracannava il brodo dei tortellini rimasto nel piatto, capii immediatamente che le ragazze che respirano la nebbia di queste parti hanno qualcosa di speciale.
Pochi fronzoli e tanta sostanza, tra queste campagne bagnate dal Panaro si va al sodo, c’è ancora quel nonsoché di nostrano che sfugge alla logica moderna della città.
Amanda sapeva bene dove voleva arrivare e ci mise veramente poco per trasportarmi nel suo mondo casereccio e  incantato. Nell’artigianale teatro della sua casa, tra mura avvolte da una luce fioca di colore rosso, mi trovai senza accorgermene disteso in un letto in ferro battuto, completamente nudo e smarrito nell’orientamento. Lo spettacolo stava per avere inizio, o forse ignaro di quanto stesse accadendo, non mi ero accorto che era già stata dettata la prima parte del copione. Inerme mi lasciavo assaporare, senza oppormi al suo volere, ma soprattutto senza porre limiti di sorta ad una degustazione principesca di grande maestria. Sapevo che da qualche parte nascondeva le chiavi del paradiso, ma bisognava stare al gioco e superare l’analisi preliminare per poter essere ammessi alla terrazza con vista sull’eden.  Non c’era fretta in quella notte senza stelle, tutto procedeva lentamente nell’insostituibile ritmo della natura. Amanda faceva capire bene, con lente gesta graziate dall’esperienza ed  in maniera inequivocabile, la professionalità amatoria e l’audacia delle donne emiliane. Sapeva usare egregiamente la cadenza linguistica del luogo, alternandola alla lingua italiana, quella vera. Mi parlò della storia di quei borghi e della sua gente, della vita nelle campagne nei tempi andati e di come ci si divertiva dopo il tramonto. Poi mi rese dotto narrandomi nei minimi particolari la leggenda dell’arciduca Benjamin Sochmel, quell’amato dongiovanni che nella metà del settecento, cambiò per sempre le tradizioni amatorie del luogo. Da Roncobilaccio a Mirandola nulla fu più come prima. Miscelando sughi d’impasto, versando calici di Lambrusco e dando forma alla nobile arte del cotechino, le mani segnate dal lavoro nelle ceramiche sassuolesi continuavano a muoversi in un’arte amorosa fatta di unicità territoriale e istinto personale. Inebriato dalla fantasia dei profumi, i miei sensi caddero in preda ad un sogno senza risveglio. Accompagnato dal frinio delle cicale, posate incuriosite sul davanzale della finestra, il mio non più giovane corpo, stava per essere trasportato in un’altra dimensione. In questa foresta bianca, accecato dal bagliore di una luce inesistente, mi lasciai sopraffare dall’arma letale dell’iguana. Il color carne di un nylon troppo tirato, in netto contrasto col poliestere da quattro soldi comprato alla fiera dei tiramolla di Sassuolo, toglieva forma ed energia allo sfarfallio delle palpebre rendendole meste e prive di controllo, fino all’imminente pace dei sensi. In questa atmosfera ottocentesca, la testa sembrava esplodere, soprattutto quando i tentacoli della piovra assetata di nettare, prendevano il sopravvento su un corpo oramai in balia dell’evento. L’aria all’interno della stanza si era riscaldata, il sudore era l’unico filtro tra la schiena e il lenzuolo di cotone makò, che lentamente veniva aspirato dall’orifizio opposto alla città della gioia.
Inquieto nella mente e invaso dal torpore di una febbre che stava per crescere, minimizzai la sensazione di formicolio che lentamente stava invadendo il “ponte di Ravello”. Capii che al più presto dovevo riprendere il controllo della situazione, lasciando spazio al presente e al trepidante pensiero dell’imminente futuro.
Spalmato di crema salivare, iniziai a percepire l’ozio di un massaggio speciale che mi avrebbe portato al totale assopimento. Il pensiero non si fermava, volava nella luce di quegli occhi, che fino ad allora mi erano stati negati da una postura sempre troppo chinata. Avvolto dal turbinio di una sensazione primitiva oramai priva di ragione, guardai la mantide religiosa allontanarsi verso il bagno piastrellato di ceramica rosa. La sua posizione, per la prima volta, era quella dell’homo erectus.
Avevo pochi istanti per me, sapevo che sarebbe ritornata a prendersi un altro pezzo del mio corpo. A fatica riuscii ad allungare il braccio verso il comodino, dove era appoggiato il mio telefono. Non esitai un solo istante, composi il numero di Dario. Il mio avvocato.

Borgo Panigale, anni orsono…