Verso Nord, a casa di Streggy

Cri Cri aveva invertito la rotta in quella fredda mattina d’inverno: si stava dirigendo verso nord. Nella sua vita non era mai andato in quella direzione, aveva preferito, sempre, orientare la bussola nella direzione opposta. Verso sud. Dove la terra scivola e sbiadisce nell’impercettibile discesa verso l’equatore.
“Bucava” le gallerie Cri Cri, in quell’insolito viaggio. Si lasciava trasportare dal destino, dal magnetismo della terra che spingeva verso la parte alta del globo terrestre. Non opponeva resistenza. Le cime delle montagne, ancora innevate, stimolavano il lento procedere verso l’inconsueto luogo. La romantica atmosfera di un’alba ancora acerba accarezzava il suo cammino. Il viaggio aveva preso la forma di una trasformazione interiore guidata da una mano amica. Non si sentiva solo su quella via, Cri Cri.
Un’incolta e glaciale pianura invernale, sembrava sfumare oltre l’ultima periferia della grande città. La strada, seppur ben tracciata, suggeriva un lento andare. Intensi bagliori di colore rosso rallentavano i passi, ma solo alla fine di un trafficato rettilineo. Bisognava fermarsi, a volte. Per un tempo indefinito, scandito da interminabili ticchettii della mente e batticuori fuori registro, in un pensiero annebbiato privo di pazienza. Il tempo non era più mero denaro, il valore era entrato nella dimensione della nobiltà vitale. Il countdown dell’avvicinarsi era oramai fuori controllo, tutto sembrava svanire oltre gli interminabili e affaticati respiri. La cima del Krumpit rimaneva invisibile agli occhi, era ancora troppo lontana per placare e addolcire l’irrequietezza di uno stato d’animo.
“Doveva” Cri Cri: non poteva rimanere inerme di fronte a quel forte richiamo. “Doveva” intraprendere quel viaggio, Cri Cri: in quella precisa direzione. Nulla importavano i lenti movimenti appesantiti dal tempo. Qualcuno sapeva aspettare.
Erano lontani i tempi dei grandi mari di sabbia solcati. Le vette immacolate che sembravano toccare il cielo appartenevano a ricordi ormai offuscati. Non c’erano mani indurite dalla vita da poter stringere, in quel viaggio verso nord. Era un andare nuovo, questo. L’ignoto, il non sapere nulla di quella breve distanza, di quei valichi impercettibili, di quegli uomini che raramente accennano un sentimento: sfiancavano. Gli occhi di Cri Cri facevano fatica a mettere a fuoco e a decodificare quell’essere umano lontano dall’umanità.
Protetto dal gelido cristallo di una “Huber” blu, Cri Cri provava ad andare avanti. Più nella mente che nello spazio di un passo dopo l’altro. Nel bianco candore di immacolati fiocchi di neve che, in una lenta danza ritmata dal vento, creavano illusori frammenti di esistenza pura, il muoversi verso nord assumeva sempre più le sembianze di un peregrinare spirituale. Non esistevano rumori in questo mondo apparentemente incantato, gli elementi del frenetico vivere moderno sapevano calmare gli attriti tra i corpi animali in movimento: tutto sembrava essere assorbito da qualcosa di psicologicamente assopito e irreale. Che non si vedeva. Che non si sentiva.
Si saliva lentamente verso il cielo in questa terra, senza accorgersene. Uomini in divisa blu si coprivano la bocca e il naso con labili mascherine color ciano. A volte alzavano il braccio: intimavano di fermarsi, per controllare chi era insolito andare verso la parte alta della terra. Ma non succedeva sempre. Capitava di vederli annuire, solamente. In un non verbale consenso a procedere, muovendo la testa, quasi a voler graziare il viandante che passava di lì.
Non si era mai “puliti” sotto la bandiera straniera. Cri Cri quel giorno era ben vestito e si era da poco rasato: aveva la faccia da bravo ragazzo. Passò inosservato i controlli: fu salvato dai suoi non peccati di essere umano, cittadino del mondo occidentale.
“Uscita”, una delle ultime. Più avanti sarebbero diventate “ausfahrt”. Serviva rallentare sullo svincolo: 40 chilometri orari, nemmeno una tacchetta in più. C’era un picco fatto di ceneri prima della discesa mozzafiato lastricata di cemento. Si scendeva a rotta di collo, mentre sulla sinistra si intravedeva il grande lago. Fischiava il battistrada, ad ogni tornante si aveva la sensazione di ritornare al punto di partenza. Dall’altopiano al fondo della valle: un viaggio verso l’attrazione della forza di gravità, dove il mondo cambiava e trascinava in una pace apparente.
C’erano piccole case dalla forma insolita aggrappate ai pendii delle montagne. La vista si sprecava in una nuova visione, mentre gli altri sensi, a fatica, provavano a coordinarsi.
C’erano due palme nell’ultimo villaggio poco sotto la cima del monte Krumpit. Qualcuno le aveva piantate in un’altra epoca. Armonicamente facevano da contorno al luogo. Erano a fianco di una panchina che guardava verso sud, dove la vista panoramica mozzava il fiato. Le fronde, che qualcuno ha impacchettato in un involucro di plastica per proteggerle dal gelo, nelle giornate di brezza spezzavano il silenzio del luogo con un sibilo discreto, come se timidamente volessero bisbigliare le ultime parole di una favola antica. Era un luogo di ispirazione per carezze affettuose, questo.
Al numero 370 di quella strada che si inerpicava sulla montagna, ci si arrivava dopo un ultimo “strappo” in forte pendenza. Cri Cri conosceva bene quel luogo, sapeva che ad attenderlo ci sarebbe stato il profumo della lavanda e dell’incenso bruciato. La luce era tenue in quella casa, mentre la musica a basso volume creava la giusta atmosfera, in attesa di una visita importante. C’era il sapore di un bacio, oltre l’immaginario di quelle spesse pareti. Cri Cri sapeva che stava andando incontro a un lento fluire del tempo, verso una quiete che sarebbe durata qualche breve tramonto.
Abitava una tartaruga nel giardino, poco lontano dalla porta d’ingresso. Non si muoveva mai. Era lei a custodire le chiavi e a fare da guardia al nido, quando la padrona era lontana. C’era anche un magnifico girasole immerso nel verde di quel piccolo eden, il suo sguardo era incantevolmente riflesso nel vetro della finestra che si affacciava sul cortile.
La porta di quella casa era sempre semiaperta, bastava scansare la tenda per entrare nella stanza dove era stata dipinta una parete di colore verde primavera. L’ampio divano invitava a sedersi, a dimenticare, a farsi avvolgere dall’atmosfera del luogo. A farsi coccolare, tra preziosi cuscini rivestiti in tessuto zebrato.
La gattina tigrata, che rispondeva al nome di Pitty, sonnecchiava sdraiata sulla moquette beige della stanza accanto. Solo il rumore delle suole rinsecchite di un paio di Blundstone poteva svegliarla. Era appagante vederla ritornare lentamente alla vita, tra la dolcezza di un miagolio e una stiracchiata a bocca aperta mostrando gli acuminati canini.
Era gradevole il profumo della pizza in quella casa, quando arrivava Cri Cri la cucinava spesso. Nelle serate d’inverno, la debole luce che emanava il bianco lampadario a forma di fiore, illuminava scenograficamente l’intera abitazione. Non esisteva altro luogo capace di donare altrettante piacevoli sensazioni.
Il Natale era speciale in quel “nido”: l’originale albero abbellito con stravaganti orsacchiotti, le raffinate lucine sulle finestre, i pacchi dono confezionati con eleganza e amore, la tovaglia rossa che invitava all’intimità di una cenetta a lume di candela.
C’era sempre anche un gradevole effluvio di tabacco tra quelle mura, dove Streggy aspettava il suo Cri Cri per stringerlo a sé. E dargli un bacio.