Welcome “Signorina”

Welcome “Signorina”

Ad Ankara, in quella fredda mattina di fine dicembre, il cielo era grigio e non prometteva nulla di buono. Era la prima volta che viaggiavo in Turchia, ciò che mi circondava era molto lontano dalla realtà che abitualmente vivevo nella mia città. La scelta di camminare in quei luoghi non era ristretto al “solo” fotografare, non ero interessato a mettere in valigia un ricordo da mostrare agli amici o a una semplice pubblicazione editoriale. Cercare liberamente, ma soprattutto lasciarsi andare a nuove esperienze e toccare con mano la verità, significava conoscere e assaporare frammenti di vita quotidiana sconosciuta. Una condotta sorniona per cercare una “Storia”, da far entrare in una “Storia”.
I nipoti di Ataturk – il primo presidente turco considerato ancora oggi eroe nazionale e padre della Turchia moderna – già guardavano oltre il Bosforo, sognavano l’idilliaco eden europeo: il Vecchio Continente vicino agli occhi delle nuove generazioni, ma ancora troppo lontano nelle menti conservatrici dei più anziani. La si leggeva sulle facce dei giovani incontrati nei bazaar, alle fermate degli autobus, all’uscita delle moschee, nei caffè di Piazza Taksim la voglia di un agognato cambiamento.
Se nelle grandi città si respirava già aria di Perestrojka, nelle periferie e nelle campagne la vita continuava nel lento fluire dei tempi andati. I forti contrasti di una società divisa in due erano evidenti agli occhi dello straniero, anche al più distratto: da una parte la forzata e innaturale  occidentalizzazione delle metropoli, dall’altra lo spirito conservatore dei sobborghi e delle aree rurali.
Nonostante le patine di ghiaccio sui lastricati dei vicoli, nei rioni dell’hinterland di Ankara i bambini giocavano spensierati con palloni di plastica sgonfi e vecchi cerchioni di biciclette arrugginiti. Non avevano nient’altro con cui ritagliarsi uno spicchio di svago e di felicità. Sapevano accontentarsi questi fanciulli di periferia. Fermarsi a osservali, e cercare di entrare in sintonia col loro mondo, significava ritornare nei cortili popolari del mio piccolo paese di provincia di un tempo, quando come questi ragazzini, ci si divertiva con le piccole grandi cose che ci rendevano felici.
Le passeggiate senza meta di noi uomini moderni con una macchina fotografica al collo, scaturivano quasi sempre l’attrazione dei più piccoli, da queste parti. La novità dello straniero attirava sguardi curiosi celati da un velo di timidezza. Per alcuni c’era anche una sana e ingenua paura, ma solo per brevi istanti. I bambini più piccoli sfoggiavano la riservatezza che conservavano dall’educazione familiare: alcuni si coprivano il viso con le manine, mentre altri si nascondevano sotto gli impenetrabili portoni dei cortili del quartiere o agli angoli delle vie più strette. Sbirciavano mimetizzandosi tra i muri scrostati, catturavano nuove visioni a loro sconosciute. Si emozionavano. Provavano a crescere con la fretta imposta dal loro essere bambini, dal loro vivere in quel mondo.
Loro osservavano me, io guardavo loro. Entrambi volevamo capire qualcosa in più di noi. Un inconscio desiderio di scambio fatto di curiosità che attanagliava la mente.
L’aria continuava a essere pungente, il freddo entrava nelle ossa. Nonostante i guanti in lana, gelavano le mani quando si doveva impugnare la macchina fotografica per mettere a fuoco la scena. I bambini sembravano non sentire la bassa temperatura, erano irresistibili: correvano, saltavano, urlavano, lanciavano occhiate maliziose, si atteggiavano con pose da adulti in un mondo fatato.
Per fotografarli serviva rincorrerli, ma loro erano decisamente più veloci. Più scaltri. Era una chimera raggiungerli, impossibile fermarli e immortalarli.
Abbiamo provato a giocare, a sfidarci. Il momento che stavo vivendo aveva assunto le forme di un cortometraggio d’altri tempi, per dare sfogo a un appunto visivo da imprimere su una pellicola.
Serviva spazio per una composizione mentale capace, un giorno, di riportarmi in quel luogo senza nulla togliere all’emotività vissuta. Gli stati d’animo che arricchiscono il nostro vivere non possono, e non devono essere traditi. Mi sussurrai consigli alla mente, forse anche all’anima: serviva infinita pazienza, la magia dell’istante sarebbe arrivata. Ma non ora, forse solamente al momento giusto.
C’erano alcuni bambini in disparte, osservavano in ossequioso silenzio i coetanei più vivaci. Sembravano vivere in un altro mondo, solo riservato a loro. Un quartetto di tre maschietti dall’aspetto pacioccone e una “signorina”, che seppur mantenendo un certo riserbo e un’aria di distacco emotivo, sgranava gli occhi. Osservavano, solamente. Assistevano allo spettacolo, senza scomporsi.
Contrariamente ai “capetti” dalle pose altezzose, la ragazzina sembrava incuriosita dall’obiettivo dell’impacciato fotografo che non sapeva più cosa inquadrare. Accennava fragili sorrisi, seppur privi di charme e quasi asettici. Provai anch’io a sorridere, ma senza ricevere una meritata risposta capace di stimolare anche una semplice ripresa fotografica. Mi improvvisai clown, era l’ultima chance prima di gettare la spugna definitivamente. Qualcosa stava lentamente cambiando, un alito di calore iniziava a prendere forma e a sciogliere i sentimenti più duri. Senza mai perdere il controllo del suo atteggiamento orgoglioso, la ragazzina si scompose: abbassò lo sguardo verso il nulla del terreno su cui poggiava, per poi, solo qualche istante successivo, rialzarlo e entrare in empatia con lo sconosciuto fotografo. Sentivo che era arrivato il momento giusto per scattare la fotografia: stava accadendo qualcosa di irripetibile. Sbarazzatomi delle fastidiose vesti del fotografo, mi accorsi che “qualcosa” di importante era entrato nella mia vita. Avevo riportato, più dentro di me che su un supporto di gelatina, un “particella” di vita che non accadrà mai più, nemmeno se lo cerchi e provi a ricostruirlo.
La fotografia è anche e soprattutto questo: un mezzo per interagire e raccontare noi stessi agli altri. È solo un centoventicinquesimo di secondo, ma il ricordo resta.

Ankara, Turchia 1989