Quarta B

“Quarta B”

Erano dei “mascalzoni” i ragazzi della “quarta B”. Bricconi che avevano trasformato il luogo di studio e di “dovere” adolescenziale in uno spazio di burlesco divertimento. Facevano di tutto quei ragazzacci, senza porsi limiti. Non erano privi della fantasia del furfante. Lo studio non era mai una priorità, per loro. Almeno fino a metà maggio, quando l’aria iniziava a scaldarsi facendo assaporare il profumo dell’estate che bussava alle porte. In vista degli scrutini di fine anno, con enorme sforzo, tutti si mettevano con la testa china sui libri. I ritardatari – quelli che nel primo quadrimestre avevano molte insufficienze – non riuscivano a recuperare tutte le materie in “rosso”, rimanevano nel fondo della classifica: inevitabilmente dovevano studiare “qualcosa” per settembre. Per quegli esami riparatori ideati dal Ministero dell’istruzione per i non completamente zucconi.
Sessioni improvvisate presiedute da insegnanti rientrati all’ultimo momento dalle vacanze. Rilassati e con ancora la tintarella spalmata sul corpo, i professori provavano a darsi un tono istituzionale. La prima domanda che rivolgevano agli studenti era di prassi: “Hai studiato?”. La seconda invece, che usciva dal profondo dello “scazzo” di un’estate che stava per finire, veniva pronunciata guardando il soffitto dell’aula: “Bene, allora raccontami quello che vuoi, a tua scelta”. Alla sufficienza ci arrivavano quasi sempre. Solo in casi disperati qualcuno veniva ricacciato indietro, a ripetere l’anno scolastico.

Non era una classe “normale” la “quarta B”. Spesso, dalle finestre dell’aula, volavano le “tracolle” piene di libri sull’asfalto della sottostante via Armando Diaz. Su quella strada, che costeggiava la facciata dell’edificio scolastico, era diventato pericoloso passeggiare in orario di lezione.
Le manifestazioni di protesta e gli scioperi “inventati” si innescavano come micce, all’improvviso. Bastava veramente poco per scatenare il disordine collettivo: una cioccolata senza zucchero erogata male dalle “macchinette”, un giudizio dell’interrogazione non condiviso dalla classe, un termosifone con qualche elemento mal funzionante, un compito in classe programmato nelle prime ore del lunedì. Erano tempi di contestazione, gli anni Settanta: potere agli operai, e agli studenti.

Il suono stonato della campanella sanciva – come sempre – l’inizio dell’ora di lezione: cinquanta minuti accademici dove poteva accadere di tutto, tranne il regolare svolgimento del programma didattico della singola materia. Il professore di turno veniva accolto in classe da “bestie inferocite” assatanate di adrenalina. All’ITIS Bernocchi era la “normalità”, a quei tempi. Ma ci furono anche giorni speciali, dove il silenzio tombale degli alunni – nell’attesa che il Professore entrasse in classe per la lezione – faceva da “prefazione” a trappole infernali.
Ci fu un giorno di metà gennaio in cui, la nebbia di una gelida mattinata d’inverno, aveva ovattato l’atmosfera oltre le finestre dell’aula al primo piano dove avrebbe dovuto fare lezione la “quarta B”. Gli alunni, ancora assonnati dopo una nottata passata a zonzo per la provincia milanese, non avevano molta voglia di ascoltare la lezione di misure elettriche del “Naza”, il Professore da poco arrivato dalla Sicilia e assegnato come “supplente sacrificale” nella sezione “B”. Non c’erano vie d’uscita per sottrarsi alle due noiosissime ore di cantilena teorica a cui nessuno fregava nulla. I “pagnoni de l’ostia” – così venivano chiamati i ragazzi della “quarta B” – dovevano escogitare qualcosa. Giocarsi il tutto per tutto. Subito.
In fondo al corridoio le spesse lenti da miope degli occhiali del Professore prendevano sempre più forma. Di lì a poco avrebbe fatto il suo ingresso in carne e ossa, nell’aula. Fu in quel preciso istante che il “Vigna”, colto da disperazione post nottata in bianco, ebbe il lampo di genio. Con una regia, che probabilmente si portava nel DNA, in un battibaleno riuscì, con la collaborazione di tutti, a “ribaltare” la classe di centottanta gradi: i banchi girati verso il muro in fondo all’aula, la lavagna accostata alla parete degli “ultimi della classe” e la cattedra, compresa della pedana dove di solito poggiava, speculata dalla sua posizione originale. Furono aperte anche le finestre, per fare entrare la nebbia e rendere la scenografia ancora più nefasta. In quel riflesso di atmosfera glaciale gli alunni si sedettero al proprio posto, in silenzio. L’attesa del professore faceva palpitare i loro giovani cuori.
La porta dell’aula finalmente si aprì: il Professor “Naza” rimase sbalordito nel vedere la compostezza dei suoi allievi. Ci furono attimi di silenzio, infiniti, prima che la classe riuscisse a percepire lo stato d’animo raggelato del docente e vederlo paurosamente sbiancare in volto per questa ennesima presa per il culo.
Irritato oltre il limite dalla situazione venutasi a creare, il “Naza” si voltò e si diresse verso la Presidenza, socchiudendo la porta con parsimonia.
Ci volle solo una manciata di secondi per far ritornare alle origini l’arredo dell’aula: banchi, lavagna, cattedra e pedana furono riposizionati ai loro posti. Le finestre richiuse, sbarrate. La “quarta B” era ritornata una classe di bravi ragazzi. Lupi travestiti da pecore, in attesa del ritorno del Professor “Naza”, probabilmente accompagnato dal Preside dell’istituto, il “Milotta”.
Passarono cinque lunghi minuti prima che l’uscio della stanza si riaprì mostrando la figura inferocita del “Capo del Bernocchi”: il Preside. Non volò una mosca, la mancanza di rumori fu assordante. Il buon Milotta guardò il Professore negli occhi in attesa di una conferma riguardo la veridicità di quanto probabilmente lamentato poc’anzi nell’ufficio della Presidenza. I colpevoli di “circonvenzione di Professore”, in attesa dell’evolversi della situazione, se ne stavano in silenzio con un evidente – seppur controllato – sogghigno sarcastico scolpito nel volto.
Nell’incredulità di un responsabile didattico, ancora in attesa di una voce capace di spazzare via l’imbarazzo venutosi a creare, il Professor “Naza” trovò la forza – tra il tremore delle mani, le palpitazioni e qualche lacrima che scendeva dalle guance – di pronunciare qualche parola: “Signor Preside, le posso garantire che l’aula era girata”. Milotta, vistosamente imbarazzato, sapeva che il Professore non aveva avuto allucinazioni, ma non osava dar contro alla classe. Il Preside esitò ancora per qualche istante, poi dovette fare la sua parte nel ruolo che gli competeva. Non poteva esimersi dal farlo.
Milotta si rivolse ai “boss” della classe: “Ragazzi, è vero quanto ha asserito il Professore qui presente?”
“No Signor Preside, le dichiaro a nome dell’intera classe che non è stato fatto nulla di quanto le è stato raccontato dal Professore. La classe non è mai stata girata” – esclamò con fermezza il capo dei “boss” della “quarta B”.
“Naza” crollò. Susseguirono attimi imbarazzanti. Anche da parte degli studenti, probabilmente pentiti dell’accaduto.
Milotta rivolgendosi al docente riprese la parola: “Professore se la sente di fare lezione?”.
“Naza”, con un evidente groppo in gola, rispose con un filo di voce al Preside: “Lo chieda ai miei allievi per favore. Chieda a loro se posso portare avanti la mia missione di insegnante”.

Alle “dieci e dieci” di ogni mattina – sabato compreso – suonava la campanella dell’intervallo. Nello scantinato sotto la palestra, in men che non si dica, si formava la coda degli studenti affamati. Una fila disordinata di adolescenti a caccia di qualcosa da mettere sotto i denti. I “vecchi” di quarta e quinta, molto più affamati dei “figatelli”, saltavano la colonna e passavano avanti. E se qualcuno provava a dire qualcosa: erano cazzi, spesso amari.
Stefano – lo storico “paninaro” dell’ITIS – preparava quotidianamente cento panini: settanta con salame e trenta con la bologna (mortadella). Aveva anche le bibite: Coca Cola e Fanta, in lattina. Costavano cento lire, come i sandwich. Tra i ragazzi della “quarta B”, come del resto quelli delle altri classi, giravano pochi soldi. Lo spuntino dell’intervallo era per pochi eletti, non tutti potevano permetterselo. Gli stomaci dell’età dello sviluppo impazzivano, sbraitavano. Avevano bisogno di essere riempiti, e questo il buon Stefano lo sapeva.
A “quelli” della “quarta B” diceva sempre di aspettare, di avere pazienza. Alla fine della pausa, quando la “bottega” sarebbe stata chiusa, quando anche l’ultimo studente “normale” veniva assorbito dal dovere della lezione, i “pagnoni de l’ostia” potevano abbuffarsi gratis. Le bibite però andavano pagate, anche a rate, entro la fine dell’anno scolastico. Debiti affidati alle tasche della libertà, bigliettini fatti di numeri scritti a mano, nel vento.

“Terza ora” di una bella giornata di sole: la “quarta B” si stava recando in classe – in perfetto orario – per la lezione di italiano, o di storia. La Professoressa “Catty” – bella donna tra i trenta e i trentacinque anni – attendeva i suoi diligenti alunni seduta sulla cattedra, come sempre. Amava insegnare così, era il suo stile. Era sempre ben vestita la Professoressa di lettere, curava molto la sua femminilità: sapeva come tenere a bada e catturare l’attenzione dei suoi studenti durante le noiosissime lezioni di letteratura. Portava sempre gonne in cotone, sopra il ginocchio. Leggere, svolazzanti. Le camicie bianche che indossava invece, anch’esse sottili al limite della trasparenza, erano sempre slacciate almeno di due bottoni sotto il collo, lasciando intravedere una buona parte dei seni. Raramente portava il reggipetto nella fantasia degli studenti. Non fiatava mai nessuno quando imbastiva interminabili monologhi su Pirandello, sul Rinascimento o sulla Prima Guerra Mondiale. I ragazzi erano sempre attenti, in silenzio: non toglievano mai gli occhi di dosso alla bella Professoressa. “Catty” spiegava masticando il chewing gum, accompagnando la parlata rilassata con una “S” sorda. Aveva qualcosa di fascinoso la Professoressa, era capace di alimentare la già ricca sacca ormonale dei ragazzi di provincia. Le sue lezioni erano un sogno proibito, da tramutare in realtà nelle serate trascorse nel bagno di casa. Come nelle favole più belle la fantasia svaniva al suono della campana: la Professoressa chiudeva il registro e s’incamminava verso l’uscita dell’aula, confezionando un suo ultimo regalo per gli studenti: il suo straordinario fondo schiena.

Dirimpetto all’Istituto Tecnico Antonio Bernocchi sorgeva il “Carlo Dell’Acqua”, un’importante scuola dove si studiava per diventare ragionieri, o geometri. Contrariamente all’ITIS, dove la quasi totalità degli studenti era di sesso maschile, al Dell’Acqua il 95% erano femminucce. Belle ragazze – non tutte – che un giorno sarebbero diventate avvenenti segretarie in minigonna e tacchi a spillo. I pochi maschietti che frequentavano lo stesso istituto, invece, erano aspiranti geometri con un destino già segnato: una bindella tra le mani e, nelle migliori delle ipotesi, a tirar china su fogli di carta da lucido.
Assuefatti a visioni di macchine utensili, trasformatori di tensione e odori di olio chimico, agli occhi degli studenti del Bernocchi, il Dell’Acqua appariva come il paradiso terrestre. Un luogo dove lustrare la vista e respirare i profumi del proibito.
Per una sana e storica rivalità, il Dell’Acqua era sempre stato oggetto di scherzi da parte della supremazia maschile del Bernocchi. La storia narra che nel corso dei decenni non ci fu carnevale dove le ragazze non fossero state schiumate e coperte di farina dalla testa ai piedi.
In un mondo che stava mutando, la “quarta B” non voleva sottrarsi nel dare il proprio contributo al cambiamento. In un rapporto bilaterale fatto di amore e inimicizia, gli studenti del “tecnico” volevano lasciare un segno. Sulla sorta di quanto espresso poc’anzi, il “movimento studentesco” si riunì per escogitare un’azione che lasciasse un segno indelebile: lancio di uova, per dare il benvenuto alla quaresima.
Con una colletta disperata, i ragazzi riuscirono a mettere assieme un arsenale capace di fermare lo sbarco in Normandia: tutto era stato preparato a puntino, era giunto il momento di agire.
In quella mattina di metà marzo, mentre gli studenti e i loro insegnanti erano impegnati nelle lezioni di ragioneria, godendosi anche la rara brezza padana che entrava dalle finestre lasciate aperte, sotto, nella via che prende il nome dall’istituto tecnico, le “truppe d’assalto” si stavano schierando. Un manipolo di tiratori scelti era ormai armato e coordinato per lo scherzo che sarebbe entrato nella storia. Alle 11.00 in punto, come previsto dal programma, si scatenò l’inferno: ragazzi caricati a molla dettero inizio a quella che fu denominata e ricordata come la “giornata delle uova”.
Con una scarica di “proiettili” fu creata una pioggia di tuorli e albumi per almeno un minuto. I frutti delle povere galline andarono a colpire e a imbrattare casualmente, senza un bersaglio preciso. Ovunque. Si sentivano urla innocenti provenire dalle finestre lasciate aperte, ma nessuno ebbe il coraggio di affacciarsi sulla strada.
Il risultato finale fu strabiliante: un compito in classe sospeso per caduta di uova sui fogli protocollo e sulla lavagna, due professori “shampati” e una ventina di “primine” insozzate da capo a piedi.
Le ripercussioni non tardarono ad arrivare: il grande capo, il Preside Milotta, contattato quasi immediatamente dalla direzione dell’Istituto Dell’Acqua, dovette prendere provvedimenti. Furono individuati i responsabili dell’accaduto ai quali fu inflitta una punizione esemplare: cinque giorni di sospensione, il massimo della “pena” prevista dal Provveditorato agli Studi. Una condanna ufficiale che arrivò a distanza di tempo, a ridosso dei “ponti” di primavera. Un castigo che andava a sconquassare le vacanze già programmate. Ci fu immediatamente una rivolta di classe, questa volta unita per trovare la giusta soluzione. Milotta, trovandosi di fronte “troppi” studenti arrabbiati, si sentì messo con le spalle al muro. Si arrabbiò moltissimo, ma non aveva soluzioni alternative: annullare la sospensione e ricacciare tutti in classe era l’unico modo per mettere una pietra sopra quanto accaduto. Stracciò i moduli del castigo – già compilati – con rabbia, ma poi si calmò quasi subito. La “quarta B”, dopo una riunione straordinaria del consiglio docenti, veniva affidata sotto la supervisione del Professor “Frasca”: quegli studenti dovevano essere raddrizzati.

Il “Frasca” era un noto ingegnere della zona, nonché uno stimato imprenditore e docente di esperienza pluriennale. Non era un “Professore” tradizionale: contrariamente ai suoi colleghi non amava giudicare, non classificava mai i suoi allievi. Li faceva studiare e basta. Per lui i voti erano solo dei numeri da portare agli scrutini di fine quadrimestre. Nell’insegnamento usava una metodologia che piaceva agli studenti: pochi fronzoli, solo schiettezza. Le sue valutazioni erano solamente due: il sei politico – indipendentemente da quanto si sapeva esporre – o le “botte”. Calci e pugni da far veramente male, poche storie: o si studiava o erano guai. Un metodo “maschio” e “militaresco”, ma infallibile. Con altri criteri di giudizio nessuno di quei ragazzacci si sarebbe mai messo a rompersi le palle per capire un condensatore. Parlava la lingua della classe, il “Frasca”. Ecco perché era stimato e benvoluto da tutti, nessuno gli avrebbe mai mancato di rispetto.
Il “grande” e “grosso” Professore aveva avuto l’incarico di insegnare nelle prime due ore del lunedì, un orario dove la maggior parte degli studenti non aveva ancora aperto gli occhi e connesso il cervello. “Frasca” sapeva che quei giovani avevano dormito poco. Conosceva molto bene l’andazzo delle notti legnanesi, quelle che finiscono al sorgere del sole.
Dormivano solo mezz’oretta quei ragazzi, sul sedile dell’autobus che li portava a Legnano dai paesi limitrofi. I loro letti ben fatti dalle mamme, raramente venivano disfatti nel weekend.
Col “Frasca” nessuno degli alunni fu mai rimandato agli esami di riparazione a settembre. Tutti, bene o quasi, avevano capito la funzionalità di un condensatore, e di una resistenza.

All’inizio del secondo quadrimestre successe qualcosa di misterioso nella programmazione dell’orario scolastico della “quarta B”: la lezione di elettrotecnica del “Frasca” del lunedì mattina fu sostituita con le ore di matematica della Professoressa “Carla”, nota in tutto l’istituto per il suo carattere spigoloso e la scarsa flessibilità nei confronti degli studenti. La Professoressa “Carla”, probabilmente per le dicerie di corridoio, non aveva grande stima per quella ciurma di ragazzi. Durante una delle sue prime lezioni, verosimilmente spalleggiata dal consiglio dei docenti, tentò di separare la classe: su un foglio protocollo si era annotata alcuni nominativi di studenti. Fantasticava il trasferimento di alcuni ragazzi in altre sezioni. La risposta fu immediata e unanime: la “quarta B” esplose in una rivolta che fece tremare l’istituto. Il coro di proteste capitanate dal “Vigna” arrivò fino all’ufficio della Presidenza. La Professoressa di matematica non aveva chance: la “quarta B” era la “quarta B”, una realtà inscindibile che nessuno poteva toccare.

Erano anni difficili gli anni Settanta, il mondo stava cambiando velocemente. Gli studenti dell’istituto “ribelle”, prevalentemente figli di operai con cambiali decennali da pagare, avevano sempre le tasche vuote: mai il becco di un quattrino, sempre in bolletta. Cercavano di arrangiarsi come potevano quei “poveri” giovani, ma non sempre in modo puramente lecito.
A quei ragazzi, cresciuti troppo in fretta per le strade di provincia, non mancava la fantasia per racimolare qualche liretta da poter spendere nel loro opaco quotidiano.
L’abile e astuto “Vigna”, figlio di un piccolo artigiano della calzatura, confezionava pantofole con pelli di scarto o di seconda scelta, per poi “svenderle” agli amici, ai professori, alle segretarie del Bernocchi, o a chiunque capitasse. Col coinvolgimento di alcuni compagni di classe fu creata una buona rete commerciale per quelle babbucce. Nelle cartelle in tessuto militare non c’era più spazio per i libri di testo, il loro posto era stato sostituito da coloratissime calzature. Gli affari andavano a gonfie vele: su ogni paio il guadagno era di mille lire. Tanti soldi per quell’epoca.
Ben presto, viste le allettanti entrate economiche e parallelamente un inizio di crisi nella consegna della merce, alcuni “viaggiatori” – si chiamavano così i rappresentanti commerciali di quegli anni – iniziarono ad adottare un sistema di mercato truffaldino: due ciabatte destre, o altrettante sinistre nella stessa scatola. Una misura 39 abbinata a un 41. Una tinta rossa associata a una gialla. Un ingannevole gioco “napoletano” nei confronti del malcapitato cliente che, come spesso accade nell’acquisto delle scarpe dagli ambulanti di paese, prova una sola calzatura: la destra o la sinistra.
Nessuno si arrabbiò mai per queste ragazzate. La maggior parte dei “fregati” la prendeva sul ridere.
Sull’onda di questa redditizia attività clandestina, in breve tempo la “quarta B” divenne il bazar del Bernocchi, e non solo. Il suono della campanella dell’intervallo sanciva il sacro mercato clandestino dove tutto era permesso. Si vendeva ogni genere di prodotto: berretti militari, Ray-Ban a goccia già piegati, autoradio usate, o rubate. Coprisella per “Ciao” e copriventola per Vespe Primavera, origano taroccato da marijuana. Su commissione e con pagamento anticipato nulla era impossibile per i ragazzi della “quarta B”. Una banda di scapestrati alle soglie della delinquenza, un confine flebile, fortunatamente mai valicato.
Capitava che gli studenti “bigiassero”. Ma non spesso. Avevano bisogno di evadere, scappare, sentire il cielo infinito sopra le loro teste confuse. Respirare a pieni polmoni senza l’aiuto di un mentino.
Andavano a Milano in queste occasioni, i ragazzi. Salivano sul treno dei pendolari che partiva da Varese, e raggiungeva la stazione di Porta Garibaldi, nel cuore del capoluogo lombardo, un’ora dopo. Lunghi attimi di svago nel centro della metropoli, per poi ritornare, con lo stesso treno, in orario per la coincidenza della “diligenza” della Rimoldi che li avrebbe riportati a casa.
In una delle fredde e nebbiose mattinate di febbraio ci fu una “bigiata” diversa dal solito. Non era prevista una semplice gita tra i palazzi di Milano: quel giorno i ragazzi avevano le cartelle “cariche” di pantofole, quelle spaiate ormai invendibili, e rimaste sul “groppone”.
Erano in sei alla stazione di Legnano in attesa del treno dei pendolari delle 8.30: il “Vigna”, il “Giuan”, ul “Pisun”, il “Sergione”, il “Berta” e il “Merlasc”. Gli occasionali compagni di viaggio, seduti con compostezza sui sedili in fintapelle del vagone di seconda classe, sembravano soldatini in licenza abbigliati con una drop tirata a puntino: manager in giacca e cravatta, semplici impiegati con vestiti acquistati in saldo all’Ubauba e segretarie con gonne appena sopra il ginocchio e cappotti che, volutamente, lasciavano intravedere il décolleté. Un esercito di lavoratori dalle mani bianche diretti nell’idilliaca città dei sogni. Gli “scappati di casa” invece, agitati e scomposti, indossavano jeans, maglioni infeltriti, loden e Ray-Ban con lenti verde scuro.
Non appena il treno lasciò la periferia di Legnano, i ragazzi della “quarta B” aprirono le cartelle che tenevano a tracolla: il “materiale bellico” per l’originale gioco che stava per essere messo in atto era pronto. Pantofole in feltro come proiettili, da lanciare agli sventurati che sostavano – oltre le sbarre bianco-rosse di un passaggio a livello – aspettando il transito del treno.
Era un gioco a punti, questo: vinceva chi colpiva più persone in attesa che le stanghe si alzassero. Nessuno rischiava di essere ferito, semmai qualcuno poteva rimanere sbalordito, come quando piovono banconote dal cielo.
Al passaggio a livello di Parabiago si scatenò il tiro al bersaglio: finestrini abbassati e lancio di babbucce con tanto di cartellino di garanzia e prezzo. Purtroppo solo un lancio andò a segno, gli altri, nello sconforto dei partecipanti, finirono sull’asfalto. La sfida continuò senza tregua, fino alla Bovisa. Fu un viaggio indimenticabile, tra sane risate e occhi sgranati di chi aveva dimenticato la sua gioventù. O forse non l’aveva neppure vissuta.

Erano dotati di vivacità i ragazzi della “quarta B”, un’energica carica vitale che caratterizzava gli adolescenti di periferia. Impauriti da quel cemento che avanzava per inghiottirli senza via di scampo, trovavano sempre la forza di far sentire la loro voce. Uno spirito ribelle di vigorosa passione che mancava ai coetanei della città.
Quei giovani ascoltavano “Leopardo”, nelle graffianti e infinite hit parade trasmesse da Radio Milano International in tarda serata. Accendevano i sogni attraverso le recite moderne di Federico l’olandese volante, in onda sulla neonata Radio 105. Bastava poco per caricare quegli animi acerbi.
Fumavano “Ascrok”, se riuscivano a scroccare. Altrimenti con le misere collette compravano le Merit. Le Marlboro erano troppo forti per i loro teneri polmoni. Studiavano quando capitava: non era prioritario. A casa di “Madonna Balza” passavano interi pomeriggi, tra l’”Avere” o un “Essere” di Erich Fromm e i carciofi custoditi in una bottiglia di Cynar. Poi tutti al “Bunker”, a tirar mattina, invasati da musica ad alto volume, sigarette e fiumi di alcol.
La “Carolina” – il vecchio pullman articolato che faceva la spola tra Busto Garolfo e Legnano – era il dormitorio viaggiante dei ragazzi della “quarta B”. Si appisolavano sbattendo la testa sui vetri appannati. Qualcuno riusciva anche a sognare. Il meritato riposo, dopo una notte di bagordi, continuava tra i banchi in fondo alla classe. Nascosti da un bavero tirato su al limite dei lobi delle orecchie, si facevano coccolare dalle braccia di Morfeo fino al suono della campanella della seconda ora, quando iniziava l’intervallo.

Un panino alla “bologna” e una bibita, trangugiati sugli scalini che portavano verso l’aula magna. Poi nuovamente in classe per le noiosissime ore di misure elettriche. Ancora col “Naza”.
C’era sempre un’incontrollata baldoria prima di iniziare le lezioni. Fino a quando il Professore non prendeva le redini e dava il via alla spiegazione era casino. Dal tragico episodio della “classe girata” che lo aveva coinvolto, il “Naza” si presentava in classe vistosamente agitato. Ogni volta.
In una lezione che entrò negli annali dell’istituto, il “tragico” Professore s’inceppò con le parole iniziando a sputacchiare vistosamente. Attanagliato dall’emozione perse il filo del discorso, per poi riprenderlo dalla parte opposta. Una situazione incresciosa, soprattutto agli occhi della classe. Il “Sergione”, che in una delle sue rare performance di studente modello decise di seguire la lezione seduto ai primi banchi, davanti agli scaracchi del Professore non esitò ad aprire l’ombrello per mettersi al riparo dalla “pioggia” labiale. Fecero altrettanto il “Merlasc” e il “Vigna”, più per solidarietà del compagno che per paura di morire annegati.
Un giorno il “Naza” entrò in classe con un block notes ricco di appunti scritti a mano: era la lezione sulle centrali elettriche, preparata la sera precedente tra un piatto di “ca’ muddica atturrata” e due arancini. Sul volto gli si leggeva la bramosia dell’esposizione: nessuno lo aveva mai visto così impaziente. Si aggiustò gli occhiali spiaccicandoseli sulla fronte: era il segnale che avrebbe iniziato la sua lezione a breve.
Non perse tempo, si girò verso la lavagna e, impugnando un gesso spezzato a metà nella mano destra, schizzò il profilo di una montagna. Poi si rivolse alla classe ed espose il suo insegnamento: “Ci stannu i muntagni, poi ci sono i tubi che si chiamano condotte forzate. C’è l’acqua che scende forte… e sotto ci stanno i turbine con i pali che girano: si fa cussì a fare la currente”.

Dopo mesi di estenuanti e accesi battibecchi durante le interrogazioni e i compiti in classe, con la “Carla” di matematica, la “quarta B” riuscì a trovare il giusto compromesso per una convivenza pacifica fatta di rispetto reciproco. Col passare del tempo, la Professoressa “Carla” pareva perfino divertirsi durante le lezioni nella classe “maledetta”. Se nei corridoi dell’istituto e nelle altre sezioni non sorrideva mai, l’ingresso nell’aula della “quarta B” le permetteva di trasformarsi: le si leggeva il buonumore in volto. Era felice quando entrava in quella classe. Era nato un buon feeling tra la Professoressa e i suoi alunni, il programma didattico andava a gonfie vele e le valutazioni erano ben oltre la sufficienza.
Verso la fine dell’anno scolastico la “Carla” riuscì a stupire tutti: invitò una parte della classe – i più scalmanati – a casa sua per un caffè in compagnia del marito. Fu una bella serata di confronto tra diverse generazioni.

“Naza” era sempre nei pensieri degli alunni della “quarta B”. Non solo si prestava bene agli scherzi, spesso era lui stesso l’ispirazione alla monelleria. La classe era in fermento, sentiva il desiderio di un’ultima marachella, qualcosa di originale, d’autore, per chiudere l’anno in bellezza.
Con la complicità di alcuni bidelli, i ragazzi iniziarono a preparare le “munizioni” per quello che doveva essere l’autografo della classe “ribelle”. Per un’intera settimana tutti i “desperados” si attivarono per sminuzzare una quantità industriale di gessetti in piccole schegge. Iniziarono in questo modo a preparare quella che doveva essere la “fucilazione”. Una sorta di rito ancestrale con l’obiettivo di lasciare un ricordo: la sagoma del Professor “Naza” sull’ardesia della lavagna.
Furono coinvolti anche i secchioni in questa “incursione”. Qualcuno non era pienamente d’accordo e provò ad opporsi, ma alla fine dovette arrendersi. L’intera classe era stata istruita nel minimo dettaglio, tutto era pronto per l’esecuzione: “Naza” stava per diventare “martire” ed entrare nella storia.
Il comandante “Vigna” si assunse l’importante onere della missione, fu lui con tono deciso a disporre di “caricare” le mani con i tocchetti di gesso bianco. Il secondo ordine arrivò perentorio subito dopo: “fuoco”.
Una secca e assordante smitragliata invase la superficie della lavagna. Si sollevò un nuvolo di polvere bianca che rimase sospesa nell’aria per alcuni minuti, prima di depositarsi definitivamente sul pavimento grigio della stanza. Ci furono attimi di silenzio, il Professore, rivolto di spalle verso il muro dove era appesa la lavagna, rimase impietrito. Immobile nella sua posizione di origine – col braccio alzato e la mano appoggiata all’ardesia su cui stava scrivendo – fu come pietrificato per l’eternità. Dopo qualche istante, necessario a sbollire lo choc e realizzare quanto accaduto, il “Naza” si tolse la giacca blu imbiancata: la sbatté con forza, facendo scivolare via i “bianchi” residui della “fucilazione”. Sul rettangolo nero della lavagna la sagoma umana del docente era compiuta, perfetta: un ricordo malandrino indelebile, per giovani scapestrati scappati di casa.

Nonostante le promesse che la “fucilazione” fosse l’ultimo scherzo nei confronti del “Naza”, nei giorni a venire ci furono altri episodi di goliardia. Qualcosa si agitava nelle budella di quei ragazzi, era impossibile immobilizzarli.

Cazzatine, peccati veniali. Per cambiare.
In una mattina come tante, nel cuore di una lezione sui conduttori elettrici, il “Giuan” e il “Vigna” escogitarono una nuova messinscena. Seminascosti negli ultimi banchi sul fondo dell’aula inscenarono effusioni amorose. Il Professor “Naza”, da uomo del sud qual era e nella veemenza dell’orgogliosa tradizione secolare della sua terra, smise di fare lezione. Si fermò a pensare prima di rivolgersi alla classe con tono decisamente scocciato: “Ragazzi, perdonatemi, non sapevo che quei due fossero…”. Poi si tappò la bocca, smise di parlare, ma il gesto spontaneo e quasi automatico del dito della mano che fece danzare sul lobo dell’orecchio fu inequivocabile. Si guardò attorno prima di riprendere il discorso: “Io accetto tutto, ma con due “soggetti” del genere non riesco a concentrarmi nella spiegazione”. Il “Giuan” e il “Vigna” si presero per mano e si avviarono verso l’uscita della classe, salutando il Professore con mano “cascante” e mandandogli bacini. La classe esplose in una finta protesta per discriminazione: la lezione fu sospesa.

Il “Vigna” era il “frontman” della “quarta B” e come tale aveva bisogno di primeggiare, di apparire. Di essere il numero uno.
Con la simpatica sorpresa dell’intero corpo docenti, e dei compagni di classe, una mattina di metà settimana si presentò alle lezioni completamente rasato. Indossava un frac giallo limone per questa speciale occasione. Era unico, “bellissimo”.
Il Professor “Frasca”, docente in aula in quel momento, non si espresse. Fece finta di nulla. Si limitò solamente a lanciargli il cancellino della lavagna, colpendolo alla testa. La lezione di elettrotecnica continuò, ma con gli occhi della classe rivolti verso il giallo e la “pelata” del “Vigna”.

Era usanza durante i compiti in classe farsi aiutare dai secchioni. Essendo sempre i primi a consegnare, il compito dei “bravi” era quello di accartocciare la “brutta” e gettarla nel cestino. Al resto ci pensavano quelli che erano rimasti indietro. Un atto di solidarietà nei confronti di chi, per motivi “personali”, non aveva potuto preparasi per la verifica di classe. Era un gioco recuperare gli appunti dalla pattumiera: bastava che qualcuno distraesse il Professore di turno. Il giochetto era semplice, gli insegnanti non beccarono mai nessuno. O semplicemente non volevano, andava bene così.
Come in tutte le classi, anche nella “quarta B” esistevano le mele marce: lecchini, figli di papà benestanti senza attitudini all’aiuto altrui. Uno di questi, mimetizzato dalla sua faccia d’angelo, era la “carogna bionda”. Durante le verifiche, non solo si isolava o innalzava muri fatti di libri e quaderni per non fare copiare i compagni, riusciva ad andare oltre: dopo aver consegnato il suo compito in classe – sempre perfetto – sminuzzava il foglio protocollo della brutta in quadratini da un centimetro e lo metteva nella cartella. Era bastardo dentro la “carogna bionda”, si credeva Dio, non aveva rispetto per nessuno.
Fu per questo motivo che, in una fredda mattina di gennaio, decisero di punirlo: aveva bisogno di una lezione esemplare.
La “carogna” non prendeva mai il pullman per venire a scuola, tutti i giorni percorreva – da solo – la Statale del Sempione dal suo piccolo paese fino a Legnano. Per gli squadroni del gavettone fu una passeggiata: lo aspettarono ben nascosti dietro a un cartellone pubblicitario ai bordi della strada, con borse di plastica, riempite di acqua gelida fino all’orlo. Prima o poi sarebbe passato da quel punto, non aveva via di scampo. La punizione riuscì perfettamente. Quell’acqua artica fu una medicina per la “carogna bionda”.

San Firmino, la festa di inizio anno scolastico in nome del sacramento del nonnismo: era un incubo per le “reclute” dell’ITIS. I “primini” che venivano “catturati” nei corridoi della scuola venivano trascinati in classe, fatti stendere in posizione prona su un banco, e dopo aver loro abbassato pantaloni e mutande, gli venivano firmate le natiche. Una tradizione burlesca che veniva ripetuta ogni anno. I ragazzi della “quarta B” erano sempre presenti per questa ricorrenza.

Il martedì – giorno di mercato nella cittadina di Legnano – capitava spesso che gli studenti facessero lunghe passeggiate tra le bancarelle del centro, soprattutto se le lezioni in programma erano religione e diritto, materie considerate poco importanti per il voto finale. Non compravano mai nulla i ragazzi, per ovvi motivi, era solo il piacere della trasgressione che li spingeva in quel luogo che non interessava a nessuno.
Con l’arrivo della primavera, chi riusciva a “cuccare” qualche ragazza carina del corso di ragioneria del Dell’Acqua, passava piacevoli mattinate sdraiato sull’erba del Parco Castello. Alcuni provavano a studiare all’aria aperta, facendosi poi coinvolgere da infinite limonate sotto un immaginario cielo stellato.

Verso la fine di aprile si iniziava a fare la conta dei presunti “morti”. La maggior parte degli studenti di “quarta B” erano messi male: alcuni erano sotto ancora di quattro, a volte cinque materie. Tra i “balordi” si incominciava a intravedere la zona Cesarini, quegli odiosi esami settembrini che rovinavano le vacanze. Con tre insufficienze da recuperare, seppur un incubo, c’erano probabilità di salvezza. Con quattro, salvo miracoli della Madonna in consiglio di classe, si era cannati.
Maggio era angoscioso per tutti, gli entusiasmi si spegnevano. Molti stringevano i denti, provavano a recuperare il possibile. Una materia alla volta, con fatica. Qualcuno purtroppo ci lasciava le penne all’ultimo sforzo, quando il traguardo era già in vista e si iniziava ad assaporare la vittoria.
Ul “Pisun” faceva invidia a molti nella “quarta B”. Era un caso quasi unico: riusciva sempre a snocciolare le ultime forze mentali con abilità. Un grande finisseur, come quei ciclisti che scattano all’ultimo chilometro lasciando il gruppo alle spalle, a bocca aperta.
Il tabellone finale con i voti, appeso nella bacheca all’ingresso dell’istituto, portava sempre gioia e disperazione. C’era chi “saltellava” vedendo tutte le caselline con i numeri di colore blu. Chi intravedeva più di tre numeri rossi invece, e la scritta in corsivo “respinto”, iniziava a strapparsi i capelli e pensare a come dirlo ai genitori.

L’ultimo giorno di scuola aveva il sapore della nostalgia, dei ricordi di un anno “bruciato”, dei volti che non si sarebbero più rivisti, dei Professori che sarebbero diventati cittadini del mondo. Qualcuno nella realtà futura si sarebbe incontrato nuovamente, ma fuori da quelle magiche mura che custodivano le reminescenze di un’unione non sarebbe stata la stessa cosa.
I ragazzi della “quarta B” si recarono in Presidenza in quell’ultimo giorno di scuola: volevano salutare il loro Preside. Il buon Milotta, seppur stupito e con un velo di imbarazzo, li accolse con calore. Fu un “ritrovo” non programmato, spontaneo. Sentito e sincero. Ci furono strette di mano e dialoghi leali, sorrisi rilassati e pose nervose: sapevano tutti che la bella “favola” era giunta al capolinea. Ci fu silenzio quando il Preside, con un filo di voce rotta dall’emozione salutò i suoi studenti: “Mi mancherete ragazzi”. Quei giovani, che per un anno erano stati la sua disperazione, si fecero muti. Nessuno osò dire nulla. Nell’imbarazzante sordità del silenzio creatosi gli studenti abbassarono il capo, poi uno a uno si allontanarono. Qualcuno aveva già acceso il proiettore cerebrale sbobinando la pellicola su cui erano impressi i frammenti di vita vissuta. Del loro Preside conserveranno il ricordo di un uomo sempre disponibile al dialogo, la figura di un superiore che, il più delle volte, si era messo nei panni di un buon padre di famiglia. Se lo porteranno nel cuore il loro Preside Milotta, assieme alle sue “patacche” stampate sulla camicia.
Fotogrammi indelebili di Professori che accompagneranno per tutta la vita, senza mai dissolversi: il “Frasca”, la “Carla”, la “Catty”. E poi il tenero “Naza”: per lui ci sarà un posto speciale nell’archivio della memoria.

In quegli anni, quando la scuola finiva, nessuno stava con le mani in mano. Ognuno cercava di trovarsi un lavoro, se già non l’aveva in ambito familiare. Ul “Pisun” aiutava il “Tunietu” in tessitura: caricava i subbi, oliava i Sulzer, faceva le bolle di trasporto. Il “Vigna”, invece, cuciva e incollava tomaie nella piccola azienda artigianale del padre, ma senza più poterle vendere a nessuno. Il “Sergione” aveva trovato posto dietro al banco frigo della storica macelleria di famiglia. Il “Paga” aiutava lo zio nella ferramenta: tagliava le reti per i polli, contava i dadi e i bulloni e faceva gli ordini ai grossisti. Il “Giuan” aveva trovato impiego in una carpenteria metallica: tagliava e forava tubolari in ferro. La sua postazione di lavoro – per otto, a volte anche dieci ore al giorno – era ubicata davanti a una grande sveglia appesa al muro. Il “Giuan” guardava spesso le lancette di quell’orologio che avanzavano troppo lentamente. A volte le vedeva muoversi all’indietro, come in un brutto sogno senza fine.
I ragazzi più fortunati – pochi – passavano le giornate in piscina a guardare ragazzine in costume e a sorseggiare bibite ghiacciate. Qualcuno si fumava anche qualche sigaretta: per loro era già vacanza.
I giovani che avevano voglia di lavorare, dopo qualche sudato sacrificio potevano permettersi le “vacanze vere” al mare: due settimane ad agosto, quando la vita della provincia di Milano si fermava e migrava altrove.
Ul “Pisun” andava sempre a Viareggio, con gli amici del “Zapin”: passava nottate vivaci e intense in Versilia, prima di addormentarsi sotto l’ombrellone. Il “Sergione”, invece, batteva le spiagge romagnole e “L’altro mondo” di Rimini. Il “Giuan” quell’anno si avventurò in Calabria. Partì con quattro amici a bordo di una vecchia Dyane 6: il mare lo vide dopo ventisei ore di viaggio. In quella vacanza marina, nella valigia assieme al costume, alle magliette e al dentifricio, dovette mettere anche il libro di storia, la materia che doveva recuperare a settembre. Quel libro dalla copertina rossa non fu mai aperto, finì in mare nel pomeriggio del secondo giorno di villeggiatura. Furono giorni spensierati quelli calabresi, per il “Giuan”.

A distanza di tempo il “Vigna”, colto da un incontrollabile attacco di nostalgia, ritornò al Bernocchi. Percorse il lungo corridoio che portava verso l’aula magna, e subito dopo all’”aula 5”. Aprì la porta, dentro non c’era nessuno. Rimase stupito nel vedere che quel luogo era rimasto immutato, il tempo sembrava essersi fermato: gli stessi gradoni, gli stessi banchi uniti alle panche e la stessa cattedra. Anche la lavagna era rimasta al suo posto, ma il suo “corpo” non era quello di un tempo: appariva nuda, senza più un’anima. Qualcuno aveva cancellato il ricordo della “quarta B” scritto con un gesso bianco: “W la figa e il pan con l’üga”.