Uyuni, a un passo dal cielo

Fu un cammino segnato da passi lenti, quel primo mio essere nel sud delle Americhe. Avevo valicato la cordigliera andina per raggiungere Uyuni, il luogo del mio immaginario che mi avrebbe condotto alla porta del cielo. Un infinito viaggio in treno nel cuore del continente latinoamericano, mentre tutt’intorno, la vita si muoveva nel lento fluire dell’antica e variopinta moviola che da secoli caratterizzava la quotidianità del luogo. Inesauribili lampi di tempo ricchi di emozioni, mentre il corpo rimaneva incollato a una panchina in legno di un traballante vagone di seconda classe.
Frastornato da uno stato d’animo quasi catatonico, osservavo i passeggeri seduti di fronte al mio posto: un’anziana donna quechua dagli zigomi sporgenti segnati dal sole e dalla fatica che, infreddolita, si era avvolta in una mantiglia verde che la copriva quasi completamente, lasciando scoperta solo una parte del viso. Famiglie allargate riunite per un cammino della speranza verso un destino ignoto. Piccoli gruppi di indios aymara afferrati a fardelli di masserizie recuperate da scarti di periferia. Sotto i sedili dei passeggeri le vecchie borse, tenute assieme da corde giuntate, nascondevano termos arrugginiti riempiti di matè bollente e giacche a vento americane rattoppate sulle maniche. I molti bambini in viaggio rimanevano composti, appoggiandosi alla mamma in cerca di calore e fissando il vuoto della carrozza.
La visione oltre il vetro del finestrino, seppur replicata all’infinito fino ad annoiare, lasciava senza fiato: l’inesauribile paesaggio che scorreva davanti agli occhi accarezzava le nuvole che, fluttuando sorrette dal vento, sfioravano con dolcezza la superficie terrena dell’aspra nudità dell’altipiano.
Il tempo aveva perso espressione e volume, scivolava nel pensiero senza riferimenti precisi. Era diventato superfluo cercare un dialogo per un sereno accordo tra le parti.
Nello sconforto di un’incontrollata debolezza mi congiunsi, con i palmi delle mani doloranti dal freddo e il naso sgocciolante, ai riflessi distorti di un cristallo carente di obiettività. Mi sentivo separato dal mondo. Scortato da flebili raggi di luce riflessi dai tetti in lamiera di baracche improvvisate, provai ad aggrapparmi al cielo in attesa di un tramonto che avrebbe riscaldato l’anima. Inesauribili e infiniti istanti sospeso nel limbo dell’immaginario rituale che, da sempre, accompagna il cammino dei viaggiatori: il dono della giornata che muore e accende i pensieri nascosti. L’intimità della solitudine in un mondo sconosciuto, per farsi cullare nella lunga notte, fino al primo bagliore del giorno che verrà.
Il buio arrivò con una fretta insolita. Innaturale. Come un fulmine, come un pugno nello stomaco quando meno te lo aspetti.
Nella carrozza, che procedeva lentamente trainata dalla locomotiva diesel, iniziavano i preparativi per la cena. Nell’aria ormai stantia all’interno del vagone, i profumi delle pietanze aleggiavano mischiandosi tra loro creando una piacevole miscela di sapori olfattivi.
Un anziano indigeno seduto al mio fianco, fece frusciare uno spesso sacchetto in plastica trasparente dove conteneva alcune pannocchie di mais bollite. Ne estrasse solo una, la più piccola. Dopo averla fatta girare tra le mani, la cosparse di sale e se la sgranocchiò senza mai fermarsi a prendere fiato. Solo alla fine, quando non restavano più chicchi attaccati al tutolo, svitò il tappo di una bottiglia in plastica per sorseggiare l’ultimo goccio di matè rimasto. Un pasto fugace senza nessun rituale di piacere, ma semplicemente per adempiere alle necessità fisiologiche del corpo.
Si misero quasi tutti comodi i passeggeri locali dopo l’essenziale pasto, cercavano un appiglio per librarsi in un mondo fatto di sogni. Il dondolio del vagone conciliava il sonno ninnando le palpebre che, una a una, calavano come la serranda di una bottega all’orario di chiusura.
Ognuno provava ad addormentarsi nella posizione che più gli si addiceva: i bambini si facevano coccolare addormentandosi tra le braccia della mamma, i vecchi rimanevano seduti facendo ciondolare le teste fino a far sbattere il mento sullo sterno, o sulla parete in legno della carrozza. Un giovane accomodato sulla panca adiacente la mia, si assopiva annegando il capo tra i prosperosi seni della fidanzata: ci mise pochissimo a capitombolare tra le braccia di Morfeo.
Nel lento procedere del viaggio, nel cuore della notte, la temperatura precipitò notevolmente sotto lo zero. Il vetro del finestrino si foderò di cristalli di ghiaccio, facendo intravedere una non vita artefatta.
Brillavano deboli luci poco lontano dalla ferrovia, si intravedevano fiacche ombre muoversi nel bianco del paesaggio: la caserma dei militari di confine cileni era l’unica forma di vita nel nulla del luogo.
Avanzava lentamente il convoglio, accompagnato dallo stridio prolungato delle ferraglie. Fino a fermarsi, bruscamente, facendo sobbalzare i corpi dei viaggiatori sulle panche dei posti a sedere. All’avamposto di frontiera, situato nel nulla delle Ande, un piccolo esercito di uomini in divisa imbacuccati con pesanti cappotti coperti di neve, fecero “passare” il treno vagone per vagone. Controllarono solo i documenti ai pochi viaggiatori stranieri, alla gente del posto invece, perquisirono i fagotti, uno a uno, rovesciando la merce sui pavimenti in linoleum delle carrozze.
Ripartimmo solo dopo alcune ore nel bel mezzo di una tormenta di neve. Il viaggio proseguì per gravità nell’impercettibile discesa verso l’altipiano boliviano. Il paesaggio coperto di neve assumeva sempre più un aspetto lunare.
Nell’illeggibilità e misteriosità di una via senza fine, provai ad appellarmi all’insonnia e allo stato d’animo cercando uno spiraglio per dialogare con le stelle. Me ne sarebbe bastata una. Una solamente. Ci provai fino allo sfinimento, poi mi assopii eclissandomi dalla realtà.
Il convoglio ferroviario entrò nella stazione di Uyuni alle prime luci dell’alba. Il sole non era ancora sorto, le lunghe ombre sarebbero arrivate di lì a poco.
Sulla parete esterna della biglietteria un vecchio termometro ad ago indicava la temperatura: venticinque gradi sotto lo zero.
Erano passate poco più di ventotto ore da quando misi piede nella gelida carrozza di seconda classe, a Calama. Il treno raggiunse la sua destinazione con un ritardo di circa dieci ore, ma nessuno si scusò per il ritardo.
Furono difficoltosi i primi passi a Uyuni: bisognava abituarsi a camminare su lastre di ghiaccio improvvisate nelle zone d’ombra. Serviva concentrazione anche per attivare e coordinare i movimenti del corpo, al minimo sforzo la respirazione diventava subito affannosa. Ai confini del cielo ci si deve muovere lentamente, con passetti corti, senza fretta. Faticai a dialogare con la mia anima e a trovare un accordo sul perché mi avesse condotto in questo luogo.
Con lo zaino sulle spalle, e la borsa dell’attrezzatura fotografica a tracolla, m’incamminai nella vana ricerca di una guest house che potesse offrire un minimo di tepore per ridare calore alle ossa. Bussai a molte porte nella speranza di rigenerami quanto prima, ma dovetti arrendermi: sull’altipiano boliviano sono pochi coloro che possono permettersi un’abitazione riscaldata, la maggior parte degli alberghi economici ─ come le case comuni ─ non vantano di questo privilegio. Gli indios del luogo hanno sempre sfidato il gelo dei mesi invernali coprendosi con pesanti scialli in lana di alpaca o battendo i denti.
Colchani, il piccolo villaggio abitato dagli indios Chipaya ─ etnia che da secoli si spezza la schiena nella raccolta del sale in cambio di una manciata di bolivianos ─, è la porta della più grande distesa salata del pianeta: il Salar de Uyuni. Questa area desertica, caratterizzata da sale bianchissimo e formazioni rocciose che si innalzano formando isolotti ricchi di vegetazione, si è creata in seguito al prosciugamento di un lago preistorico. Il paesaggio lunare che la caratterizza, convoglia la mente nell’inquietudine e nell’incomprensione dei miraggi che la natura ha saputo creare. È una strana sensazione quella che si vive in questo singolare luogo.
Ci andai la mattina presto a calpestare il “bianco” di quel mondo indurito fatto di sale. Aveva da poco smesso di nevicare, la luce radente che il sole appena sorto riusciva a generare, dava vita a giochi di luce ingannevoli dal riverbero incontrollato. Contemplai lo spettacolo accomodandomi su un’immaginaria poltrona rossa posta al centro del salar: sbalordiva toccare la volta celeste con la punta delle dita e sentirla fondere nel candore della terra. L’accecante rappresentazione scenica era l’unione fraterna delle forze della natura in un eterno abbraccio senza fine.
Lassù, a quasi quattromila metri di altitudine, il nobile compito degli occhi era stato quello di decodificare i messaggi da trasferire alla mente: orizzonti infiniti vestiti a festa nell’immensità della natura incontaminata. La purezza degli elementi, dove il legame diventa sovrano.
L’assordante silenzio, accompagnato dalla lieve musicalità del sibilo del vento intento nella sua armoniosa opera di carezzare il cielo, frastornava.
L’inganno dello scrigno di Isla Pescado aveva provato a nascondere la fisionomia dei cactus. L’allucinazione di un calore metaforico, che allunga le braccia verso le nuvole afferrandosi ai cirri, si issava nella parte alta dell’empireo riscaldando l’aria che avrebbe sciolto la neve caduta nella notte. L’immenso mare increspato si era fatto oceano dalla calma piatta: lo specchio segreto al servizio delle spumeggianti nuvole pronte a cospargersi di cipria per apparire ancora più belle.
Rimasi pietrificato a osservare la recita dell’universo per un tempo indefinito. Ne fui abbagliato. Incredulo.
Il mare calmo, solcato da naviganti invisibili, accendeva la fantasia delle favole dei bambini di un tempo. Ma non ci furono vascelli silenziosi spinti dal vento al solcar dei mari. E neppure il dolce risveglio da un sogno incantato. Si udirono navi a sirene spiegate volte a scuotere la riflessione con l’impeto di un’angoscia. Il cielo non ne sapeva nulla, le nuvole si misero in marcia all’udir del rombo. Provarono a fuggire, ma il tempo fu tiranno. Si nascosero solamente. Sapevo che sarebbero ritornate al loro posto col silenzio ritrovato, vaporose più che mai.
Ciò nonostante qualcosa svaporò, in quell’istante. Non fu facile fissare quel batter d’ali e registrare la visione. La fotografia è l’istante di un fatto. Nasce così. Come in una commedia, quando la musica si dissolve e gli attori si allontanano dietro il sipario che si chiude.

Salar de Uyuni, Bolivia 1993