Un pezzo di storia è volata in cielo

Un pezzo di storia è volata in cielo

Alla destra del bancone del Bar Sport, tanti anni fa, c’era una bacheca con tante fotografie. La maggior parte di queste istantanee erano in bianco e nero. Ma c’erano anche dei ricordi a colori, impressi nelle foto. Erano tutte memorie paesane che rappresentavano eventi sportivi, a cui avevano partecipato i “campioni” casorezzesi.
Attaccate con una puntina colorata al compensato dell’albo dei ricordi, c’erano le foto del “Pier” con la maglia bianco-verde del Gruppo Ciclistico Casorezzo. Ne ricordo una in particolare: quella che documentava una sua vittoria in volata, sotto la pioggia battente di una fredda primavera. Ma c’erano anche le fotografie del grande e indimenticabile “Zanassi”, attorniato dai suo corridori. Dell’”Eugenio” vittorioso nel trofeo Pennati, con arrivo in via Inveruno. Del “Natalino”, del “Galli”, del “Mulo”, del “Corona”. E di tutti gli altri corridori di cui non ricordo il nome. Il ciclismo, negli anni Settanta, era uno degli sport più seguiti in paese. Forse più del calcio.
C’erano molte fotografie attaccate al pannello di legno, alla destra del bancone. Una sopra l’altra. Dovevi scostarle per poterle osservare interamente. Non avevano un ordine preciso. Sotto il ritratto di una persona apparentemente sconosciuta, potevi trovare la fotografia della formazione della squadra calcistica dell’AC Casorezzo. Le foto del “Gino” mentre tirava i primi calci al pallone, prima di approdare nelle giovanili dei granata del mitico Torino.
Appese, c’erano anche le istantanee dei tornei calcistici a sei, quelli giocati sullo spelacchiato campo dell’oratorio, nelle calde serate estive. Le foto del Club Marscida, mentre alzavano verso il cielo stellato il trofeo della squadra prima classificata al torneo. E poi tanti volti paesani, quasi tutti pieni di allegria, di cui non ricordo il nome. Restano indimenticabili quelle foto, che il “Gere” appendeva con cura alla bacheca.
Dal “Geremia” non si andava solamente per bersi un caffè o per il “bianchino” di mezza mattinata. Da bambino mi sentivo grande quando varcavo la soglia d’ingresso del Bar Sport, per andare a giocare la schedina che papà aveva premurosamente compilato, ponendo l’”1-X-2” con attenzione e in modo ragionato, nella casellina prestampata. Era sempre e solo il “Geremia” ad appiccicare sopra la schedina, dopo averla inumidita passandola sulla spugnetta imbevuta d’acqua, la fascetta autenticatrice della Sisal.
Il Bar Sport non era, e non è tuttora, solamente un bar. Il locale del “Gere” è il ritrovo per antonomasia di tutti i casorezzesi. È la “casa” della socialità. È il luogo dove si parla di calcio ad alta voce, dove si discute di ogni cosa davanti a un bianco spruzzato, dove il tempo della provincia scorre lentamente e le lancette dell’orologio hanno un ritmo diverso rispetto a quelle della vicina Milano.
Alle pareti, tinteggiate con colori tenui dalle sfumature scelte con attenzione e sensibilità, sono state appese alcune maglie dei calciatori dell’Inter. Molte sono autografate, qualcuna ha anche una dedica. Noi casorezzesi lo sappiamo, dal “Gere” si parla la lingua nerazzurra, da sempre.
Si gioca anche a carte dal “Geremia”: a gruppi di quattro, incollati a una sedia senza mai alzare lo sguardo, mentre gli spettatori occasionali e i curiosi, osservano in silenzio. Si va avanti per ore, tra un caffè e un Campari. Alla fine della sfida le consumazioni le paga chi perde la partita, con la promessa di una rivincita.
Tutti gli abitanti di Casorezzo, almeno un a volta, hanno messo piede in questo bar gestito dal “Gere”. Per molti è stato una seconda famiglia.
Il “Biseta”, quando finiva di lavorare alla Zucchi, non andava mai direttamente a casa, la sosta dal “Gere” era una tappa fissa, quasi obbligatoria. A volte solo per un caffè, ma capitava anche che si soffermasse per aggregarsi a qualcuno per una partita a scopa. O a scala quaranta.
Negli anni Settanta, un originale signore di cui non ricordo il suo vero nome, ma la memoria mi riporta al suo appellativo di “Picun”, era un cliente abitudinario del Bar Sport. Quasi tutti i giorni, in tarda mattinata, si presentava dal “Gere” in pigiama e pantofole. Impassibile agli occhi degli altri clienti stazionati davanti al bancone per l’aperitivo, ordinava la colazione. Poi, come se nulla fosse e incurante dell’abbigliamento da camera da letto che si portava addosso, si accomodava a uno dei tavolini del locale in attesa di compagni di gioco, con cui condividere interminabili partite di briscola. Non era raro vederlo uscire dal bar all’ora del tramonto, sempre in pantofole e pigiama.
Il “Gere”, è sempre stato il punto di riferimento della Casorezzo “Medievale” (la definiva così Piero del Giudice, un mio vecchio professore di lettere alle scuole medie), di quegli anni Settanta che abbiamo ormai dimenticato, quando l’unico collegamento col progresso avanzato della grande città, era il “pullman beige” della Rimoldi che portava i pendolari a Milano la mattina presto. Per poi, seguendo un percorso esattamente inverso, riportarli nella Piazza San Giorgio in prima serata, spesso già avvolta nella nebbia invernale di un tempo. I lavoratori, stanchi da una giornata di lavoro, si precipitavano velocemente verso casa, per poi, subito dopo la cena, correre dal “Geremia”. Soprattutto il mercoledì, quando si giocavano le partite di coppa.
Altri tempi. Tempi andati, di una Casorezzo che non c’è più. Di quella Casorezzo dove si parlava quasi solo il dialetto, che se non sapevi, venivi quasi escluso dai giochi. Ma mai lasciato fuori dalla porta.
È di fronte alla chiesa di San Giorgio il Bar Sport, nella piazza principale del paese. L’immaginabile linea di confine che si estende fino all’ultimo gradino del sagrato, ha sempre separato questi due mondi vicini fatti di sacro e di profano. Da una parte la Casorezzo di Don Nicola, dall’altra quella dei “Pepponi” nostrani, fatta più di quotidianità spiccia che di spiritualità.

In questa domenica autunnale illuminata da un pallido sole, sorprende vedere la serranda del Bar Sport abbassata. Fa un certo effetto guardare lo striscione con la scritta “Ciao Gere”, che qualcuno ha affisso con cura alla saracinesca. Oggi, la vetrata che lasciava intravedere il bancone dove eravamo abituati a vedere il “Gere”, sempre intento nel suo lavoro, è oscurata dalla lamiera della cler avvolgibile. Non si vede il riflesso della chiesa che eravamo abituati a vedere, la piazza è immersa in una cupa atmosfera.
Cesare Pavese diceva che “Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Da Casorezzo ce ne siamo andati un po’ tutti, abbiamo viaggiato. Alcuni di noi sono andati lontano, alla scoperta del mondo. Poi, ad un certo punto della nostra vita, siamo ritornati nel nostro Medioevo. Sapevamo che nella genuinità provinciale del nostro paese, c’era qualcuno ad aspettarci.
Oggi a Casorezzo qualcosa è cambiato, con immensa tristezza si volta pagina. Un pezzo di storia è volata in cielo.

“Ciao Gere”

Casorezzo, 18 ottobre 2020

Foto: Hermes Mereghetti