Una pizza con Efrem

Erano gli anni Settanta quando conobbi Efrem nell’aula magna dell’Istituto Tecnico Antonio Bernocchi di Legnano. Indossava un eschimo verde quel giorno in cui, noi ragazzi eredi del Sessantotto, stavamo scioperando per impossessarci dei nostri diritti di studenti con lo sguardo già rivolto al terzo millennio. Portavo anch’io l’eschimo, della stessa fattura di quello di Efrem, ma di colore blu. In quell’immensa sala da teatro dell’istituto, Efrem non passava inosservato: era parte del movimento studentesco, era uno dei leader. Aveva sempre un microfono tra le mani, che non mollava mai. Quell’amplificatore di messaggi era il suo punto di partenza: lo sapeva maneggiare con disinvoltura. Capitava di vederlo mentre se lo strofinava nella folta capigliatura fatta di riccioli ribelli. Efrem era un combattente buono, un rivoluzionario d’altri tempi. Uno di quelli che si batteva per i diritti degli altri.
Dopo i suoi esami di maturità – Efrem aveva qualche anno più di me – ci perdemmo di vista. Si era iscritto alla facoltà di filosofia, mentre io cercavo di finire il mio percorso intraprendendo un cammino completamente diverso.
Continuammo a seguirci a distanza – come spesso facevano i fotografi di allora – ma senza mai più  rivederci, per decenni. Nonostante la nostra frequentazione fosse la cittadina di Legnano e i paesi limitrofi, il destino ci ha sempre tenuti lontano l’uno dall’altro, senza neppure farci incrociare per pura casualità.
Ci ritrovammo anni dopo. Molti anni dopo. Non avevamo più i lunghi capelli della nostra gioventù, ma lo spirito era rimasto sempre lo stesso: ribelle, con l’aggiunta di qualche esperienza maturata nella vita, da mettere in gioco in un confronto genuino tra vecchi amici.
Piazza “Tre culi”, nel cuore di Busto Arsizio: non c’era posto migliore per riabbracciarci dopo tanto tempo.
Pioveva in quella serata di fine autunno. Un’occasione diventata evento, in cui c’era anche Hermes, mio figlio. Efrem, avvolto in un pastrano confezionato in pelle nera che arrivava fin sotto le ginocchia, ci stava aspettando sotto uno dei porticati della piazza. Mi riconobbe ancora prima che parcheggiassi l’auto, donandomi il suo benvenuto con un sorriso a distanza.  

“Ue Giovanni, ciao. Sei sempre lo stesso.”
“Ciao Efrem…”.

Evitammo d’istinto la tradizionale stretta di mano, per lasciarci andare in un aggrovigliato e caloroso abbraccio. Come due amanti, per un tempo indefinito. Ci volle una pausa silenziosa per ricondurre la mente alle sembianze dei tempi andati. Quel tempo in cui – senza perdere tempo – Efrem scaturì la sua inesauribile energia mettendo in moto il ruolo di picconatore e frantumatore di ghiacci. Ci mise veramente poco a prendere la parola.   

– Gio… senti. Ascoltami! Ho prenotato per quattro in una pizzeria qui vicino. Dai andiamo, muoviamoci. Non perdiamo tempo, ci confesseremo con le gambe sotto il tavolo.
– Perdonami Efrem, perché hai prenotato per quattro se siamo in tre? – Efrem sorride!
– Gio, lo faccio sempre. Voglio avere spazio sulla tovaglia per appoggiare il pacchetto delle Lucky e il telefono.

Annuisco, ma senza trattenere una sonora risata.   

– Sei un mito Efrem. Grande! – Dai incamminiamoci.
– Ti ricordi i bei tempi dell’ITIS? – Rammenta Efrem.
– Certo che mi ricordo, Efrem. Bei tempi. Ho una grande nostalgia di quell’epoca. – Però muovi le gambe, di questo passo arriveremo in pizzeria quando ormai sarà chiusa.
– Efrem, ti devo chiedere una cosa dei tempi andati…
– Dimmi Giuan…
– I Ray-Ban che cazzo c’entravano con l’eschimo verde?
– Mmmhhh, èèè… servivano per spiazzare, come dire… no dai, nascondevano la mia timidezza.
– Vai piano Gio, rilassati. Non camminare veloce.

Impiegammo quasi un’ora per coprire il breve tragitto di poche centinaia di metri che ci separava dal ristorante. Quando entrammo ci stavano aspettando, probabilmente il personale si era già messo in modalità “pacco”.
Il tavolo a noi riservato era posto in un angolo nascosto della sala, capimmo subito che avremmo potuto parlare anche ad alta voce, senza disturbare nessuno.
Il tempo di togliersi di dosso gli ingombranti giubbotti e sederci, il cameriere era già pronto: ordinammo senza aspettare altro tempo. 

– Per me una Napoli Efrem, – Hermes tu come la vuoi? – Prosciutto e funghi, grazie!
– Per me con i carciofi, – disse Efrem.
– Carciofi? – Replico io. Ma Efrem, che roba è?
– Gio, adesso abbiamo altro di cui parlare. Un giorno ti spiegherò.
– Cosa bevi Gio?, – Hermes? …
– Tre medie rosse, grazie! – replicò Efrem alla giovane cameriera.
– Abbiamo molto di cui parlare Efrem, dai raccontami. Ma non parlarmi di fotografia, proviamo a parlare d’altro. Che ne so… trova tu l’argomento, sei bravo ad imbastire dal nulla.
– Tranquillo Gio, la fotografia non esiste più, o meglio… non è mai esistita – disse Efrem accennando un sorriso sarcastico.
– Efrem, che cazzo dici.
– Dico quello che penso Gio, lo sai come sono. Un po’ mi conosci, le mie parole raramente hanno filtri imposti da interessi o da qualcuno.
Dai… ti parlo di Strip, Gio: il mio super gatto. Prometto che non ti annoierò. Strip è un gatto speciale, un giorno te lo presenterò, ma prima dovrai essere istruito. Un breve corso, qualche minuto dove dovrai ascoltarmi. Una cosa importante che devi sapere è che non lo devi mai guardare negli occhi.
– In che senso Efrem, perché non lo devo guardare negli occhi?
– Perché s’incazza, diventa pericoloso e aggredisce. È un gatto molto intelligente, fatti raccontare da Hermes di quella volta che abbiamo fatto l’editing dei suoi ritratti, quando abbiamo steso le stampe sul pavimento di casa mia.
– Sì è vero papà, da non credere: zampettava tra i bordi delle fotografie senza mai calpestarle, neppure con le zampe posteriori quando cambiava direzione negli stretti spazi che avevamo creato tra le stampe. Incredibile!
– Mi stai parlando di un gatto extraterrestre, Efrem. Non sapevo di questo tuo amore per i felini. È un interesse recente o è una passione che ti trascini da tempo?
– Giovanni, spero tu mi comprenda. I gatti non solo mi piacciono, io li amo. Con loro ci parlo.
– Chi lo avrebbe mai detto che il Raimondi avesse perso la testa per i mici, non me lo sarei mai immaginato. Sto iniziando a capire un po’ di più le tue fotografie: quelle macchie di movimento senza una meta precisa, quei gattini che escono dal fotogramma lasciando una scia. L’irrequietudine che spesso vai a cercare, e che a volte sottolinei donandola agli occhi distratti di chi osserva le tue foto.  

La foto di Zanardi Efrem, non quella con l’impennata della carrozzina. L’altra: quella con le “sgommate”. In quella foto, che trovo unica e meravigliosa, ora che mi hai parlato del tuo amore per i gatti, leggo quei segni lasciati dalla gomma delle coperture delle ruote con occhi diversi. Acquistano un’altra dimensione. Su quel limbo dello studio hai voluto disegnare una tua dinamicità mentale, quella che i tuoi felini hanno saputo donarti nel tempo. E che ora è dentro di te.    

Efrem sgrana gli occhi, non mi sta solamente guardando. Mi fissa intensamente, a modo suo. Forse ha colto qualcosa nelle mie parole. Probabilmente sta meditando un nuovo punto di vista su quell’immagine.

– Gio, mi hai detto una cosa che mi farà riflettere. Dammi tempo, riprenderemo questo discorso davanti a un “americano”. Conosco un posto dove lo sanno fare bene.
Perdonami Gio, ora vorrei parlarti di un altro aspetto della mia fotografia, del mio essere fotografo.
– Un secondo Efrem, lasciami finire di bere quest’ultimo goccio di birra.
– Hai il bicchiere vuoto, Gio…
– Signorina porti un’altra “rossa” al mio amico.
– Grazie Efrem, l’ultima però.
– Mereghetti apri bene le orecchie. Aprile bene perché probabilmente farai fatica a capirmi. Con le fotografie che fai tu non è scontato entrare nel mio mondo visivo di fotografo punk.
– Fotografo punk? E Jannacci? Mi sono perso Efrem, dove mi stai portando?
– Mmmhhh, Gio…, – Dimmi Efrem – Sì ti dico: non capisci un cazzo, tempo buttato via.

Scoppiamo in una sonora risata, rumorosa. Senza fine. Gli altri ospiti del locale ci guardano sbalorditi, senza capire. Nel frattempo ci servono le pizze.

– Efrem… sei sicuro di voler mangiare quei carciofi sulla pizza?

Efrem sorride, poi inizia a tagliare la pizza. E sorseggia un po’ di birra.

– Gio, se hai voglia domani chiamami, ti spiegherò perché scelgo sempre la pizza con i carciofi. Questa sera abbiamo cose più importanti da “vomitare” su questo tavolo. Non che i carciofi siano meno importanti, ma necessitano di una chiacchierata con un approfondimento completamente diverso, che ahimè, va a cozzare con la fotografia che intendi tu. Non con quella punk. 

– Mi hai incuriosito Efrem. Domattina alle 7.30 in punto ti chiamerò.
– Chiama quando cazzo vuoi Gio, – esclama Efrem senza riuscire a trattenere il suo inconfondibile sorriso divertito.
– Gio, mi piacciono le tue fotografie. Le guardo spesso su Facebook, a volte ti metto anche qualche Like. Mai troppi, altrimenti ti monti la testa. Ma dimmi una cosa, sincero mi raccomando. Da dove prendi spunto per le tue storie? E i testi che scrivi? Li leggo sai!
– Ah, grazie Efrem. Lo spunto arriva dalle storie che sono dentro di me. Siamo un tutt’uno.
– Immaginavo Gio, era come pensavo…

Segue un lungo silenzio, come se le parole stessero vivendo un volo pindarico per andare altrove. Come se i discorsi si fossero esauriti senza preavviso. In realtà Efrem sta pensando ad altro, a qualcosa che esuli dalla professione che ci accomuna. Ha lo sguardo che vaga nell’essenza di quel nulla che appartiene a pochi. Forse solo ai grandi artisti.

– Gio, ho vissuto una vita spericolata, – Efrem si strofina le mani sul viso, come se si fosse appena svegliato dal sogno della vita. Sembra concentrato nel riordino dei tasselli antichi fatti di frammenti di esperienze.
– Gio… che macchina hai?
– Nulla di che Efrem: una Volkswagen Golf diesel.
– Io fino a qualche tempo fa avevo un “giocattolone” che era una figata. Sai, quelle cose da trecento cavalli che sgommano appena metti il piede sul gas.
– Azzz… Efrem, Carrera?
– No Gio, un’altra cosa. Ma lascia perdere il modello, non è importante. Erano i cavalli che sentivi sotto il culo che davano soddisfazione, non la carrozzeria.
Conosci la superstrada che da Vergiate porta a Besozzo?
– Eccome se la conosco Efrem, quando correvo in bicicletta la “pedalavo” almeno una volta la settimana. Ora è cambiata, hanno messo un sacco di semafori, gli autovelox ed è sempre trafficatissima.
– Gio ascoltami bene, quello che ti sto dicendo è importante: la musica a “palla” è fondamentale. Poi appena il semaforo diventa verde, devi “pestare” il piede sull’acceleratore. Bum bum… adrenalina a mille.
– Vai al sodo Efrem, cazzo c’entra con la fotografia.
– Gio, lasciami finire… cazzo! L’idea prende forma al semaforo successivo, quando ti devi fermare perché è rosso. Ogni tanto è un bene essere stoppati da una luce. Sì, perché guardi in faccia al conducente che hai appena bruciato con una ripresa folgorante, e adesso te lo ritrovi nuovamente al tuo fianco. La musica continua ad esplodere all’interno del “giocattolone”, mentre i volti che incroci rimangono sbalorditi e assumono aspetti che non ti saresti mai aspettato. Ritratti “della madonna”, Gio.
– Efrem, – dimmi Gio – “Se minga a post”… però figata!
– Ue Giuan, siamo a secco con la “benza”, altro giretto?
– Vai Efrem, vorrà dire che dormirò in piazza “Tre culi”.

Ordinammo due “medie rosse”, una per me e una per Hermes. Efrem – spiazzandoci con eleganza – chiese alla cameriera di portare anche un chinotto bio a temperatura ambiente.  

– Efrem, da quando bevi il chinotto, ma soprattutto, perché bio?
– Gio… – dimmi Efrem – ti spiegherò anche questa del chinotto bio, ma non adesso dopo aver mangiato una pizza ai carciofi. Poi sai, volevo dirti che sono sempre più convinto che la fotografia non esiste.
– No Efrem, ti prego! Vuoi dirmi che abbiamo perso tempo rincorrendo miti di cartapesta? Che per l’intera vita vissuta fino ad ora siamo stati solamente dei sognatori?
– No Gio, non voglio dirti questo. È un’altro concetto quello che vorrei esprimerti. Ma non questa sera, è un discorso troppo complesso.

Si era fatto tardi, la serata era volata: chiedemmo il conto. Che prontamente ci fu portato al tavolo. Pagammo alla romana, poi ci avviammo verso la casa di Efrem poco distante. Pioveva a dirotto, e noi eravamo senza ombrelli. Camminammo radenti ai muri, cercando di ripararci sotto le sporgenze delle grondaie.

– Gio… – dimmi Efrem – ci sciacqueremo i pensieri durante questa camminata, farà bene alla nostra età senza freni.
– Dici Efrem?
– No Gio, era solo un pensiero sconnesso.
– Hermes… – sì Efrem – tuo padre fuma le “gialle”, tu che sigarette fumi?
– Lucky Strike pacchetto morbido Efrem.
– Cazzo Hermes, le morbide. Me ne offri una? Dai fammi anche accendere…
– Efrem che ore sono?
– Gio che palle, che te frega che ore sono…
– È tardi Efrem, domattina devo scattare.
– Vabbè, dai ci facciamo l’ultima “morbida” poi andiamo a dormire.
– Ciapa Efrem…
– Cazzo Gio, mi sono dimenticato le “camicie” bianche di Vasco.
– Ce le teniamo per la prossima “pizza” Efrem – Sì certo, ricordamelo!
– Efrem… – dimmi Gio – scriverò un testo per te un giorno. Lo farò “scassato”, come piace a te. Non ti prometto nulla, ma mi impegnerò anche nella punteggiatura: a modo tuo, a modo nostro.
– Figata Gio, mi sono sempre piaciuti gli orizzonti storti.
– Ah… Gio, una cosa, – dimmi Efrem – ricordati di fare il blog, è importante. E domattina chiamami.
– Per cosa Efrem…
– Ti devo dire di quella cosa dei carciofi sulla pizza.  

“Strizzatina d’occhio”, ciao Efrem! 

Le fotografie sono state scattate da Luigi Raimondi – il babbo di Efrem – nel 1961, e da mio figlio Hermes, nel 2014.
A Efrem piacevano molto questi suoi ritratti.