Nessuno ci può giudicare

Nessuno ci può giudicare

Non è scontato far capire cosa sta “dentro” una fotografia. Molto più difficile e arduo, è far smuovere chi osserva l’essenzialità del rettangolo senza spingersi oltre il fotogramma. Praticamente impossibile è invece, trasmettere quell’acre odore che ha impregnato i vestiti in una camera oscura. Capisco, il non aver mai focalizzato una porzione di vita mettendola a fuoco, esclude la capacità visiva del vedere e successivamente del comprendere un mondo troppo spesso lontano e sconosciuto. C’è anche la creatività, poi. Quella imposta e voluta dall’autore che attraverso il filtro di una lente racconta il proprio interpretare, una realtà spesso personale, mai vera. Non è scritto da nessuna parte che il documento di un frammento quotidiano deve essere oggettivo, spesso è l’originalità di una visone fuori dagli stereotipi e dagli schemi comuni che porta ad un linguaggio di comunicazione personale e univoco. È il vedere con occhi nuovi e diversi che stimola la visione altrui. Il concetto del nuovo è un’osservazione legata al compromesso con altre menti e differenti ideologie. E non tutti sono all’altezza.
Questo processo, prima mentale e in seguito visivo, accade solo ed esclusivamente perché nello sforzo del ricercare e mettere a fuoco, escludiamo le particelle vitali invisibili alla nostra percezione di esseri umani, fatte anche di storia passata.
Parlare di porzioni di vita attraverso l’omonimia di una visione ridondante, è un passatempo per tutti, ma solo per pochi diventa un nobile lavoro, quello eletto dalla gente che vive il quotidiano fatto di routine e fatica scontata.
Bisogna sapere che la furbizia gratuita e il non macchiare le mani, preclude l’apertura verso una parte del reale, quella che spesso i nostri occhi incrociano in famiglia e nella vita di ogni giorno.
Muoversi in punta di piedi e nell’invisibilità necessaria a non distorcere ciò che ci circonda, è la ricetta sostanziale per non farci perdere il controllo di una situazione non totalmente assimilata e ancora in fase di studio. Osservare senza essere osservati: sta proprio qui, nel comportamento naturale di ognuno di noi, ciò che poi farà la differenza nel risultato di una fotografia. Essenzialità invisibile agli occhi, per non mentire, soprattutto a se stessi.
Bisogna fissare l’istante solo quando c’è la necessità di farlo, sapendo andare oltre, mirando un obiettivo preciso. È inutile raccogliere tutto pensando di filtrare gli “scatti” seduti comodamente davanti a un computer. Il peso dentro di noi assumerebbe valori ingestibili, le energie si sprecherebbero privandoci di lucidità e derubandoci della linfa vitale per intraprendere il cammino programmato.
Succede che il congegno sincronizzato negli anni venga a mancare, improvvisamente. La favola fatta di raggi di sole e spicchi di luce artificiale, come per un processo di osmosi tra il vecchio e il nuovo, potrebbe perdere l’identità originale lasciando spazio a qualcosa che ancora non conosciamo. I nostri occhi avranno una percezione nuova e completamente diversa, a tratti innaturale e spesso superficiale. Non servirà approfondire, semplicemente perché il nostro cervello non avrà più questa necessità primordiale.
Ci saranno nuove metodologie per decodificare i messaggi. Nuovi saranno i versi che i romanzieri ci trasmetteranno, le melodie dei cantastorie avranno un suono innovativo e tecnologico, anche le voci dei nonni che leggono le novelle cambieranno tono. Il calore della lampada ad incandescenza sul comodino lascerà il posto a una moderna luce a led, controllata da uno smartphone.
Uno sconosciuto, dall’altra parte del mondo, ha premuto un pulsante. L’uomo ha battuto il martelletto su un tavolo costruito con assi di noce. Si è fatto spazio nella toga nera infeltrita dal tempo, per impedire che qualcheduno rallentasse il suo movimento.
Stiamo trattenendo il respiro nell’ansia del non sapere come verrà decodificato lo stato d’animo di chi lavora con lo stomaco, di chi per anni ha raccontato la storia della gente, di chi continua a guardare la luce, anche se più fioca, oramai.
Hanno le mani pulite i giudici mandati dal padreterno, e lo sguardo sempre vigile. Il viso è ben tirato, non ha rughe. Appaiono sempre troppo pallidi, non si sono mai esposti ai raggi del sole. Loro sanno molto bene che gli osservatori ribolliscono attendendo la sentenza. Sanno anche che l’attesa stimola le parti con stati d’animo inversamente proporzionali.
Ci sono occhi estranei pronti a sentenziare il nostro operato, senza sapere nulla di noi. Si affidano a brandelli di umore ammassato durante la giornata nel traffico, a suon di clacson.
I colleghi affermano che gli “arbitri” sono bravi e preparati, dicono che ognuno di loro ha letto molti libri e tantissimi manuali.
Voci di corridoio sussurrano che, una delle “giacchette nere”, quando la mattina s’incammina verso l’ufficio, conta i passi che compie ad alta voce. Nel “giro” pare sia famoso per la sua scrittura: usa una sintassi che spiazza e porta fuori strada molti lettori. Trascinato da un’esaltazione letteraria che si perde tra le sue stesse righe, arranca nel guardarsi allo specchio per riconoscere un’identità. Fa sorridere l’”ufficiale giudicante” con i pantaloni a tubo che fasciano le gambe, e troppo corti nell’orlo per il cemento della città. Divertono anche i grandi occhiali da superman che indossa: fuor di misura per volare in alto, troppo brillanti per restare umile.
L’encefalo ben tarato piange lacrime d’imbarazzo alla vista del coadiutore dell’arcivescovado a caccia di milf brizzolate. Ha sempre un fazzoletto bianco nel taschino sinistro della giacca da due soldi, che porta solo al braccio. E non si infila mai. Qualcuno afferma che è molto affezionato a quell’indumento, era del padre. Due taglie più grosso di lui.
Nell’aula del giudizio svettano cappelli dalle forme bizzarre, scodelle dai colori assopiti collocate sopra capi pelati tirati a lucido. Una signora in là con gli anni, fa ondeggiare la geometrica frangia, fino a sfiorare la montatura in finto guscio di tartaruga dei suoi occhiali. Da giovane, la sciura, aveva capelli corvini, naturali. Il tempo è passato, ma sono rimasti dello stesso colore: nerissimi, pantone black.
Posture ingobbite collocate su libri ingialliti, parole sciupate decollate da labbra cosparse da burrocacao. Qualcheduno si aggrappa a illusori consensi, come ancore di salvezza, dal baratro dell’anonimità. C’è chi trema invece, quando le voci ricominciano un altro giro di giostra, e si riparte daccapo. Eppure affascinano le profonde parodie dei “sapienti”.
Oratori, fantasmi senza fissa dimora, maestri sputasentenze del terzo millennio, gentaglia da spettacolo asettico, uomini senza cinghia al collo: la tresca è arrivata al capolinea. Game over.
Indossano abiti griffati per mimetizzare il nulla, hanno mani ammorbidite da pomate emollienti e visi ricoperti da “paste” che foderano l’ipocrisia. Non sanno nulla della guerra, questi signori. Non conoscono la puzza del mondo marcio, neppure come lacrimano gli occhi di chi sta per morire di fame. Come batte il cuore di una madre quando porta la sua creatura in grembo, forse lo hanno appreso negli anni affrettati della loro vita. O ne hanno sentito parlare da qualcuno. Sono certi di sapere cosa significa stare seduti, a stretto contatto, con uno sconosciuto in un treno di pendolari. Seppur senza mai avergli rivolto la parola.
Diventa inimmaginabile l’interpretazione attraverso gli occhi di un mendicante che tende la mano, all’angolo di una via, mentre l’indifferenza della società si dilegua altrove. È difficile, se non impossibile, intraprendere un dialogo sulle “fattezze” della vita. I maestri hanno un “sapere” solo loro, eccessivo ai poveri mortali. Lo hanno sempre avuto.
Intraprendere relazioni ─ seppur solo verbali ─ sulle porzioni della vita comune, è come interagire con gli elettrodomestici di ultima generazione: i “dotti e i saccenti” non comunicano col linguaggio della strada, parlano una lingua evoluta. Sono pochi coloro che possono permettersi il lusso di comprenderla. Dottori sì, acculturati da esperienze altrui. “Altrui”, fatti solamente di un nome stampato sulla copertina cartonata di un volume. Camminano tra le righe dei manuali, i “padreterni”. E non inciampano mai.
Sanno giudicare le fotografie, loro. Sono abili i “giudici”: pesano l’estetica, interpretano i contenuti ─ reali o distorti che siano ─, leggono i messaggi, si ficcano nel pensiero. Varcano la soglia delle anime senza il minimo scrupolo, con l’indelicatezza di un bisonte. Valutano, con un pollice rivolto verso l’alto, o con una smorfia scrollando la testa: promosso, benvenuto nell’olimpo. Bocciato, torna a casa. L’emozione dell’autore rimane sempre fuori dal gioco, ma questo che importa. È superfluo, per il giudizio. Gli occhi registrano quello che vedono, la decodifica dello stato d’animo vissuto non conta: non interessa a nessuno se dietro a una fotografia c’è sempre stata la mano e la sensibilità di un uomo.
Che ne sanno gli “ufficiali giudicanti” dal palmo bianco, cosa si respira prima di scattare una fotografia? Che ne sanno cosa significa escludere trecentocinquantanove gradi di mondo per focalizzarsi su quel grado che chiude il cerchio dell’istante? Che ne sanno che ci sono uomini ─ o ancor più ragazzi ─ che hanno fatto dell’arte della fotografia un mezzo per raccontare i fatti e sé stessi?
Le storie, se non raccontate, finiscono nell’aria. E il vento se le porta via con sé. Fotografare il mondo non è un semplice lavoro, è una missione. Per pochi.
Ebbene sì, è arrivato il momento di sollevare i culi dalle poltrone vellutate. Le vostre creme oleose che vi siete spalmati sui visi stanno trasudando, vi scivolano dal mento, e non affatturano più. Avete raggiunto la fase irreversibile del rigetto. Siete sull’orlo di un baratro; neppure le immagini movimentate che avete visto al cinematografo vi potranno più salvare. Carissimi “maestri”, nessuno vi ha ancora detto che nei tomi che avete letto, mancavano svariati capitoli. I più importanti. Su quelle pagine qualcuno aveva scritto che l’esperienza non si può scrivere, a volte neppure raccontare. Va semplicemente vissuta. Ecco dove avete sbagliato.
Non vi tornano i conti? I vostri display impazziscono come in una calcolatrice dove le batterie pisciano ossido? Dovete alzare i tacchi, e chinare il capo. Nessuno oserà mai chiedervi umiltà, sarebbe come domandare alla luna di abbracciare il sole.
I vostri sguardi assetati di sapere rapito si riversano assopendosi. Nessun giovane si farà più abbindolare smorzando i propri sogni custoditi gelosamente in un cassetto. Neppure chi è ormai diventato grande e ha sperato fino ad oggi, si farà più trarre in inganno nella speranza di un premio costruito, o di una falsa congratulazione.
Le nostre ingenuità e stupidità hanno fatto un passo avanti: abbiamo dischiuso le vostre segrete “dottrine”. Giù la maschera falsi dottori, ora le poltrone nere spettano a voi: parlateci dei vostri sogni, diteci dell’amore, mostrateci le vostre impronte, parlateci della vita. Ma soprattutto, non nascondetevi dietro a un paio di occhiali scuri. Guardateci in faccia. Forza, parlateci di voi. È questo che ci affascina, è questo che vogliamo sapere. È questo che ci interessa.
Fuori dalla finestra è calata la nebbia. Domani dicono sia una bella giornata. Se ci sarà il sole, continueremo insieme a guardare le nostre fotografie.